C’era un’aria diversa sabato 27 luglio in quel vasto emiciclo circondato dagli imponenti hangar all’interno dei quali annualmente si celebra il rito della realizzazione dei carri del Carnevale di Viareggio.
Il palco sul fondo, le sedie a riempirne una parte e la gente che, alla spicciolata, entrava guardandosi intorno e, solo un attimo dopo aver ammirato i giganti di cartapesta alloggiati negli hangar, si cercava e si salutava con un’allegria insolita ed una gioia sincera quasi come increduli di essersi ritrovati dopo le settimane di lock down durante le quali, nell’incubo della pandemia, sembrava un sogno solo sperare di ricominciare a suonare e a cantare dal vivo.
Del resto, il martellare quasi ossessivo dei TG aveva suggerito prudenza, invitando a rinunciare, per quest’anno, a qualsiasi spettacolo dal vivo e moltissimi teatri avevano annullato le stagioni estive rimandando a momenti migliori. Tanti, troppi, a lasciare artisti, tecnici, giornalisti e pubblico in un desolante silenzio rotto solo da sporadiche performance on line.
Tanti ma non il Festival Puccini che, controcorrente, con un coraggio vicino all’incoscienza (ma glie ne siamo profondamente grati perché serve sia il coraggio che quel pizzico di incoscienza) ha deciso di realizzare, pur se informa ridotta, questa 66° edizione del Festival.
Un atto di grande valore perché restituisce ai tanti che vivono nello spettacolo e dello spettacolo quella possibilità di lavorare, di esprimere i loro talenti, di tornare in mezzo a quella gente che il virus ha isolato chiudendola nelle case e imprigionandola in un universo di paure ed incertezze.
Quando era stata data la notizia, non sembrava vera e in molti avevano scommesso che l’operazione non sarebbe andata in porto: cantanti, orchestrali, direttori, registi, tecnici, scenografi avrebbero certamente rinunciato di fronte all’improbo sforzo di creare eventi, in particolare le opere, con le restrizioni vigenti e poi la stanchezza e lo stillicidio delle informazioni che altalenavano tra progressi e regressi avrebbero certamente minato l’entusiasmo iniziale.
E invece… Invece quel palco e quell’orchestra che abbiamo trovato, e il via vai degli organizzatori, dei responsabili del Festival, dalla Presidente della Fondazione dr.ssa Maria Laura Simonetti, al neo direttore artistico, Giorgio Battistelli, al direttore musicale, Alberto Veronesi, ai sindaci di Viareggio e Lucca, Giorgio Del Ghingaro e Alessandro Tambellini, al direttore d’orchestra, M° John Axelrod, alla regista Valentina Carrasco, ci hanno fatto capire che ce l’avevano davvero fatta e che, almeno per quella sera, il COVID era stato sconfitto dalla musica e che finalmente si poteva tornare a sperare di riascoltare la musica dal vivo.
Era davvero bello quel “trovarsi di nuovo”, quel potersi parlare, pur dietro la mascherina, e magari toccarsi, col gomito come da decreto, o in modo più “illegale” ma tremendamente spontaneo ed emozionante.
Chi era presente quel sabato, in gran parte gli stessi che, anno dopo anno, si trovano prima nel foyer e poi sugli spalti del gran teatro Giacomo Puccini di Torre del Lago, sembravano diversi, gioiosamente uniti a festeggiare questo evento che sembrava impossibile, vicini e complici di una festa che andava ben oltre la rappresentazione del Gianni Schicchi in programma.
Davvero una magia che, almeno per quella sera, ha cambiato il volto alla normale ritualità della prima della stagione, regalando emozioni forti e facendoci sentire “fortunati” di essere lì, nonostante il virus ancora in agguato, nonostante le paure che ci accompagnano…
Già, Gianni Schicchi, l’unica opera “buffa” di Puccini, scritta, peraltro, nell’anno della morte della sorella, anch’ella vittima di un morbo feroce come la Spagnola.
Come poteva essere raccontato quest’atto unico nel quale il Compositore lucchese sfoggia tutta la sua ironia, tutto il suo sarcasmo, tutto il suo biasimo per quei sentimenti “piccini” come la gelosia, l’invidia, la diffidenza? Valentina Carrasco ha scelto la strada della contestualizzazione storica col momento che stiamo vivendo, enfatizzando, a volte bel oltre quanto ci si potesse aspettare, i difetti dei protagonisti che si trovano al capezzale del congiunto appena morto senza conoscerne la causa.
«Un uomo anziano muore da solo, senza l’addio di nessun parente. Isolato. I parenti avidi, spietati, pensano poco al vecchio ma tanto alla sua fortuna. – ci dice la regista – Dunque, questi parenti, oppressi del paranoiavirus fino alla esacerbazione, non vogliono avvicinarsi. Non sanno di cosa à morto Buoso ma sospettano il peggio. Tutto può essere fonte di contaminazione. Soprattutto il prossimo: l’altro è il nemico. Parapettati dietro tutte, mascherine, guanti e una infinità di attrezzi protettivi, cercano disperatamente una via di uscita».
Il risultato, da questo punto di vista, appare talvolta confuso nell’eccessiva gestualità e nell’enfasi espressiva ma raggiunge comunque il pubblico che ride e si appassiona di quei personaggi vestiti con tute e mascherine, che spruzzano disinfettante e si guardano in cagnesco ogni qual volta si avvicinano troppo l’uno all’altro, come ride delle immagini proiettate di titoli dei giornali, autocertificazioni e il Presidente del Consiglio in vesti inusitate. A mo’ delle comiche degli anni di Chaplin, i cantanti si muovono velocemente, disordinatamente, caoticamente, forse proprio come abbiamo vissuto prima del COVID in un frenetico parossismo che ci sembrava la normalità e che solo il repentino stop della pandemia ci ha fatto riesaminare in modo più critico.
Sul piano musicale, un plauso al M° Axelrod che ha guidato con grande sensibilità un’ottima Orchestra della Toscana regalandoci momenti di grande emozione per quella partitura che, erroneamente, tendiamo a leggere ed ascoltare solo come momento divertente. Puccini, da gran maestro, ha saputo giocare con tutte le nuance che la sua musica è in grado di evocare ed il direttore le ha colte e trasmesse con passione.
Sugli interpreti, non possiamo non riconoscere che le evidenti limitazioni dovute alla mascherina che hanno tenuto quasi sempre alla bocca, hanno limitato notevolmente l’esito della loro performance e quindi non è il caso di fare una “analisi critica” severa. Tuttavia, tutti hanno mostrato l’impegno e la dedizione con cui hanno preparato l’opera, tutti hanno cantato mettendoci voce ed anima e quando la prima poteva essere più fragile, la seconda dava la forza necessaria per andare avanti.
Ricordiamoli, tributando loro un grande applauso: Gianni Schicchi, Bruno Taddia, Lauretta, Elisabetta Zizzo, La Zita Rossana Rinaldi, Rinuccio Alessandro Fantoni, Gherardo Alberto Petricca, Nella Aurora Tirotta, Betto Pedro Carrillo, Simone Davide Mura, Marco Raffaele Facciolà, La Ciesca Chiara Tirotta, Maestro Spinelloccio/Ser Amantio di Nicolao Alessandro Ceccarini, Guccio Samuele Giannoni, Pinellino, Francesco Lombardi, Gherardino Nicholas Ceragioli.
Scene e Costumi: Mauro Tinti; Luci: Peter van Praet; Assistente alla Regia: Lorenzo Nencini.
Due toccanti momenti hanno fatto da prologo e da epilogo all’opera: l’omaggio alle vittime della strage di Viareggio ad 11 anni da quel tragico 29 giugno, alle quali è stato dedicato un minuto di silenzio e un’altro delicatissimo omaggio ad altre vittime più recenti.
Ad opera finita, al momento dedicato agli applausi e alla ribalta, gli artisti si sono fermati sul palco e la soprano Elisabetta Zizzo, Lauretta nell’opera, ha inaspettatamente intonato “O mio babbino caro” mentre volti di anziani, uomini e donne, scorrevano sul fondo. Erano i “babbini cari” che in Italia e nel mondo il COVIT ha portato via dalla case, dalle residenze per anziani, dalle strade, spesso negando alle famiglie la possibilità di un ultimo abbraccio, delle esequie, della vicinanza.
In un attimo la mente è corsa a quegli angoscianti comunicati di morte, alle immagini dei camion militari che trasportavano le bare, alle lacrime dei familiari che non avevano potuto vedere, in vita, i loro congiunti.
È stato un attimo ma interminabile e struggente, poi il clima è tornato ad essere quello che avevamo trovato all’inizio, gioioso ed ottimista; la musica non si ferma più, lo chiedono in troppi e questa serata ha dimostrato che è possibile viverla in sicurezza.
La 66° edizione del festival vedrà nel mese di luglio questi appuntamenti: 10 luglio – CI SONO GIORNI CHE NON ACCADONO MAI di Valeria Cappelli con Sergio Castellitto e Isabella Ferrari. Musiche di Ennio Morricone. 11 luglio – LA VOCE DELLA LUNA di e con Stefano Massini, Orchestra del Festival Puccini diretta dal M° Alberto Veronesi. 13 e 14 luglio – AGLI ASTRI E AL CIEL Prima esecuzione assoluta di nuove composizioni ispirate all’opera Tosca dei compositori italiani. Voce recitante Stefania Sandrelli. 18 luglio – TEMPI MODERNI di Charlie Chaplin; proiezione del film con l’esecuzione dal vivo dell’Orchestra del festival Puccini diretta da Timothy Brock.
Per tornare a vedere l’opera dovremo aspettare agosto: il 6 e il 14 TOSCA con la regia di Stefano Monti e la direzione di Alberto Veronesi; l’8 e il 21 MADAMA BUTTERFLY con la regia di Manu Lalli e la direzione di Enrico Calesso.
Stefano Mecenate
Der Komponist Giorgio Battistelli, 1953 in Albano bei Rom geboren, verbindet seit mehr als zwanzig Jahren die musikalische Experimentierlust mit sinnlicher BŸhnenwirksamkeit.Honorarfrei lediglich fŸr AnkŸndigungen und Veršffentlichungen im Zusammenhang mit obiger BR-Sendung bei Nennung: Bild: BR/Klaus Voswinckel. Andere Verwendungen nur nach entsprechender vorheriger schriftlicher Vereinbarung mit dem BR-Bildarchiv, Tel. 089 / 5900 10580, Fax 089 / 5900 10585, Mail Pressestelle.foto@br.de









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