Il vissuto sta nei segni materiali che vengono dall’uso. Che si tratti d’oggetti personali, arredi, soprammobili o ninnoli solo affidati alla nostra confidenza quotidiana, o oggetti di pubblica visibilità, case, auto o barche, i segni materiali dell’uso ne danno comunque la storicità da cui proviene la vera legittimazione della proprietà. Senza il vissuto la proprietà diventa un mero dato legale, e scansando le dispute tutt’altro che risolte tra proprietà e possesso, è il vissuto ad approssimare la cosa a noi, in quanto avvicinamento e proseguo del nostro corpo. Perché il senso di proprietà si estende lentamente, non scatta al momento del contratto, ma quando ne emerge la storicità attraverso i segni dell’uso che ci danno la misura di quanto noi abbiamo vissuto la cosa. La proprietà si instaura nel tempo, molto dopo il contratto ed esiste se ci continua e viene da noi. Nell’epoca dell’illusorio arricchimento collettivo acquistare e vendere per subito riacquistare crea un accumulo di proprietà senza storicità e memoria, senza il vissuto. La proprietà senza vissuto ci fa padroni di ciò che non si conosce, è molto simile alla razzia e al saccheggio legalmente incanalati in passaggi all’apparenza indolori e giuridicamente ineccepibili. Ma contro il vissuto, la cui assenza delegittima i fondamenti della proprietà nonostante il codice sia impotente a sapere e vedere, opera un’altra subdola ignominia, che è il restauro del vissuto sia pubblico che privato. Come per le diatribe tra proprietà e possesso, evitiamo di inoltrarci nelle contraddizioni del restauro del vissuto celato nel mito della conservazione delle opere d’arte, e restiamo al restauro del vissuto quotidiano, che determina il nostro accecamento temporale e storico, ora dopo ora, giorno dopo giorno. Prendiamo ad esempio canonico l’immagine delle nostre città, in un qualsiasi quartiere senza pretese architettoniche e urbanistiche, un quartiere residenziale di medio livello, nato nella cementificazione urbana degli anni sessanta-ottanta. Chi non ricorda tanti films neorealisti, Lamberto Maggiorani nella Trastevere scrostata, o Michel Simon nel bistrot fatiscente delle Halles, o Peter Lorre nella Düsseldorf di Weimar? Le città europee nei loro quartieri più disastrati rivelavano il vissuto, il vissuto doloroso di brutte vite in brutti agglomerati. Ciò oggi è impossibile, nell’Europa ossessionata da un passato che per lei non sarà più storia tutto deve essere restaurato e rinnovato. Un esempio fiorentino: dopo aver espulso migliaia e migliaia di proprietari a suon di euro perché nidificassero meglio e altrove, in un paese non ossessionato dal rinnovarsi non si esiterebbe un attimo a minare per chilometri quadrati una Novoli, uno sconcio urbanistico e architettonico permesso già in tempi lapiriani, quando le città dovevano veleggiare sul monte. Invece non solo Novoli viene restaurata e rinnovata, ma vi sono stati insediati gli uffici regionali, un polo universitario a imitazione delle periferie di Sironi e la caricatura un po’ kafkiana un po’ wagneriana del tribunale che giustificherà i futuri delinquenti a sghignazzare a ogni sentenza. Tutto ciò nasce dal restauro del vissuto pubblico e privato, dalla volontà di cancellare l’indecenza abitativa e edile per aspirare a un riscatto permanente dell’indecenza nel nuovo fasullo, nel vissuto restaurato e imbrattato dalle bande di muratori balcanici. Il nuovo così per l’ennesima volta svolge la funzione di regalarci sottocosto il pentimento catartico, perché il nuovo ha di per sé la funzione di assolverci e essere assolto. Mille ragioni contorte, non ultima la proprietà immobiliare atomizzata che paralizza ogni mutamento, permettono il restauro del vissuto, la sua trasformazione illusoria nel nuovo, con tutta l’alienazione pubblica e privata imposta da questo passaggio osceno anche alla stessa percezione della proprietà, la quale sembrando nuova si allontana dal nostro corpo, non è vera proprietà ma viene reiterata come un’arma da far valere contro la collettività. Nel distruggere il vissuto il nuovo del restauro distrugge i ritmi salutare e lenti dell’appropriazione, l’unico dato extraeconomico che possa davvero fondare e giustificare la proprietà. Invece la volontà d’un adeguamento temporale, di fissare l’oggetto nelle sue fattezze e funzioni originarie sbianca a macchia d’olio il vissuto e estende nel visibile il nuovo fittizio per renderlo coerente e presentabile col nuovo inventato nelle catene di montaggio. Così prosperano intorno a noi gli scenari di cartapesta e si consolida il legame nefasto tra la proprietà e il nuovo, ossia la proprietà di ciò che non ci è vicino e mai lo sarà, la proprietà che non diventerà mai emanazione del nostro corpo, ma solo il frutto d’un contratto in breve attesa d’altro contratto.
Marzio Siracusa

D’accordo su certe analisi,ma…”la proprietà immobiliare atomizzata che paralizza ogni mutamento” non sarebbe immagine del vissuto ?E la proprietà che è “solo il frutto d’un contratto ” non sembra più una raccolta del potere che un vissuto ? Non mi sembra che il cerchio venga quadrato bene. Più che restauro del vissuto io vedo una marcia travolgente di rinnovamento che ,facendo aggio sul vivibile e sul “progresso”,distrugge il vissuto.Inevitabile o meno che sia ( anche se è bene ricordare il vecchio ammonimento del “est modus in rebus”) ,in attesa che il nuovo si imponga alla massa ,non si capisce quale possa essere la soluzione possibile proposta.