L’ampia mostra pisana è un piatto che si gusta freddo, un caleidoscopio che si osserva con sguardo lucido, senza lasciarsi andare, affidandosi anche alle parole dell’artista (che i curatori hanno opportunamente inserito nel percorso espositivo).
Ho coltivato distintamente, a margine della mostra pisana al Palazzo Blu, il pensiero secondo cui accostarsi alle opere di Andy Warhol e cercare di comprenderle sia senz’altro fatica diversa da quella che s’ha da impegnare, per esempio, dinanzi alle tele di un Kandinsky o di un Cézanne. Warhol non assomiglia, infatti, ad alcuno degli artisti che occupano la scena della storia dell’arte prima di lui. Mi sono anche domandato dove risieda e quale sia, prima di tutto, la novità della sua produzione e in un certo senso mi sono subito risposto: non è tanto il ricorso ad una gamma davvero inusuale di tecniche espressive, quanto piuttosto l’anima, l’essenza stessa della sua espressione, che è squisitamente concettuale. E’ questa essenza che rende possibile l’utilizzo disinvolto e geniale di tecniche le più disparate, non viceversa. E Warhol non è un fotografo, un disegnatore, un grafico, un regista; egli è semplicemente un creativo, un creativo tout court e la sua creatività sembra averlo di volta in volta indirizzato alla scelta del mezzo espressivo che appariva più congeniale all’intuizione, all’idea del momento. Ci si può emozionare davanti alle serigrafie su legno delle “Brillo Boxes” (1964-68), al portfolio di dieci serigrafie su carta di “Flowers” (1970) o di “Sedia elettrica” (1971)? Forse è meglio domandarsi che cosa – prima e al di qua delle immagini – l’artista abbia voluto dire o consegnare al proprio pubblico. E’ sopraffino, è eccentrico, è narcisistico (nel senso migliore del termine) il suo gioco – una sfida ingaggiata a distanza, un modo di stravolgere e al contempo inverare la missione dell’arte, collocandola nella storia a sollecitare, ad incuriosire, ad interpellare l’intelletto piuttosto che il cuore, la riflessione più che l’emozione. Un’arte integrale, nel senso che in qualche modo fa tutt’uno con la vita ed è spettacolo, suggestione, provocazione; un’arte che produce vere e proprie icone, immagini-simbolo destinate a colpire l’immaginario collettivo e a perpetuarsi; in cui l’artista stesso si fa icona del proprio tempo e la sua evoluzione accompagna in forma inedita l’America della seconda metà del XX° secolo e la civiltà dei consumi, i miti contemporanei e lo star system.
Per tutte queste ragioni l’ampia mostra pisana è un piatto che si gusta freddo, un caleidoscopio che si osserva con sguardo lucido, senza lasciarsi andare, affidandosi anche alle parole dell’artista (che i curatori hanno opportunamente inserito nel percorso espositivo), per esempio in fatto di serialità come chiave di lettura di molte opere warholiane (“L’idea di America è formidabile, perché più una cosa è uguale all’altra e più è americana”), che finisce per infrangere la tradizionale gerarchia tra le cose – fermo restando che essa non è l’unico modo in cui la res può o è destinata a ‘perdersi’ (“Mi spaventa il fatto che osservando una cosa abbastanza a lungo questa perda il suo significato”). Colpiscono gli “Screen tests” (progetto nato nel ’64 e protrattosi per due anni, per il quale molti degli ospiti della ‘Factory‘ – famosi o anonimi che fossero – sono stati ‘ritratti’ con brevi cortometraggi in bianco e nero), alcuni per la sensualità (quello di “Baby” Jane Holzer per esempio) o per l’intensità (quello della bionda “Nico”); la fotografia come elemento di origine della sua produzione (“Porto con me la macchina fotografica ovunque vada. Avere un nuovo rullino da sviluppare mi dà una buona ragione per svegliarmi la mattina”); il disegno/illustrazione per le riviste (“Glamour”, “Vogue”, “Harper’s Bazaar” e la sua “Interview Magazine”), per la pubblicità, per libri e copertine di dischi long playing – un’attività iniziata negli anni ’50, ancor prima della sua affermazione, ma dove lo spirito di Warhol aveva già esibito il proprio genio.




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