
C’è un momento nella politica internazionale in cui le coincidenze iniziano a somigliare terribilmente a una sceneggiatura già scritta. E quando a muoversi sono gli Stati Uniti quel copione tende a seguire un ritmo piuttosto familiare: un’area instabile, una leadership contestata, risorse strategiche a portata di mano e, dietro le quinte, un’industria bellica che non conosce crisi di vocazione. È in questo contesto che il Venezuela torna a scalare l’agenda americana, come un vecchio dossier rimasto troppo a lungo nel cassetto. Certo, sarebbe riduttivo liquidare tutto come semplice appetito industrial-militare. Possiamo dunque vestirci da analisti e parlare delle accuse di brogli rivolte a Maduro, dei cartelli della droga che attraversano il confine come se fosse un tornello della metro, dell’esercito statunitense sempre pronto – almeno nell’immaginario – a proteggere i più vulnerabili. E poi inutile girarci attorno: il Paese siede sopra giacimenti energetici tanto vasti quanto appetibili. Insomma il quadro è complesso ma la somma delle parti disegna un’attrazione irresistibile per Washington. E non dimentichiamo la logistica. Per decenni gli Stati Uniti hanno dovuto proiettare la propria “difesa della democrazia” a migliaia di chilometri: Vietnam, Iraq, Afghanistan, Medio Oriente…un elenco che sembra più un interminabile estratto conto militare. Ora, invece, si profila un teatro potenziale molto più comodo: un Paese ricco di risorse, politicamente fragile, e soprattutto a un tiro di schioppo. Per un apparato che vive di efficienza è quasi un sogno: il conflitto vicino casa costa meno e rende uguale. La comunità internazionale, intanto, sembra distratta. La Cina è impegnata a gestire la tensione su Taiwan, l’Europa arranca tra emergenze interne, e l’India si perde nella sua complessità multietnica. Nessuno sembra avere tempo, o voglia, di occuparsi del Venezuela. Un vuoto che a Washington viene spesso interpretato come un invito. Trump, dal canto suo, si muove come un amministratore delegato più che come un ex presidente: discorsi brevi, slogan affilati e la solita glorificazione dell’arsenale americano – costoso, certo, ma presentato come affidabile quanto un frigo anni ’50. E mentre le “operazioni a bassa intensità” mantengono attiva la catena di montaggio, le grandi opportunità arrivano solo quando si apre un nuovo fronte geopolitico significativo. Con il conflitto russo-ucraino in fase discendente molti produttori d’armi guardano al Venezuela con la stessa attenzione con cui un investitore guarda un mercato emergente. Il Paese latinoamericano già provato da crisi economica e instabilità politica rischia così di diventare la casella perfetta nel grande risiko internazionale. Nei corridoi riservati del potere, dove il volume delle lobby supera di gran lunga quello dei discorsi ufficiali, qualcuno sussurra che sia il momento di aprire “nuovi spazi di intervento”. E come insegna la storia quando l’industria bellica chiede, qualcuno finisce sempre per ascoltare.
Il resto? Lo vedremo presto. Perché ogni volta che Washington parla di “stabilità regionale”, conviene sempre controllare due cose: il livello delle scorte di petrolio…e il calendario elettorale americano. Il Venezuela potrebbe davvero diventare il prossimo capitolo. E chissà: magari questa volta almeno risparmieranno sulle spese di viaggio.
Angelo Santoro

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