Coltano. E’ un paese di 500 anime, anima più anima meno, gettato come un chicco di riso in mezzo alla campagna, schiacciato fra Pisa e Livorno. Un tempo era fiorente, molto fiorente: là vi era l’epicentro toscano dell’Opera Nazionale Combattenti, sotto la quale vennero avviate le grandi bonifiche di mussoliniana memoria. Il territorio coltanese, dintorni compresi, era stato fino ad allora solo una palude: la villa che vedete nella foto qua accanto fu costruita ai tempi di Cosimo de’ Medici, che volle farsi un villino di caccia per dedicarsi a quella che era una delle attività preferite dai nobili: l’arte venatoria. Per secoli l’acquitrinosa Coltano fu terreno di caccia dei Medici e dei Lorena loro successori; le terre emerse iniziavano solo qualche chilometro più in là, in una zona sabbiosa che proprio per tale motivo venne chiamata Le Rene. Dalla parte opposta vi era l’immensa pineta del Tombolo, che in epoca medioevale aveva contribuito insieme ad altre foreste alla costruzione della flotta di Pisa repubblica marinara. Tuttora la pineta, ovviamente ridimensionata, sopravvive insieme ad un po’ d’acquitrino: nel secondo dopoguerra Tombolo era famosa per gli americani (che ancora vi hanno una base: si tratta della celeberrima Camp Darby), oggi per il campo nomadi creatovi nel 1990 (da allora le giunte che si sono succedute a Pisa vi hanno più volte messo mano, ma sempre con risultati al di sotto delle aspettative).
I lavori di bonifica, iniziati nell’ultimo scorcio dell’Italia liberale, nel primo dopoguerra, proseguirono con maggiore attività negli anni successivi, con l’avvento del fascismo. Nel 1921, sotto il governo Nitti, erano state fatte le prime canalizzazioni per il deflusso delle acque e realizzato un piccolo impianto idroelettrico, collegato alle dighe costruite proprio per regolare il funzionamento dei canali sopra detti. Questo impianto idroelettrico è tuttora esistente e rappresenta, insieme a quelle dighe e a quelle canalizzazioni, un pregevole esempio di archeologia industriale che finora non ha beneficiato di una doverosa valorizzazione. Giova ricordare che le turbine di questo impianto continuarono a ricoprirsi di gloria anche nel secondo dopoguerra (1946) quando, mancando completamente l’elettricità in zona così come nei dintorni per ovvie ragioni, la loro esistenza si rivelò provvidenziale e fu giocoforza impiegarle. Pisa deve molto a queste antiche dinamo e non lo sa o, se lo sa, se ne cura molto poco: è un peccato.
In epoca fascista vennero costruite le prime case per ospitare famiglie di coloni dal Veneto, dalla Romagna, dalle Marche; la mia, datata 1927-1928, è una di queste. Sono grezze e squadrate case contadine che nel corso del tempo molti proprietari hanno trasformato in vere e proprie ville. A questa prima generazione di case vaste e rettangolari seguì, negli anni ’50, durante la nuova gestione dell’ONC, una seconda generazione di abitazioni più piccole e curate: vagando per Coltano è facile imbattersi tanto nelle une quanto nelle altre, nel raggio di un centinaio di metri.
In seguito l’Opera Nazionale Combattenti fu sciolta e le abitazioni e le terre affidate ai coloni vennero riscattate da quest’ultimi, che poterono così decidere liberamente cosa farsene. Qualcuno se ne andò vendendo la casa e la terra ad altri, nuovi venuti (e la mia famiglia fu tra queste: venne qui nel 1969), qualcun altro preferì rimanere. Così praticamente le cose sono andate avanti fino ad oggi.
Nel 1975 venne fondata la Cooperativa Agricola Le Rene: una cooperativa rossa (siamo in una zona di tradizionale predomio del Pci e dei partiti che gli sono succeduti) che, partendo inizialmente con pochi mezzi e pochi soci, è divenuta passo dopo passo la più grande dell’Italia centrale. Qualche volta mi è capitato persino di trovare la sua pubblicità sulle pagine dell’Unità: riceve appalti da più di un comune (a cominciare proprio da Pisa) e ha proprietà immobiliari, fra le altre cose, anche nell’Arcipelago Toscano, a Capraia e dintorni. Oggi, a Coltano, non si muove foglia che la Cooperativa Le Rene non voglia (insieme ad altri due o tre grandi proprietari privati, coi quali di fatto si spartisce il territorio e la vita economica coltanesi lasciando agli altri solo le briciole).
In parole povere, questi sono gli equilibri che si sono affermati a Coltano a partire dagli ultimi venti o trent’anni. La Coop Le Rene e le altre due o tre grandi famiglie hanno comprato sempre più terreni, dandosi dapprima alle colture industriali (la barbabietola, il girasole, il grano, il mais, i legumi per uso zootecnico, ecc) e in seguito limitandosi soprattutto a prendere i contributi europei per l’agricoltura che venivano dati a tutti coloro che, rinunciando a coltivare, lasciassero le loro terre a riposo (l’Unione Europea, per evitare la sovrapproduzione agricola e quindi il crollo dei prezzi dei prodotti, preferisce pagare i produttori affinchè non facciano nulla e dato che per loro il guadagno è il medesimo, al gioco ci stanno assai volentieri). Ma, poichè negli ultimi anni nuovi paesi sono entrati a far parte dell’UE (la Romania, la Bulgaria, la Polonia, l’Ungheria, ecc) ottenendo una quota significativa di contributi economici per l’agricoltura fino ad allora riservati solo ed esclusivamente ai vecchi Stati membri, ne è conseguito che tanto la Coop Le Rene quanto le altre famiglie che si spartiscono Coltano abbiano dovuto inventarsi nuove fonti di sostentamento. Non è stato difficile: all’agricoltura è così succeduto l’agriturismo.
La Cooperativa Le Rene ha diversificato sempre di più le proprie attività, non soltanto in campo turistico; le altre due o tre famiglie hanno fatto altrettanto, chi ripulendo un vecchio lago fino ad allora impiegato per l’irrigazione dei campi trasformandolo in un’attrattiva turistica con tanto di posteggio per i camper e bar ristorante, chi aprendo un altro ristorante con pista asfaltata per gli allenamenti di ciclismo, e così via.
Ma evidentemente tutte queste iniziative non sono bastate. C’è la necessità di attirare un flusso turistico maggiore e di dargli, conseguentemente, anche maggiori spazi ed attrattive. Così, sotto la pressione della Coop Le Rene e delle grandi famiglie (è superfluo dire che i loro rapporti col Parco Naturale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli di cui anche Coltano fa parte, col Comune e con la Provincia di Pisa siano ottimi) la giunta comunale pisana ha varato, con la larga maggioranza del consiglio comunale a favore, un nuovo piano per Coltano volto a farne un immenso benessere ed alberghiero. Tutto il centro di Coltano sarà cambiato: i vecchi palazzi di epoca medicea e di epoca liberale-mussoliniana potranno essere completamente trasformati, in barba ai vincoli delle Belle Arti, del Parco Naturale e via dicendo (vincoli che però, al medesimo tempo, continuano a rendere la vita impossibile al “piccolo” coltanese che volesse costruirsi una tettoia in giardino per parcheggiare la macchina: ma si sa che i grandi possono fare tutto e i piccoli niente). Da magazzini e stalle qual’erano, diventeranno alberghi, centri servizi e centri benessere. Certo, questi palazzi hanno bisogno di una riqualifica e così come sono ora non possono proprio andare avanti; ma deturparli come previsto nel progetto non va altrettanto bene. In più, per dare spazio a queste meraviglie, c’è il rischio che verranno sfrattate un po’ di famiglie che vi abitano in affitto (la proprietà è della Coop Le Rene, che rilevò i beni della defunta ONC). Ecco due buoni motivi, a mio avviso, per non apprezzare ed approvare questo progetto.
Al tempo stesso il sindaco dice che i Rom saranno mandati via dal campo nomadi di Tombolo: peccato che su questo campo vi siano stati spesi miliardi solo un anno fa, per ristrutturarlo completamente. A questo punto non si poteva risparmiare tale sperpero? Ma si sa, sono soldi di provenienza europea: e io ho il sospetto che questo “inutile sperpero” sia servito a qualche amministratore per intascare una bella differenza. Di più: adesso che il campo nomadi è formato da piccoli alloggi con quasi tutti i comforts, ho il timore che qualcuno proporrà di trasferire i coltanesi sfattati dalle loro abitazioni in questi nuovi bangalow abbandonati dai nomadi. Mica ci sarebbe da stupirsene, dopotutto. Dubito comunque che riusciranno a mandar via i nomadi, e al tempo stesso dubito che i coltanesi si faranno prendere tanto facilmente per il naso.
In ogni caso, questo progetto sarà sostenuto da ingenti finanziamenti europei: quanto ci vogliamo scommettere che, anche in questo caso, chi gestirà le redini della trasformazione di Coltano ci farà la cresta? Ho già i miei sospetti sui nomi, ma tanto chi avrà letto con attenzione ciò che ho scritto avrà sicuramente capito a chi mi sto riferendo.
Tanto per non perdersi nulla, la giunta pisana insieme alla Coop Le Rene ha pensato di rilanciare la gloriosa storia di Coltano anche nel campo della radiofonia. Gli appassionati lo sapranno: a Coltano aveva sede la villa di Marconi (nella foto a lato potete vedere ciò che ne rimane) nella quale l’illustre scienziato, premio Nobel, condusse molti dei suoi più importanti esperimenti. Intorno a questa abitazione sorse quella che negli anni ’30 era la più grande stazione radio d’Europa; poi, con la guerra, tutto venne distrutto, le grandi antenne che comunicavano col resto del mondo furono abbattute e la gloriosa Villa Marconi diventò un’abitazione come tutte le altre. Infine venne abbandonata e data in consegna alle erbacce. Stando a quanto dichiarato dalla giunta, dal prossimo anno Coltano cambierà nome diventando, in onore al suo illustre abitante, Coltano Marconi: io, francamente, che qui c’è stato Marconi lo terrei ben nascosto. Un turista viene per vedere la Villa di Marconi aspettandosi di vedere, che so, un museo dedicato alla storia della radio e all’illustre personaggio e invece cosa ci trova? Quattro mura vecchie e un tetto mezzo crollato, con gli arbusti che crescono dove un tempo c’era il pavimento: è così che si onora la memoria di Guglielmo Marconi? Sinceramente ne dubito. Nascondiamo e neghiamo l’esistenza di Marconi a Coltano fin tanto che questo scempio non sarà stato rimediato; solo quando Villa Marconi sarà ritornata agli antichi splendori (se mai ci ritornerà) ospitando al suo interno un museo dedicato alla persona di Guglielmo Marconi e alla storia della sua invenzione, allora potremo anche pensare di ribattezzare questo paese, terra di future speculazioni, come “Coltano Marconi”.
Filippo Bovo.

Letto con piacere, la bonifica e la discesa dei “veneti”, la mia storia.
Articolo intelligente, senza sbavature e ben scritto.