Un’epoca difficile, la nostra, che sembra aver “rinunciato al cielo” e perduto il senso del sacro.
(a cura di Mariavera Speciale)

Un’epoca difficile, la nostra, che sembra aver “rinunciato al cielo” e perduto il senso del sacro. Ne sono espressione tanti esempi di architetture moderne destinate al culto cristiano spesso sacrificate all’estro individuale di chi poco conosce, o volutamente rifiuta, il significato degli spazi liturgici tramandato dalla tradizione. Impossibile concepire ancora cupole e volte che si slanciano verso l’infinito, e ancora più difficile immaginare di decorarle.
Nella sua osservazione Sgarbi non risparmia nessuno. Con il suo inconfondibile occhio critico si scaglia senza mezze misure contro le scelte “originali” che hanno portato in antiche chiese prepotenti monoliti moderni, violando l’armonia preesistente, spesso costituita dalla stratificazione di epoche diverse che pur lasciando un segno del loro passaggio non avevano mai turbato lo spirito di un luogo.
Tra i responsabili dello scempio delle chiese c’è però secondo Sgarbi anche un certo vento post-conciliare che ha voluto l’esclusione della lingua latina dalla liturgia e il ribaltamento degli altari, spostando il centro dell’attenzione da Cristo presenza viva sull’altare all’assemblea dei fedeli. Le nuove esigenze liturgiche hanno dato via libera alla fantasia di artisti e architetti, e allo stesso tempo allontanato il senso del mistero dalle funzioni sacre. Così, trasformata la liturgia in qualcosa di apparentemente comprensibile a tutti, accompagnata da musiche non sempre tanto solenni, il cristianesimo ha smesso di rappresentare per l’arte quel grande motore che era stato per secoli.
Ma è davvero definitivamente perduto il rapporto tra creazione artistica e trascendenza?
Ogni artista nella sua ricerca personale si rivolge all’assoluto, non solo nella sua aspirazione alla bellezza e alla perfezione, ma anche all’assoluto che percepisce dentro di sé e alla radice di quel convincimento. Per questa ragione l’artista, secondo Sgarbi, possiede una via d’accesso privilegiata al Divino. Egli non è semplicemente un mediatore, è la divinità immanente, “la divinità che cammina per strada”.
La ricostruzione della Cattedrale di Noto ha imposto una grande sfida a coloro che hanno accettato di confrontarsi con i temi della cristianità entro uno schema preordinato, pur non tradendo la loro arte. Un esperimento anacronistico per poter restituire splendore a un gioiello settecentesco senza tradirne l’anima né scadere in un’imitazione di maniera. Con grande umiltà gli artisti che hanno coraggiosamente “risposto a questa chiamata” hanno tentato di rendere possibile l’impossibile: ripetere se non proprio la totalità almeno “l’ombra” di un’esperienza artistica che sembrava perduta. Un’ombra che però ha la sua piena forma e che è espressione del tempo in cui viviamo. Così si è tornato a pensare alla possibilità di dipingere le cupole, a guardare verso l’alto e immaginare il cielo, e a plasmare figure umane di santi riconoscibili da quegli attributi che per secoli l’iconografia aveva tramandato. Il risultato è sotto i nostri occhi. Non è morta negli artisti la vocazione, la fede, il desiderio di fare arte sacra. Quello che manca oggi spesso è la committenza.
La sperimentazione all’interno del grande cantiere della Cattedrale di Noto ha rappresentato un momento importante per fare il punto sullo stato attuale dell’arte sacra e l’occasione per ripensare al Divino come impulso vitale per l’arte contemporanea, punto di partenza e suo compimento.
DAL SAGGIO DI VITTORIO SGARBI: “[…] Il principio di non sfuggire a una richiesta, tenere un vincolo iconografico che non diventi vincolo formale, ma soltanto contenutistico, come un elemento di continuità, stabilisce che gli artisti non portino superbamente se stessi dentro la chiesa. L’artista non sempre accetta di confrontarsi con il soggetto richiesto dalla committenza, ma fa diventare religiosa la sua iconografia. Questo è possibile, ma pensare, ad esempio, di avere una scultura di Pomodoro, che riproduce una scultura di Pomodoro, per una piazza così come per una chiesa, è una mortificazione del soggetto religioso rispetto a quello profano.
È evidente che i due devono rimanere distinti. È evidente che non si possa immaginare una Madonna astratta o un Padre Eterno astratto: si può rappresentare un concetto in cui ci sia un Dio che elude l’iconografia religiosa che è legata ai soggetti dati, ma nessuno ci impedisce, e nessuno impedisce a Dobrilla o a Bergomi, di fare un San Giovanni Battista. Non c’è bisogno di fare un San Giovanni Battista che sia una canna, quindi pura simbologia. San Giovanni Battista può essere e deve essere la sua forma così come alcuni scultori nel Novecento hanno mostrato, corrispondente perfettamente all’iconografia del Santo, anche perché il progresso dell’arte sacra consiste nell’interpretazione di formule figurative tradizionali e antiche, divenendone, per l’appunto, ombra.
L’ombra del Divino è dunque l’esaltazione della visione stilistica di ogni singolo artista e non la sua mortificazione; anzi, segna un momento nuovo e senza precedenti in tempi recenti, cioè la possibilità che l’artista rimanga se stesso all’interno dell’iconografia sacra rappresentando quell’ombra del Divino nella propria forma”.

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