Intanto si sospende e commissaria il governo della Catalunja e si toglie autonomia al parlamento fino al voto, entro 6 mesi pare, e le strade e le piazze ridondano di gente imbufalita. Che vuole a tutti i costi la totale autonomia.
Decine di migliaia di indipendentisti per i quali la decisione de Madrid è un colpo di stato.
Mala tempora currunt.
Podemos o non podemos? Parlem!
Se il Catalano proclama l’indipendenza rischia trentanni di galera.
Il nostro invece è un Referendum consultivo non vincolante politicamente, ma di grande impatto sull’opinione pubblica. E anche in soldoni.
Fra Martina e Salvini nasce una grande polemica sui costi. Ora, si può comprendere tutto, ma i referendum non li può esigere solo il Piddì.
Certo si poteva fare diversamente senza dispendio di sghei che ce ne sono tanto pochi. Si poteva trattare con il governo centrale.
Personalmente non amo i referendum che spesso risultano ostici e nebulosi se non criptici, ma questi due almeno sono chiari. O almeno dovrebbero esserlo. Sarei anche contraria alle regioni a statuto speciale. Dalle Alpi a Capo Passero. Che ci sono già e si fanno gli affari loro. Da tempo. Ma il mio parere conta quanto il due di picche.
La psudoautonomia delle regioni potrebbe essere, secondo i sostenitori, il faro da seguire per tutte le altre. Insomma una sorta di maestrine dalla penna rossa. E non si può negare che regioni pilota lo sono davvero. Comunque l’ autonomia amministrativa dovrebbe essere sancita dalle Camere.
Niente quorum in lombardia, quorum in Veneto. Tablet e voto elettronico in Lombardia schede cartacee in Veneto.
Il referendum in realtà propone di scegliere se dare o meno mandato a trattare con il governo per un ampliamento delle competenze con l’incremento del relativo finanziamento, dato che risulta squilibrato il rapporto tra fiscalità riscossa sul territorio e ciò che rimane in ambito regionale. Le quattro regioni italiane che incassano più di quanto spendono, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna e, naturalmente, Lombardia vorrebbero generare , come si è detto, energie propulsive. Tutte le altre sono in passivo o, come si usa dire, non virtuose. E potrebbero emulare le regioni pilota. Senza lasciarsi trainare ma diventando a loro volta autonome. Progressivamente.
Non è dunque tanto proficuo e forse neppure giusto deplorare il referendum lombardo-veneto come una mossa propagandistica a vantaggio politico della Lega, sostenendo che non avrebbe possibilità di essere considerato un evento positivo dalle istituzioni. O un pericoloso primo passo verso l’Indipendenza, con modalità più drastiche e violente contro l’unità nazionale o come un tentativo del Nord di affamare il povero Sud allo stremo di risorse, speranze e lavoro.
Nessuno vuole andarsene dall’Italia, ma tentare di trattenere e non indurre all’allontanamento le aziende dal territorio in una sorta di delocalizzazione perversa che purtroppo è sempre più in atto e in progress.
Finalmente Maroni e Zaia con maggiore forza, potranno aprire la trattativa con lo Stato che già la Costituzione consentiva fin dal loro insediamento.
Certo è che il voto del Veneto rischia di mettere in difficoltà la solidarietà nazionale. Non sarà facile trovare un bilanciamento tra la richiesta di maggiori competenze e risorse economiche per i veneti e l’interesse nazionale. Ai posteri l’ardua sentenza
Carla Ceretelli

L’Italia, a me sembra che sia un’ospizio di vecchi dove la memoria spesso vacilla. Mi ricordo che negli anni sessanta /settanta il Veneto era un Pazzo di San Patrizio, i soldi che lo stato a BUTTATO in quella regione erano assurdi, nascevano aziende tutte sovvenzionate ed anche li moltissime, fatti i propri interessi sparirono, infatti noi toscani dicevamo che il Veneto era la cassa del mezzogiorno del nord. e non finisce qui, molte di queste aziende andarono ad aprire fabbriche al sud, sempre con l’ apporto di contributi a fondo perduto ed anche qui toccata e fuga….perciò, prima di sentirsi primi della classe, non sarebbe meglio che facessero un pochino di esame di coscienza ?