Liberare la liquidità monetaria per far fronte alle emergenze sociali e climatiche e cercare di liberarsi dall’egemonia del dollaro statunitense. Queste sono le ambiziosi sfide che le potenze del Sud del mondo si sono imposte. Il vertice per «un nuovo patto finanziario mondiale» svoltosi a Parigi il 22 e 23 giugno 2023 ha evidenziato il divario tra i paesi ricchi e i paesi del Sud.

Questi ultimi hanno un enorme bisogno di finanziamenti per affrontare la crisi climatica che li sta colpendo duramente e di cui non sono direttamente responsabili, ragion per cui i paesi del Sud hanno chiesto una riforma del sistema finanziario internazionale, largamente dominato dagli Stati Uniti, e l’introduzione di nuovi strumenti che consentano loro di finanziare la transizione ecologica. In particolare, il riferimento è indirizzato all’utilizzo di uno strumento ideato dal Fondo monetario internazionale (Fmi): i diritti speciali di prelievo (Dsp). In linea teorica, i Dsp sono una forma di credito concessa ai paesi in base alla loro quota nel capitale del Fmi per completare le riserve ufficiali di valuta estera delle banche centrali. Sono quindi uno strumento a disposizione degli Stati per finanziare le loro transazioni estere. La loro creazione, nel 1969, discende dal cattivo funzionamento del sistema monetario internazionale (Smi) nato con gli accordi di Bretton Woods, nel 1944. All’epoca, gli Stati uniti impongono il dollaro come valuta chiave del Smi, tanto da rappresentare uno dei principali pilastri della pax americana instaurata dopo la seconda guerra mondiale. Invano l’economista Keynes, opponendosi all’idea del dollaro standard che considerava irrealistico a lungo termine, propose la creazione del bancor: una moneta veramente internazionale. Keynes non si sbagliava, molto presto, il funzionamento del Sistema monetario internazionale basato sulla potenza del dollaro inizia a mostrare le sue pecche, con periodi di carenza di liquidità alternati ad altri di eccesso di dollaro nell’economia mondiale, creando un pesante squilibrio. Ed ecco che entrano in gioco i Dsp, caratterizzati dalla loro neutralità politica in quanto strumento di liquidità internazionale; l’offerta di Dsp non dipende dalla situazione della bilancia dei pagamenti statunitense, essa è gestita a livello multilaterale, sotto il controllo del Fmi. Secondo questa visione, i Dsp potrebbero essere visti come una fonte di liquidità monetaria internazionale complementare o addirittura alternativa al dollaro. Una piccola rivoluzione arriva alla Cop21 di Parigi nel 2015, riguarda i Dsp verdi, da utilizzare per alimentare il Fondo verde per il clima gestito dalle Nazioni Unite e destinato a finanziare l’adattamento dei paesi del Sud alla transizione energetica. Se attuati ai Dsp verdi vi contribuirebbero ventuno paesi – tra cui la Cina – responsabili della quota principale delle emissioni di Co2. Questi paesi trasferirebbero al Fondo verde una parte delle proprie riserve di cambio, detenute dal Fmi sotto forma di Dsp. L’utilizzo di queste risorse verrebbe deciso da chi le fornisce, in modo del tutto indipendente dal Fmi. I Dsp verrebbero così utilizzati per garantire i necessari trasferimenti finanziari Nord-Sud, legati alla transizione energetica. Sarebbe un modo per contribuire a saldare parte del debito ecologico dei paesi del Nord. Ma la condizione necessaria per l’accettazione della proposta è il vero riconoscimento da parte di questi ultimi delle proprie responsabilità storiche nei cambiamenti climatici.
Ad onor di cronaca, nonostante il peso del dollaro nello Smi sia diminuito, il biglietto verde continua a dominare la scena economica mondiale. Secondo i dati pubblicati dalla Banca dei regolamenti internazionali, il dollaro è ancora di gran lunga la valuta più utilizzata nelle transazioni estere (44%, contro il 16% dell’euro, 18% dello yen e appena il 2% del renminbi). L’uso internazionale della valuta cinese è ancora poco sviluppato e si colloca all’ottavo posto, molto indietro rispetto al dollaro e all’euro. In queste condizioni, è pressoché improbabile che gli USA rinuncino alla loro posizione dominante. Lo testimonia la loro recente politica di sanzioni extraterritoriali contro i paesi europei e la Russia, basata sull’uso internazionale del dollaro e volta a difendere gli interessi strategici e commerciali. Ma l’arrivo dell’economia digitale e delle sue innovazioni nel campo monetario può giocare un ruolo importante di radicale cambiamento. La Cina ha preso l’iniziativa con la sua moneta digitale della banca centrale – l’e-yuan – introdotta in occasione delle Olimpiadi invernali del 2022 e che il paese intende utilizzare per controbilanciare il potere del dollaro, creando collegamenti con monete digitali delle banche centrali di altri paesi partner in Africa e Asia nell’ambito delle nuove vie della seta. Da parte sua, l’UE ha deciso di lanciare un progetto di euro digitale nel 2024, che faciliterà il ruolo internazionale della moneta europea. La questione della coesistenza di queste monete digitali potrebbe essere al centro della futura (ri)generazione ex nihilo del sistema monetario internazionale. Sarebbe un primo passo verso un rinnovamento del sistema monetario internazionale in una direzione simile alle proposte di Keynes.
Raffaele Schiavone

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