
In questi giorni si torna a parlare di una famiglia alla quale sono stati tolti i figli, e come sempre la discussione si accende subito sul terreno più scivoloso che abbiamo: il confine tra libertà individuale e regole condivise. Da una parte il grido istintivo è “lo Stato non deve entrare in casa mia”. Dall’altra c’è un dato di realtà che non possiamo fingere di non vedere: viviamo in comunità che, nel corso dei secoli, si sono date leggi, consuetudini e un’etica minima per convivere senza sbranarsi a vicenda.
La rimozione di un minore dalla famiglia è sempre, o almeno dovrebbe essere, l’extrema ratio. Non è un successo per nessuno. Non per i genitori, non per i figli, non per i servizi sociali, non per lo Stato. È il momento in cui una comunità ammette che qualcosa, lungo la catena delle relazioni e delle responsabilità, si è spezzato. Ma proprio perché è un atto così grave, non lo si può ridurre a slogan sulla “libertà calpestata” o alla narrativa comoda del sistema cattivo che si diverte a smontare famiglie.
La verità è che la libertà, quella vera, esiste solo dentro un sistema di limiti. Non è una formula da manuale, è un fatto banale di vita quotidiana. Io sono libero di guidare, ma se decido che il semaforo rosso è un’opinione, non sto esercitando libertà, sto mettendo a rischio la vita degli altri. Allo stesso modo, sono libero di educare i miei figli secondo i miei valori, ma nel momento in cui quella “educazione” diventa violenza, abbandono, indifferenza o fanatismo che li danneggia, non è più libertà: è abuso travestito da principio.
Le nostre società, con tutti i loro difetti, non sono nate ieri. Sono il risultato di secoli di prove, errori, tragedie, guerre, compromessi. Non esiste un codice perfetto, ma esiste un impianto di regole, diritti e doveri che dice, in sostanza: i bambini non sono proprietà privata, non sono oggetti, non sono prolungamenti del nostro ego o della nostra ideologia. Hanno una loro dignità, un loro diritto a essere protetti. È qui che lo Stato entra in gioco ed è qui che molti si irritano. Perché tocca la zona più sensibile di tutte, quella in cui noi adulti ci sentiamo intoccabili: “i figli sono miei, decido io”.
No, i figli sono anche tuoi, ma non solo tuoi. Appartengono a una comunità che ha deciso, nel tempo, di non accettare più certe forme di violenza come “normali”, certe forme di incuria come “fatti privati”, certi fanatismi educativi come “scelte legittime”. Questa è coesione culturale ed etica: non una gabbia perfetta, ma un accordo di fondo su cosa non è più accettabile.
Chi invoca una libertà assoluta, spesso la immagina come uno spazio dove nessuno ti chiede conto di niente. Ma una libertà così, nella pratica, esiste solo dove non c’è Stato, non c’è diritto, non c’è welfare, non c’è rete di protezione. Esiste in quei pezzi di mondo dove se ti ammali muori, se sei povero rimani per strada, se subisci un torto non hai nessuno a cui rivolgerti. Nessun giudice, nessun assistente sociale, nessun sistema educativo. Libero, certo. Solo, completamente.
Il punto è proprio questo: nessuno ci obbliga ad accettare un sistema di regole. In astratto, puoi sempre inseguire un luogo dove lo Stato quasi non esiste, dove ognuno si arrangia. Il pianeta, purtroppo, è pieno di zone così. Ma se scegli di vivere dentro una società che si è data leggi, diritti, scuola pubblica, sanità, stato sociale, allora quella scelta non è gratis. Non puoi incassare i vantaggi del sistema e rifiutarne i presupposti di base quando ti danno fastidio.
Vuoi vivere in un Paese dove esiste un ospedale che cura tuo figlio senza chiederti il saldo in contanti alla porta, una scuola che gli insegna a leggere e scrivere anche se tu non potresti permettertelo, un giudice che interviene se qualcuno lo maltratta? Benissimo. Ma quel pacchetto include anche il fatto che qualcuno, un giorno, possa bussare alla tua porta per dirti: “Quello che stai facendo non è più accettabile, non per come ci siamo organizzati come comunità.”
Questo non significa che lo Stato abbia sempre ragione, né che i servizi sociali siano infallibili. Gli errori esistono, le ingiustizie pure, e devono essere denunciati, corretti, discussi in modo serio. Ma un conto è criticare gli abusi o le storture, un altro è contestare in radice il principio che una comunità si dia il diritto e il dovere di intervenire quando un bambino è in pericolo.
Se la tua idea di libertà educativa prevede la cancellazione totale delle regole comuni, il rifiuto della scuola, il disprezzo per le istituzioni, il taglio di ogni legame con la società in cui vivi, stai di fatto dicendo che vuoi i benefici di un mondo organizzato senza accettarne i vincoli minimi. È una contraddizione che non regge. O abbracci il patto, lavorando per migliorarlo da dentro, oppure scegli un altro contesto, dove il patto semplicemente non c’è. Ma non puoi pretendere che un sistema si pieghi a una logica che lo nega alla radice.
La coesione culturale ed etica non è un optional. È l’unica cosa che tiene insieme persone diverse, lingue diverse, storie diverse dentro lo stesso perimetro di diritti. Non è un dogma immobile, cambia, si aggiorna, si discute. Però ha un nucleo che non può essere smontato ogni volta che qualcuno si proclama “diverso” in nome di una libertà astratta. Perché ogni volta che spezzi quel nucleo, non stai solo rivendicando uno spazio per te, stai indebolendo la protezione dei più fragili. E tra i più fragili ci sono proprio i bambini.
La famiglia alla quale sono stati tolti i figli non è solo un “caso di cronaca”. È lo specchio di una domanda scomoda che riguarda tutti: quanto siamo disposti ad accettare che il nostro desiderio di autodeterminazione si fermi davanti al confine della sicurezza e della dignità dei più piccoli. Possiamo discutere sui dettagli, sui protocolli, sulle decisioni specifiche. Ma la cornice no: se scegliamo di vivere in un luogo che nei secoli si è dato regole, allora quel “patto” vale anche quando non ci conviene.
La libertà non è fare quello che si vuole, è sapere che qualsiasi scelta ha un prezzo. Rimanere dentro una società regolata significa accettarne non solo i servizi, ma anche i limiti. Il resto non è libertà, è solo ego travestito da principio.
Piero Terracina

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