
Un “on the road” l’ultimo lavoro di Sorrentino. Un lungo viaggio che Cheyenne/Sean Penn affronta per ritrovare l’uomo che ha sepolto sotto la macchietta dell’ex rockstar di successo.
Un film lento all’inverosimile ma non certo soporifero. Da Dublino al New Messico seguiamo Cheyenne alla ricerca del rapporto con il padre, rapporto che ha interrotto all’età di sedici anni, ma soprattutto alla ricerca di se stesso.
Fino alla notizia della morte del padre Cheyenne si è stordito nel dolore convinto che il padre non lo amasse cercando di seppellire questo dolore sotto strati di cerone e rossetto, continuando a vestirsi come quando cantava e continuando a vivere delle royalites che derivano da quei suoi anni di successo indiscusso.
Cheyenne rifugge ma non abbandona quel mondo da rock star, fa di tutto per farsi riconoscere (look e trucco), ma quando qualcuno si ricorda di lui nega di essere l’ex fenomeno rock; è un personaggio quasi grottesco quello che intraprende il lungo viaggio alla scoperta dell’ossessione del padre e in questo suo viaggio Sean Penn non solo non è mai solo fisicamente ma ha due coprotagonisti: musica e tempo.
Ha bisogno di essere accompagnato e quando non si affida al carrello della spesa è il trolley la sua ancora che lo tiene legato alla casa nel suo andare attraverso l’America. Cammina come parla Cheyenne, lentamente trascina le parole come trascina i piedi, quasi non avesse più niente da dire e più niente da scoprire, mentre invece ha un’ossessione da seguire, quella del padre e sono tante le cose che deve ancora dire alla donna che per tutti questi anni gli è stata accanto e ha tenuto a freno la sua latente ma sempre presente depressione, la moglie che l’ama e l’ha amato e, particolare curioso, fa il pompiere di professione.
E’ depresso Cheyenne e, in una delle scene più coinvolgenti del film confessa all’amico David Byrne di sentirsi un fallito (forse perché non ha ancora imparato ad usare il suo tempo). E altri protagonisti a fianco di Sean Penn /Cheyenne, bambino ancora a 50 anni (“Non è vero, ma è bello che tu me lo dica”) sono la musica: colonna vertebrale del film e il tempo e l’uso che se ne fa.
Il testo della canzone dei Talking Heads dà il titolo al film ed è sempre la musica di David Byrne ,che ha composto l’intera colonna sonora e appare in un cameo,( «I Talking Heads sono stati l’ossessione della mia adolescenza»- confessa Sorrentino) a sottolineare ed evidenziare lo stato d’animo, la ricerca, la crescita di Cheyenne.
Per quel che riguarda il tempo abbiamo un tempo/ossessione quello del padre di Cheyenne, un tempo/rimorso quello di Cheyenne stesso, un tempo/attesa quello del nazista. Alla fine del film un Cheyenne finalmente uomo avrà anche imparato ad usare al meglio il suo tempo.
Cheyenne rischia di trasformarsi nella caricatura di una macchina priva di sentimenti, rischia di diventare una macchietta ma Sean Penn è sublime nella sua interpretazione, è perfetto in ogni istante delle due ore del film, anche quando sbuffa per rimettere a posto il ciuffo che ricade sempre sugli occhi bistrati.
La figura di Cheyenne, attraverso la fotografia di Luca Bigazzi, ha a tratti l’immobilità di un quadro i cui colori sembra emanino la calura del paesaggio desolato e bruciato del deserto. I lunghi piani sequenza tra deserti e praterie , molti primi piani di interni, come tanti i primi piani sui volti dei personaggi, sulle rughe e sugli occhi bistrati di Cheyenne, sulle sue labbra rosse danno, insieme alla musica, la cifra particolare del film.
E c’è tutto il suo passato fatto di situazioni irrisolte in quel trolley/appendice che si porta sempre dietro e c’è la speranza di una svolta che porti a soluzioni pacificatrici in un futuro prossimo e il primo passo verso la pacificazione è quello di fare sua l’ossessione del padre e chiudere così io cerchio che li aveva tenuti lontani per più di 30 anni. Basterà compiere la vendetta che ha ossessionato il padre umiliato nel Lager da un gerarca nazista, per risolvere e riempire uno spazio di tanti, troppi anni?
Parla poco Cheyenne che finge di non sapere a cosa porterà il suo viaggio “… no, non sto cercando me stesso sono in New Messico, non sono in India” ma le sue parole rivelano un’attenzione e una disillusione determinata anche dal senso di colpa che lo soffoca dopo la fine prematura di due dei suoi fan e potrebbe sembrare immemore o indifferente Cheyenne quado afferma “…il problema è che passiamo troppo velocemente dall’età in cui diciamo “farò così” a quella in cui diremo “è andata così”, ma sarà proprio questo passaggio da quello che avremmo voluto a quello che è che permetterà all’eterno bambino di crescere, che permetterà a Cheyenne di trasformarsi da triste , ridicola , macchietta in un uomo, finalmente libero da ossessioni e complessi di colpa, un uomo che diventa tale quando porta a termine la vendetta del padre non con la violenza del gesto, ma sottilmente rendendo l’umiliazione, ci mostra infatti il vecchio criminale nazista, nudo e tremante nella neve dell’Utah, perfetta personificazione della “banalità del male”.
E bene ha fatto Sorrentino a volere assolutamente Sean Penn come protagonista del suo film perché nonostante la sua bravura, riconosco che è uno dei migliori “giovani” registi che abbiamo, ma, come dice Cheyenne “Qualcosa mi ha disturbato, non so bene cosa, ma qualcosa mi ha disturbato…” e il film non mi ha convinto del tutto, l’ho trovato un perfetto esercizio di stile ma senza tutta l’anima che invece ha messo Sean Penn e forse è proprio quel “qualcosa” che ha spinto Sorrentino ad affidare il copione a Sean Penn che potrebbe ottenere l’ennesima candidatura all’Oscar per la sua interpretazione sofferta, a tratti stralunata, sempre un gradino al di sopra “dell’ umanamente possibile”.

Lascia un commento