
“L’Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli”, sono parole dell’articolo 3 del Trattato sull’Ue che non potrebbero essere più chiare.
L’Unione nasce come progetto di pace per mettere fine a secoli di guerra che hanno insanguinato la storia del vecchio continente e, nel secolo scorso, scatenato due conflitti mondiali. Missione compiuta se si guarda alla situazione interna, non altrettanto se guardiamo a quanto succede a ridosso dei confini europei per non parlare di regioni più lontane che, comunque, in un modo o nell’altro impattano sul nostro quotidiano.
Come attore di pace sulla scena mondiale l’Ue si è spesso rivelata debole, inefficace o assente con la lodevole eccezione, spesso sottovalutata, del processo di allargamento. Anche a casa nostra, tuttavia, non manca l’eccezione. Basta volgere lo sguardo a Cipro, Paese che fino allo scorso dicembre ha coordinato per rotazione semestrale gli affari europei. L’Ue non ha responsabilità dirette nel conflitto che ha sconvolto l’isola negli anni sessanta all’indomani dell’indipendenza dalla Gran Bretagna ma lo ha “ereditato” nel 2004 quando la Repubblica di Cipro è entrata ufficialmente a far parte dell’Unione.
Dal 1974, anno dell’invasione dell’isola da parte dell’esercito turco, Cipro è spaccata in due: nella parte settentrionale l’auto-proclamata Repubblica Turca di Cipro Nord, nel resto del paese l’unico governo considerato legittimo dalla comunità internazionale. Dal punto di vista etnico a nord vivono i turco-ciprioti mentre i greco-ciprioti risiedono nell’altra parte. Il processo di integrazione europea avrebbe dovuto fungere da catalizzatore favorendo la riunificazione dell’isola ma così non è andata. Anni di laboriosi negoziati fra le parti sotto l’egida delle Nazioni Unite avevano prodotto un piano di pace, il cosiddetto piano “Annan” dal nome del Segretario Onu dell’epoca, ma la comunità greco-cipriota, al contrario di quella turco-cipriota, l’aveva bocciato a stragrande maggioranza con il referendum tenutosi nell’aprile del 2004, poco prima dell’ingresso nell’Ue.
L’Unione si è così ritrovata suo malgrado con un Membro dimezzato, paralizzato da un conflitto congelato di cui è diventata indirettamente e involontariamente parte. Ogniqualvolta Bruxelles proponeva qualche misura per alleviare l’isolamento dei turco-ciprioti scattava il veto di Nicosia, sostenuta da Atene. Nel 2017 altro tentativo delle Nazioni Unite a Crans-Montana, in Svizzera, e nuovo fallimento, soprattutto a causa, ancora una volta, della rigidità della parte greco-cipriota. Seguono anni di impasse diplomatica con il presidente della Turchia Erdogan che chiede con forza, a questo punto, il riconoscimento internazionale di Cipro Nord mettendo fine ad ogni ipotesi di un’unica impalcatura statale bi-nazionale e bi-zonale su base federale come proposto dall’Onu.
Poi alla fine dello scorso anno Tufan Erhurman si afferma a sorpresa alle elezioni presidenziali della comunità turco-cipriota rilanciando il processo di riunificazione. Cambia, nel frattempo, anche il contesto geopolitico con il disgelo delle relazioni fra Turchia, unico paese a riconoscere Cipro Nord, e Ue. Dopo molti segnali incoraggianti la scorsa settimana il segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres si è recato in visita ufficiale a Nicosia per colloqui esplorativi con le due parti per verificare se esistono le condizioni per rimettere in moto il processo di pace. Nei mesi precedenti era stata Maria Holguin, l’inviata personale di Guterres, a lavorare a fianco le due fazioni per limare gli spigoli.
Sorrisi, strette di mano e abbracci di fronte ai media con foto cerimoniali ma risultati dubbi dietro al paravento delle parole. Qualcosa si è mosso a partire dalla rinnovata volontà delle due comunità di riprendere il dialogo ma prima di arrivare a nuovi negoziati la strada appare ancora incerta. Per adesso c’è l’impegno di Guterres di convocare una riunione allargata fra le due parti e le tre potenze garanti dell’indipendenza dell’isola, Grecia, Turchia e Gran Bretagna, per fare il punto della situazione.
Il seguito, tuttavia, è ancora tutto da decifrare. Da voci filtrate alla stampa Holguin sembra stia elaborando un piano per uno stato ibrido tra l’assetto federale e il confederale per compiacere entrambi i lati. Qualcuno ha evocato il modello bosniaco ovvero, paradossalmente, quello di uno stato che, di fatto, non funziona a causa dei veti incrociati e non riesce a riformarsi. Smuovere i greco-ciprioti, però, non è facile visto che dovrebbero rinunciare all’odierno monopolio condividendo la rappresentazione della Repubblica di Cipro sia alle Nazioni Unite che nell’Ue oltre ai nuovi organi di governo. L’Unione, intanto, assiste interessata nominando un suo inviato speciale per Cipro nella persona di Raffaele Fitto, attuale vice-presidente della Commissione europea. Sperando di cancellare finalmente dal proprio curriculum diplomatico la macchia di ospitare la missione di peace-keeping più longeva delle Nazioni Unite, quella stanziata dal 1964 a Cipro.
Paolo Bergamaschi
(da Vita.it)

Lascia un commento