Qualche tempo fa – e correva l’anno 2012, all’esordio della “grande avventura” pentastellata – il fondatore del Movimento, Beppe Grillo, indicava tre personalità che gli avevano “aperto gli occhi”: il Premio Nobel americano Joseph Stiglitz, il sociologo tedesco Wolfgang Sachs e lo scienziato italiano Marco Morosini.
Ora, è celebre il giudizio che Joseph Stiglitz (il primo intellettuale di riferimento di Grillo) pronunciò nel 2002 sulla disumanizzazione dell’economia, analoga alla disumanizzazione della guerra: «La guerra moderna, fortemente tecnologica, mira ad eliminare il contatto umano: sganciare bombe da un’altezza di 15.000 metri permette di non sentire quello che si fa. La gestione economica moderna è simile: dalla lussuosa suite di un albergo si possono imporre con assoluta imperturbabilità politiche che distruggeranno la vita di molte persone».
Non molto diverso l’exploit grillino. Cavalcando il digitalismo della “rete” e dei “social media”, ha lesionato l’assetto istituzionale della Repubblica, alimentato grandemente la deriva nazional-leghista proiettando effetti di disumanizzazione sul Mediterraneo, non senza serie conseguenze per la collocazione internazionale dell’Italia e per la sua economia. E mentre questo avveniva, il M5S snaturava passo dopo passo l’originaria ispirazione social-ecologica – abbandonava cioè l’utopia di un “Futuro sostenibile” portata avanti dal Wuppertal Institut di Wolfgang Sachs (il secondo intellettuale di riferimento di Grillo) – per approdare a una sorta di variante post-moderna del più deteriore populismo novecentesco.
Ad avanzare e argomentare questa tesi severa circa lo snaturamento populista del M5S è niente meno che Marco Morosini, cioè il terzo intellettuale di riferimento di Grillo. Nel suo libro Snaturati. Dalla social-ecologia al populismo, uscito presso la casa editrice romana Castelvecchi nel settembre appena trascorso, Morosini ricostruisce una (Auto)biografia non autorizzata del Movimento 5 Stelle.
La parabola del partito digitale inizia con gli ideali social-ecologici dei primi anni Novanta e Duemila, sostiene Morosini, ricordando la propria “esperienza quasi trentennale” di collaborazione a fianco di Beppe Grillo.
Questa parabola inizia bene, secondo Morosini, ma poi si snatura.
Chi è Morosini? È uno scienziato. O meglio uno scienziato tipo Indiana Jones. Perché per un verso insegna analisi delle politiche ambientali presso l’ETH, il prestigioso Politecnico federale di Zurigo, ma per l’altro verso è anche un espertissimo navigatore e alpinista. È stato capace di realizzare la prima mappatura mondiale della contaminazione dell’aria nelle regioni remote. Impresa rocambolesca quant’altre mai. Quando l’hanno visto tornare sano e salvo, i suoi colleghi professori hanno tirato un sospiro, temevano che a forza di mappare l’aria delle regioni remote si rompesse l’osso del collo.
E l’osso del collo ha rischiato di romperselo anche sul piano politico-metaforico, nelle sue avventurose vicende a cinque stelle. È stato Morosini, infatti, l’ispiratore e il ghostwriter di Beppe Grillo lungo una “esperienza quasi trentennale” che inizia nel 1992 per sfociare nella fondazione, dieci anni fa, del Movimento. Di cui è frattanto divenuto, però, uno dei critici più puntuti e agguerriti.
La storia pentastellata è nota. Segue un andamento abbastanza tipico. All’inizio c’è quello che i sociologi chiamano lo Status Nascendi. L’ennesimo tentativo di miglioramento della già buona novella che si diffonde a macchia nelle città e nei borghi d’Italia. Nasce così il “primo partito digitale al mondo”, nel segno degli ideali. Poi, però, si inserisce la Casaleggio Associati, che Morosini chiama la “centrale”. La Casaleggio assume un controllo opaco sul “movimento”, al quale viene crescentemente impressa una svolta digitalista, populista e anche abbastanza maschilista, sostiene l’autore. Ed è così che proprio «il primo partito digitale al mondo non dà segno di spirito critico verso il fenomeno epocale di cui è protagonista. Anzi, un Movimento che era nato per contrastare i poteri costituiti esalta ora i miti dei potentati digitali. Addirittura li promuove», argomenta Morosini.
A scoppio ritardato assistiamo in Italia al ritorno di fiamma della “ideologia californiana”, con tutto il suo seguito di vacuità stile profeti del digitale che nel 1995 il sociologo britannico Richard Barbrook descriveva, incisivamente, come un coacervo di luci (poche) e ombre (molte).
«La nuova ideologia combina il libero spirito degli hippies con lo zelo imprenditoriale degli yuppies. Questo amalgama di opposti è stato ottenuto per mezzo di una profonda fede nel potenziale emancipatorio delle nuove tecnologie dell’informazione. Nell’utopia digitale ognuno potrà essere ricco e felice. Non sorprendentemente, questa visione ottimistica del futuro è stata abbracciata con grande entusiasmo, attraverso tutti gli Stati Uniti, da nerd del computer, studenti scansafatiche, capitalisti innovativi, attivisti sociali, accademici di tendenza, burocrati futuristi e politici opportunisti».
Nel suo libro “Snaturati” Morosini racconta il percorso del M5S dal punto di vista privilegiato di chi ha contribuito a costruirne un potenziale critico e culturale originale, ma che ha anche assistito “dall’interno” alla sua deriva populista.
Per questo si tratta di un libro “a due voci”: quella dell’analista sociale «che considera l’oggetto di studio con distacco» e quella del protagonista che ha partecipato a una “inebriante” (non meno che perigliosa) avventura politica dall’esito non ancora completamente scontato.
Andrea Ermano
Da “Avvenire dei lavoratori”, la più antica e diffusa pubblicazione di sinistra in italiano che esce ininterrottamente a Zurigo dal 1897. Viene mandata on line a oltre 60.000 indirizzi.


Una “Grande Guerra” grandemente barbara
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