Partiamo da alcune note per raccontarvi cosa si è respirato al Lido in questi 12 giorni.
Venezia 2010 NO
Il cantiere fermo per il futuro Palazzo del cinema e la conseguente mancanza di una sala.
Gli orari che lasciavano spazi vuoti adatti per la riflessione ma che spesso facevano coincidere altri film che avresti voluto vedere
L’hotel des Bains chiuso per ristrutturazioni, riaprirà in parte trasformato in appartamenti di lusso. Cosa resterà dei saloni che hanno visto Visconti girarvi morte a Venezia?
La tromba d’aria che ha sconvolto il Lido spezzando gli ombrelloni della terrazza del Casinò.
La pioggia diluviale che ha allegato la sala stampa mettendo in fuga giornalisti e addetti.
Il mercato di Toronto troppo vicino come date alla Mostra di Venezia, che svuota di critici il Lido a pochi giorni dal finale.
La Festa di Roma che costringe ad una riduzione di opere da presentare. Da notare che la Festa di Roma nasce pochi anni fa come giocattolo di un sindaco, è pompata dalla stampa romacentrica e non ha certo alle spalle la storia di quello che è nato nel 1936.
Venezia 2010 SI
Le code. Ridotte rispetto ad altri anni ma sempre da fare per entrare in qualunque sala. Durante le code scambi opinioni sui film appena visti, si aprono dibattiti, si scoprono particolari che erano passati inosservati, ritrovi i cinefili e gli addetti ai lavori che avevi lasciato un anno prima e rinnovi l’amicizia che ormai porta a cercarti con gli occhi per segnalare la presenza in cima o in coda alla fila.
La scelta dei film: vado a naso, non leggo prima la presentazione sul catalogo, mi baso a volte sulla cinematografia, a volte sul nome del regista, a volte ancora sul titolo.
La scelta delle sezioni collaterali: scoperte piacevoli nella sezione Autori e nella settimana della Critica.
Tante donne sia attrici che registe e questo non farebbe notizia se non si aggiungesse il particolare che sono brave e ne parlerò più diffusamente commentando i loro film.
Il Direttore Marco Muller, il signore della mostra, grazie anche al suo staff. Aleggia appena sfiorato dalla fatica, appena sfiorato dagli anni, ancora pieno di entusiasmo dopo sette anni di direzione mentre si appresta ad affrontare l’ottavo. Un signore che si ferma a salutare i vecchi amici, appena esce per un attimo dai vortici della fatica, che ti bacia la mano e ti fa una sorta di inchino anche se non sei né Nathalie Portman, né Jessica Alba, ti fa sentire un’ospite gradita e ti regala ore e ore di film più o meno belli, ma lui ce l’ha messa tutta.
Prima di cominciare ad occuparci dei film due parole su Quentin Tarantino il presidente della giuria più amato e ricercato nei giorni del Festival e più fischiato subito dopo l’assegnazione dei Leoni. Certo, volendo parlare politichese mai presidente di giuria fu più coinvolto in un vero e proprio conflitto di interessi.
Viene il dubbio che avesse già deciso chi premiare perché ancor prima che la kermesse avesse inizio aveva dichiarato: “… premierò il film che mi piace di più…anche se fosse fatto da mia madre”. Beh non si tratta della mamma ma dell’ex fidanzata che, grazie anche all’importanza di chiamarsi Coppola, con soli 4 (quattro) avete letto bene, film alle spalle ha già vinto un Oscar e un Leone d’oro…si potrebbe quasi dire che una sorta di “mafia” italo-americana ha lavorato bene.
Non contento Quentin si è tolto un grosso obbligo con quello che chiama “il mio maestro” quel Monte Hellman che fra le altre cose ha prodotto il suo primo film (Le iene). A lui il Leone d’oro alla carriera, premio non previsto, ma Quentin così ha voluto e come presidente ha ampi spazi per variare e decidere. Riconoscimento valido e dovuto per una carriera ancora in ascesa grazia anche all’ultimo lavoro presentato a Venezia e di cui avremo modo di occuparci.
Nonostante i fischi degli addetti ai lavori e lo sconforto di chi non riusciva a capacitarsi dei premi dati all’unanimità Quentin ha continuato ad imperversare al Lido fino alle due di notte, fermandosi a parlare con chi, nonostante tutto cercava di farsi spiegare cosa avesse trovato di così trascendentale in un filmetto semplice e dignitoso ma non certo in grado di portare la sua regista a far parte dello sparuto gruppetto di registe che si sono conquistate un Leone d’oro (5 in tutto).
Ed ora è il tempo di cominciare ad occuparci più direttamente di quei film che mi hanno colpito in questi giorni di grosso lavoro e disciplina, (code ordinate anche per mangiare un panino, prendere un caffè, per altro schifosamente imbevibile, ma pieni di soddisfazione e divertimento, nonostante le poche ore di sonno e le tante di visione.
Il bello di frequentare i festival è anche questo. Arrivi il giorno prima per ritirare tranquillamente il tuo accredito ed essere puntuale, il giorno dopo, alle 8 di mattina per il primo film che apre ufficialmente la kermesse e trovi che ci sono già le prime sorprese. Nel pomeriggio del 31 i primi film in sala
The Unhappy Poet (Il poeta felice )
Un piccolo film indipendente, passerà pressochè inosservato, ma è un film gradevole e con un’idea di cinema. Il protagonista regista, sceneggiatore e produttore ha un sogno: continuare a fare cinema come piace a lui, a livello indipendente e quindi senza compromessi. Nel film il sogno è quello di far funzionare un banchetto di cibo vegetariano in un parco. Fra un panino regalato, una poesia, un giro di amici, il sogno non solo siavvera ma si espande. “Il poeta felice” diventa prima un ristorante, poi una catena di ristorazione, gli amici restano, le famiglie si allargano, arrivano gli eredi. Nella realtà il film si basa su una buona sceneggiatura, punto di partenza per approdare lontano.Una curiosità: la poesia Abisso letta da Bill per far colpo sulla ragazza è stata scritta dallo stesso Paul Gordon, regista del film, qualche ora prima di girare la scena.
The accordion (La fisarmonica)
Il cortometraggio di Jafar Palahi ci presenta due piccoli protagonisti, fratello e sorella che vivono alla giornata sulle strade di Teheran o di qualunque altra città nell’Iran di oggi. Sopravvivono suonando la fisarmonica e proteggendosi a vicenda fra indifferenza, integralismo, voglia di vendetta e capacità di perdonare, tentativo di riconoscere e confortare la sofferenza dell’altro. In nove minuti di girato una grande lezione di vita. Al regista, libero su cauzione dal mese di maggio, dopo mesi di carcere, con l’unica colpa di aver pensato di poter girare un film nella sua patria, non è stato concesso il passaporto dal regime di Ahmadinejad.
Le Fossé (Il Fossato)
Il sottile filo rosso che unisce molti film presenti alla Mostra (partire o arrivare alla Storia attraverso storie personali) è presente anche nel film a sorpresa del cinese Wang Bing. Un atto di accusa al regime che dalla fine degli anni 50 rinchiuse nei campi di rieducazione migliaia di dissidenti. Un film di produzione franco//belga girato in clandestinità in circa sei anni (dal 2004 al 2010).
Il film parte con una lunga sequenza silenziosa mentre la macchina allarga sempre più su un deserto freddo e sassoso, il deserto di Gobi, fino a rivelarci alcuni uomini in attesa… il silenzio ha un suo profondo significato: prepara e introduce allo spaesamento, al dolore, al terrore, alla fatica, alla morte.
Circa tremila persone costrette al lavoro forzato, malnutrite, condannate ad una morte lenta, consapevoli del tradimento dei loro ideali, abbandonate nel deserto di Gobi, lontane da parenti e amici. Dopo una prima parte in cui i dissidenti aspettano solo la morte che ogni notte porta via qualcuno di loro, l’arrivo di una donna che cerca il proprio marito, porta un certo scompiglio nel campo che spinge i più coraggiosi a tentare la fuga che li porterà inevitabilmente alla morte. Un film teso e doloroso che evidenzia come chi non ha rispetto per i vivi, non può certo averlo per i morti. Il regista definisce il suo film “critico e costruttivo… non siamo contro niente e nessunovogliamo solo che il film restituisca dignità, uguaglianza e rispetto alle persone…”
Angèle et Tony
Il ritratto di una zona cinematograficamente poco esplorata della Francia, quella Normandia del sud economicamente legata alla pesca e una storia d’amore difficile tra una giovane donna allo sbando e un marinaio timido e goffo che vive con la madre dopo che il padre è sparito in mare durante una battuta di pesca; questo nel primo lungometraggio della regista Alix Delaporte, che nel 2006 aveva vinto a Venezia il Leone d’oro per il miglior cortometraggio.
Una storia d’amore aspra e malinconica come la terra e il mare di Normandia, una storia che vediamo nascere lentamente tra fraintendimenti e silenzi, una storia fatta di dolore e solitudine che i protagonisti vogliono lasciarsi alle spalle, alla ricerca di un legame che permetta ad Angèle di riottenere il figlio, affidato ai nonni, e a Tony di uscire dalla solitudine che lo opprime. Pur di carattere diffidente e ombroso i due riescono a mettersi in gioco e a poco a poco, assistiamo allo sbocciare del loro amore… dai piccoli gesti ai primi sorrisi, il legame diventa vero amore. La vita dura dei pescatori e delle loro famiglie è parte integrante del film dal sapore un po’ amaro, ma con un finale di speranza.
Essential Killing
Terrorismo e caccia all’uomo nella prima parte, lotta per la sopravvivenza la seconda parte del film che segna il ritorno alla regia di Jerzy Skolimowsky.
In guerra il singolo individuo è predatore e preda nel momento in cui c’è in ballo la propria sopravvivenza e il terrorista Mohammed, trasportato in un centro di detenzione della CIA, in una località segreta europea, grazie ad un incidente riesce a fuggire…ma si trova in un luogo ostile. Lui che arriva dall’Afganistan pietroso e desertico, si trova in una località sconosciuta, in mezzo alle montagne piene di neve, solo, senza viveri, senza speranza di salvezza, ma tenterà il tutto per tutto anche se questo significherà uccidere ancora. Vincent Gallo, protagonista unico del film, presente in ogni inquadratura, ha dato il meglio di sè, tanto da meritare la Coppa Volpi come miglior attore della rassegna, dando vita ad una sorta di Rambo afgano che evidenzia, fin dall’inizio, la pochezza dell’esercito americano. Avvistato dagli elicotteri dall’alto, braccato dai soldati da terra, fiutato dai cani, sembrerebbe dover soccombere subito. Unica macchia nera in un paesaggio bianco sfugge a tutto e tutti, mette il piede in una tagliola, lascia lo scarpone e mette i cani sulla scia del calzino insanguinato, uccide uno dei soldati che lo sta cercando e può mimetizzarsi con il suo giaccone bianco e indossare nuovamente degli scarponi. Il regista afferma che il suo film non è nè politico nè apolitico, di non essere schierato, ma il sapere che si tratta di un terrorista fa sì che ogni spettatore legga in maniera personale il film. Se Skolimowsky vuol dimostrare che Allah o un qualsivoglia altro dio cui l’uomo si rivolge quando è ormai senza speranza esiste, è riuscito nell’intento, almeno fino ad un certo punto. Ogni volta che Mohammed sta per cedere alla forza della natura, ( il freddo, le ferite, la stanchezza, la fame, ) risente le parole dei predicatori “…lo fai per Allah, stiamo combattendo per Allah…” e riprende forza. Mangia gli insetti che trova dentro la scorza degli alberi, mastica la stessa, si nutre di bacche e… continua il suo cammino verso il nulla. Nonostante le ferite l’istinto di sopravvivenza lo spinge a correre, uccidere ancora per salvarsi fino a morire vomitando sangue.
La scena più bella del film è quella dell’incontro con i cervi. In un bosco silenzioso l’uomo e l’animale si guardano a lungo, l’animale non teme l’uomo, sa di essere nel suo regno, lui sopravviverà, l’uomo è a rischio, la natura avrà il sopravvento su di lui, prima o poi.
Machete
Il film è il primo, evidente segno che quest’anno presidente della giuria è Quentin Tarantino, amante dei B Movie, che tanto cinema italiano, di serie B ha riscattato.
Machete se lo conosci lo vai a cercare a meno che tu non riesca a sopportare la visione del sangue che più che scorrere schizza dappertutto e non sempre lascia cadaveri belli da vedere…dalla dimostrazione che il nostro intestino è lungo circa 18 metri, alla capacità di Machete, il protagonista che, appunto armato di un machete può entrare in una stanza e mozzare quattro teste solo facendo un giro su se stesso…al resto ci pensa non la Mastercard ma il machete, appunto. I titoli di coda avvertono che il prossimo si intitolerà Machete uccide e il sequel Machete uccide ancora. Potrebbe sembrare una minaccia ma è solo una promessa.
Quindi se non si teme la vista del sangue si ride, e il pubblico in sala ha applaudito almeno ogni due o tre scene. Tante le frasi che potrebbero entrare a far parte di un repertorio demenziale da “Il sangue di Cristo? Ma se sa di Merlot” a “mi fido di te sei anche tu un poliziotto” (mentre per tutto il film si conoscono solo poliziotto al soldo dei signori della droga).
Un Robert De Niro nella parte del politicante traffichino, corrotto e sempre in grado di corrompere, in stato di grazia accanto ad un Segal che, da quando non si esercita più nel Kung Fu è incredibilmente ingrassato; recita la parte del cattivo ricco e imbolsito, ma sempre feroce come una iena e rapido come un serpente, come pochi.
Machete come è rapido con il suo mezzo di sterminio, è altrettanto abile con le donne che lo affiancano. Jessica Alba e Michelle Rodriguez si prendono cura di lui quando è ferito e ha bisogno di un rifugio. Luz, il capo della Rete che cerca di aiutare gli immigrati clandestini, è una bella visione quando a fianco di Machete si dedica alla sconfitta dei vigilantes al soldo di Val, ma anche la poliziotta che crede ancora nella Legge, sì proprio quella con L maiuscola, dall’alto dei suoi tacchi a spillo, nell’assalto finale non sfigura certo.
Se non lo andrete a vedere non perderete niente ma vedendolo guadagnerete due ore di divertimento.
Un film che va elaborato è Norvegian Wood.
Tanti paesaggi mozzafiato, una fotografia incredibilmente chiara e delicata,quasi un acquerello nei paesaggi innevati, un grande contrasto nelle acque ora stagnanti, ora pericolosamente in rivolta, ora cascate che perdono la loro violenza nella bellezza delle discesa. In tutto queso tripudio di colori in cui il verde dei prati sconfinati e dei boschi che circondano Tokio, la dolcezza dei giardini colpiscono e quasi illanguidiscono quelli come noi che vivono in città ormai densamente cementificate, senza il minimo rispetto per coloro che le abitano, il dramma di non sapere amare o di amare troppo o di amare la persona sbagliata; in poche parole il dramma adolescenziale non solo dei ragazzi giapponesi ma di tanti giovani e giovanissimi.
ll film, un lungo flashbeck, inizia quasi subito con un suicidio le cui conseguenze segnano i protagonisti, seguito nel finale da un altro suicidio che non chiude il cerchio di un’amicizia adolescenziale, per l’incapacità del protagonista di dimenticare la donna che ha amato inutilmente. Un’altra donna resterà ferita e la felicità è ancora lontana . Forse non esiste proprio.
Una seneggiatura troppo prosaica, tratta da uno dei più grossi successi giapponesi di Murakami, la ridodanza che niente aggiunge rendono il lavoro di Tran Anh Hung a tratti noioso.
Black Swan
Un bel film sul mondo della danza, sulla difficoltà di chi persegue la perfezione ma perde se stessa, sul difficile confronto fra chi sta per arrivare ai vertici e chi per quei vertici si danna e perde l’anima. Il contrasto fra chi nella perfezione perde di vista la spontaneità e chi della spontaneità fa la sua bandiera , pur con qualche imperfezione. Ma quando le due anime convivono nella stessa persona, quando il lato oscuro emerge in chi ignorava di averne uno il dramma esplode e il film lascia il segno.
Sarà perchè le musiche sono quelle di Tchajkovskij, sarà perchè il balletto, Il lago dei cigni, è non solo una delle massime espressioni del balletto di ogni epoca, ma è un’alta rappresentazione del doppio, sarà per la bravura delle interpreti da Anne Pariaud a Winona Rayder, a Mila Kunis che ha vinto il premio come attrice emergente, il film affascina e coinvolge.
La lotta tra i cigno bianco e il cigno nero, l’eterna lotta tra bene e male, l’ansia per entrambi di emergere e sopraffare, sconvolge la mente della prima ballerina e scrive una pagina bella nella storia del cinema.
Aronofisky, premiato due anni fa con il film The Wrestler, dimostra oggi come ieri di saper scegliere gli attori e di caricare su di loro il film. Natalie Portman è il film: è lo specchio in cui si incrociano e si fondono le due anime, il cigno bianco e il cigno nero, ed è lo schermo. In un continuo scambio dalla realtà al sogno, alla fantasia erotica, all’incubo, fino alla fine.
Le bruit des glaçons
Forse dissacrante, forse blasfemo, sicuramente una riflessione sulla morte a causa di una delle malattie più diffuse, il cancro, il film apre una nuova frontiera.
Come reagiremmo se un brutto giorno qualcuno suonasse alla nostra porta affermando “Buon giorno, sono il tuo cancro, ho pensato sarebbe il caso di conoscersi, visto che ti restano pochi mesi di vita”?
Questo succede a Charles Falque, scrittore, premio Gauncourt, infelice, solo, incapace ormai di scrivere, alcolizzato.
Sarà proprio perchè costretto a convivere con il suo cancro che lo controlla sempre da vicino, che lo asfissia con la sua presenza, che cerca di impedirgli le abitudini quotidiane che Charles imparerà a conoscere se stesso, a guardarsi intorno, ad avvicinardi al figlio, a riconoscere l’amore discreto e silenzioso che gli è vissuto accanto fino all’espediente finale che permetterà ai due di vivere senza l’assillo presente della malattia.
13 Assassins
Nel Giappone feudale di fine 800 il fratellastro dello Shogun mette a repentaglio, con le sue violenze contro il popolo, la pace nell’intera regione. Per la sua posizione dinastica è intoccabile, quindi ai consiglieri dello Shogun non resta che ucciderlo. Questo è il compito affidato a 12 samurai che, sotto la direzione di Shimada, porteranno a termine l’incarico “… con magnificenza … fino al massacro totale” Ai Samurai si unirà nel finale un altro elemento che niente ha a che fare con la filosofia sull’onore e il senso della vita, ma il suo contributo sarà indispensabile per la vittoria finale.
Remake dell’omonimo film girato in bianco e nero negli anni ’60 da Eichi Kudo, il film si apre con l’anziano Mamiya, del clan Akashi, cui appartiene anche il fratellastro dello Schogun, che per la vergogna commette harakiri. La prima parte, girata quasi esclusivamente in interni fra intrighi e complotti, apre alla seconda durante la quale i Samurai, in scene e lotte tra boschi, montagne, fiumi e villaggi fortificati, affronteranno i nemici, anche se in numero notevolmente inferiore. Un film Jdaigeki (film storico di Samurai) in cui le varie tecniche di combattimento si susseguono tra amore, vendetta, giustizia e violenza.
Oča(Papà)
Mentre in molti si apprestavano alla visione di Vallanzasca, io sono andata a vedere un film che merita molta attenzione non fosse altro per la bellezza delle immagini, la delicatezza dei sentimenti, la capacità di introspezione.
Un altro film che comincia con una lunga sequenza silenziosa. Il silenzio rarefatto che apre Papà, opera prima di Vlado Skafar, ha un profondo significato; introduce un lungo viaggio che porterà padre e figlio a parlarsi fino a conoscersi meglio. Non serve musica, perchè la musica se c’è è dentro di noi, non servono parole, quelle fioriranno a poco a poco dettate dalla riscoperta dell’altro.
La prima lunga sequenza è un vero e proprio quadro: immerse nella natura due figure sullo sfondo, distanti tra loro, come lo sono all’inizio padre e figlio. Riflessi sull’acqua e silenzi che aprono alla reciproca conoscenza. Si parte da una storia di tutti i giorni, la storia dei poveri cristi, preoccupati per il loro lavoro, ma ancora decisi a non perdere la propria dignità. Non si perdono perché “… siamo borse…tutto ciò che vediamo, capiamo, conosciamo, lo trasmetteremo ai nostri figli e siamo qui perché dobbiamo continuare a trasmettere…”
Riflessi nell’acqua di alberi che circondano il laghetto e scopriamo un ragazzo che ama il legno e tutto quello che l’uomo intelligente fa con il legno, un ragazzo che ama gli alberi, li accarezza e li sa ascoltare ed è anche attraverso queste piccole indicazioni del suo essere che inizia a ricostruire il rapporto con suo padre. Un padre a tratti distratto, in crisi per il lavoro, un padre che non ce l’ha fatta a tenere in piedi un rapporto, ma che vuole recuperare, ed è nei piccoli gesti che riesce a ricostruire: mimando i passaggi in una fantasiosa partita di calcio a due, raccontando i suoi sentimenti veri, riuscendo ancora a volare insieme al figlio.
In una serie di dissolvenze incrociate il padre diventa bambino e il figlio diventa adulto in un continuum delicato come i sentimenti
Post mortem
Per capire meglio la Storia si parte da una storia personale, questo l’assunto di diversi film presentati a Venezia, divisi fra concorso, fuori concorso, settimana della critica e autori, ma tutti uniti dalla necessità di sapere, capire, conoscere la Storia del proprio paese, del proprio popolo, per conoscere noi stessi e capire il nostro paese oggi.
Ancora una volta la storia del fallimento del sogno cileno verso la democrazia; il film inizia con una scena mozzafiato.
Un mezzo cingolato percorre le strade di Santiago; la macchina da presa è fissata sotto il mezzo che passando schiaccia i resti della manifestazione del giorno prima, proprio come i militari che si apprestano a schiacciare il popolo cileno che aveva osato sognare la vittoria del socialismo.
Una tiste storia personale per capire il fallimento del singolo individuo e legarlo al fallimento della nazione. Ispirato ad una storia vera raccontata dallo stesso protagonista, un dattilografo dell’obitorio di Santiago, il film racconta la storia di Mario, coinvolto suo malgrado nella storia del suo paese. Mario lavora all’obitorio, è solo e si innamora dela sua vicina Nancy che lavora in un teatro di varietà.
In un momento di grave sconvolgimento ci si può ancora innamorare e restare più o meno indifferenti agli avvenimenti che ci sfiorano appena: presi dall’innamoramento si sopravvive ma nel momento in cui ci si accorge di essere usati si reagisce sigillando la delusione. Mario sigilla veramente Nancy, come Pinochet sigilla e congela le speranze dei cileni.
Mentre l’obitorio si riempe sempre più di cadaveri, è iniziata la mattanza che seppellirà le speranze di un popolo, una scena restarà per sempre nella nostra mente: l’autopsia di Allende davanti allo stato maggiore schierato, non si sa per controllare chi, per controllare cosa.
Tutto chiaro e ben girato quello che riguarda la Storia, ma discutibile la storia personale, girata con troppi tempi morti. Non si perdonano al regista le scene inutili, espediente televisivo per sallungare la durata quando non si hanno idee da esprimere;(dall’inizio quando si annaffia il giardino, si guarda fuori dalla finestra, si perde tempo, si ripetono gli stessi gesti, alla cottura delle uova in tempo reale per una cena solitaria, all’accatastare continuo e inutile di suppellettili davanti alla porta del nascondiglio di Nancy).
Promises written in Water
Vincent Gallo era presente a Venezia anche sotto le “mentite spoglie” di regista, per un film autoreferenziale che aveva un’unica nota positiva: era girato in uno splendido bianco e nero degno di ben altra trama.
Dialoghi volutamente demenziali dovrebbero indicare lo straniamento della vita in attesa della morte. In un parossismo demenziale si ripetono 5 o 6 volte le stesse battute a non è chiaro a cosa serva tutto questo. Unica nota interessante, nel finale, l’esplorazione del corpo delle donna con la camera a mano. Si rivela ogni poro, ogni neo, ogni pelo, Sufficiente per un film, per di più in concorso? Direi proprio di no.
The Agent
Una vera presa di giro sempre a firma di Vincent Gallo che a Venezia ha brillato per la sua antipatia. Non si è mai presentato in sala stampa, non ha concesso interviste, riconosciuto e chiamato da alcuni fotografi ha rifiutato di lasciarsi immortalare mostrando il medio nel noto gesto apprezzato nei salotti della cortesia e dell’educazione. Ha rifiutato di firmare autografi e, pur essendo ancora a Venezia non si è presentato a ritirare la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile, peraltro meritata per la sua interpretazione del terrorista Mohammad. Volutamente iscritto nella lista dei maudit avrebbe meritato la nomination come principe della maleducazione e re della scortesia. Tredici minutili inutili per arrivare nei titoli di coda ad affermare che “… si accettano contributi per finanziare film di giovani registi… rigorosamente belli, eterosessuali, non ebrei.” Provocazione? Mancanza di idee? Voglia di stupire a tutti i costi?Forse solo un vuoto e vano sentirsi al centro dell’universo.
Beyond
Un film di attori con anni di teatro alle spalle , con una dizione che incanta, guidati e diretti da una regista, Peppermilla August, alla sua prima prova dietro la macchina da presa, ma certamente esperta di cinema, non per niente è stata attrice di grandi registi, quali Bergman, che le hanno insegnato come si fa Cinema. Risultato un film duro e difficile ma ineccepibile sotto tutti i punti di vista.
Si parla della difficoltà di crescere in una famiglia disastrata e della voglia di salvarsi, cancellando però la persona che maggiormente ti ha tradito: la madre.
Come può Leena crescere in una famiglia povera, violenta, immigrata in un paese di cui non si conose la lingua? Per salvarsi , per imparare, ha l’abitudine di cogliere, appuntare e spiegare ogni parola della nuova lingua, della nuova patria.
La ferita di Leena, affidata ai servizi sociali dopo che i genitori, entrambi alcolizzati, sono risultati inidonei, non si è sanata; ha cancelato, negato il suo passato , si è creata una nuova famiglia felice ma neanche le figlie e il marito hanno mai sentito nominare la nonna.
Quando la madre malata chiede la sua presenza vorrebbe ignorare la chiamata perchè sa che per ricreare il rapporto con sua madre, deve fare prima i conti con il proprio passato, riconciliarsi con se stessa.
La macchina da presa è usata dalla regista dal punto di vista intimo e soggettivo di Leena bambina e adulta; quindi non aridi flashback, ma il flusso della memoria che torna nel lungo viaggio notturno in macchina.
Affiancata e sostenuta dal marito Leena uscirà dal tunnel, andrà incontro alla salvezza, liberandosi dalla pesantezza del passato.
Leena è Naomi Repace, conosciuta dal grosso pubblico come protagonista della trilogia Millennium; la sua interpretazione, affiancata da quella di Leena bambina (per scelta della regista la stessa che in Millennium era Lisbeth Solander da bambina), dà vita ad una figura femminile indimenticabile nella sua fragilità e nell’inutile richiesta di essere amata dalla madre che, anche sul letto di morte, parla e pensa solo al marito.
Cirkus Columbia
Non un film di guerra ma un film sulla guerra, sul senso dell’attesa, sull’irrazionalità di un conflitto che portò vicini e fratelli a puntarsi contro i kalashinikov.
Un Tanovic che torna a girare nella sua terra, nella sua lingua e chiude con ” Cirkus Columbia” il ciclo iniziato con “No Man’s Land” (durante la guerra), “Triage” (dopo la guerra). Un Tanovic commosso ed emozionato che ha presentato il suo lavoro in anteprima quasi mondiale, la vera anteprima si è giustamente tenuta al festival di Sarajevo.
Stavolta, quasi a voler esorcizzare la sua memoria che proprio a causa della guerra aveva perso il ricordo di quei tempi, ci ha raccontato una storia del suo pese prima della guerra, quando ancora serbi e croati convivevano, dialogavano, si divertivano.
Divko Buntic torna a casa dopo la caduta del muro e dopo venti anni vissuti in clandestinità in Germania. Torna in compagnia di un gatto nero portafortuna e di una ragazza destinata a diventare sua moglie. Nientre andrà come era stato preventivato. Divko, quasi per rivalsa, vuole rientrare in possesso di quello che aveva prima dell’esilio, sfrattando anche la moglie e il figlio, appena ventenne, mai conosciuto. La guerra incombente, nonostante l’incredulità di tanti, spegne ogni decisione di rivalsa e cambia radicalmente gli equilibri tra i personaggi.
Un film di sentimenti, dunque, che si conclude con una scena memorabile: i due protagonisti ritrovano la loro complicità sulla giostra mentre all’orizzonte divampano i primi fuochi.
A chi gli domandava se e quando si sarebbe risolto il conflittoTanovic ha risposto così: ” Quando cadde il muro di Berlino, noi ci trovavamo sull’orlo dell’abisso mentre il resto del mondo guardava da un’altra parte. Siamo stati costretti a saltare ma non siamo mai arrivati dall’altra parte. Stiamo
ancora cadendo”
I baci mai dati
Torna a Venezia Roberta Torre, milanese di nascita ma siciliana di adozione, fulminata dalla bellezza di questa terra, fin dalla prima visita. Nell’isola ha elaborato i suoi lavori migliori, da quel “Tano da morire” che nel 1997 ebbe un quarto d’ora di applausi in sala grande e diventò da subito un cult, a quest’ultimo lavoro ambientato in una delle periferie di Catania: Librino.
Una periferia nata a tavolino su disegni di un architetto giapponese che, nei larghi viali e nelle piazze tanto grandi quanto stranianti non ha inserito un minimo di verde.
Una popolazione all’inizio diffidente, poi stupita perché non si stava girando un film di mafia, infine sempre più coinvolta fino a proteggere regista e troupe, perfino da un vigile in borghese che voleva controllare i permessi per girare in esterni.
Questo e tanto altro ci hanno raccontato regista e produttore in conferenza stampa.
Manuela tredicenne percorre in motorino i viali del suo quartiere per recarsi al lavoro presso la maga/parrucchiera Piera degli Esposti; un giorno si inventa di poter fare miracoli e Rita, la madre, la bella della zona, pensa di poterne trarre profitto.
Presto la casa si riempe di questuanti che chiedono strani miracoli, dalla vincita al totocalcio al posto di lavoro. Quando Manuela pensa di smettere e percorre a piedi i viali del quartiere pensando di fuggire, è raggiunta dalla madre che , per la prima volta teme di perderla, l’abbraccia e la bacia.
Quei baci mai dati sono tutti racchiusi in questo primo bacio, nello sguardo di comprensione e complicità che madre e figlia si scambiano, si attua il primo miracolo che permetterà il passaggio dall’adolescenza all’essere donna di Manuela.
A casa, intanto, le aspetta un altro miracolo?
Potiche
Ovvero il fascino discreto di una grande attrice.
Catherine Deneuve non esita a farsi riprendere mentre ingoffita in una tuta rossa, con i bigodini in testa, corre nel parco che circonda la sua villa, parla con gli animali del bosco, scrive piccole poesie, tanto è sicura che il suo fascino e la sua bravura metteranno in secondo piano tutto il resto.
Una commedia come solo i francesi sanno fare, tratta da una pièce teatrale di successo e ambientata negli anni settanta.
Ozon , avvalendosi della collaudata coppia Deneuve/Depardieu, delinea la trasformazione di Suzanne, la piccola borghese da tutti considerata un “potiche” (in francese vaso ornamentale di scarso valore) in una attenta e capace dirigente d’azianda.
Colei che la figlia definisce “una bella statuina” ha stoffa e fegato, intelligenza e astuzia da vendere, una serie di scheletri nell’armadio, accumulati negli anni di moglie devota e madre irreprensibile e un perfetto aplomb nell’affrontare anche le situazioni più difficili.
Gelosa della sua nuova collocazione nella società Suzanne non si arrende e, esautorata dal marito nella direzione della fabbrica, deciderà di sfidare tutto e tutti dandosi alla politica.
Il giorno della sua elezione, quasi come battuta, affermerà “ho diretto una fabbrica con ottimi risultati, sarei sicuramente in grado di dirigera la Francia” e mentre sui titoli di coda Suzanne/Catherine canta C’est beau la vie e Babin/Depardieu ascolta alla radio e canticchia con lei, altri scheletri si preparano… la vita è veramente bella.
Meek’s cutoff
Una sorta di western anomalo. Non ci sono sparatorie e scontri finali all’OK Corral, ma la ricerca di una nuova terra in cui far crescere i propri figli, la diffidenza, l’odio e la paura nei confronti del nativo, considerato da sempre il nemico, la violenza di chi vorrebbe uccidere solo perchè convinto della supremazia della sua razza.
Una piccola comitiva persa in un deserto arido alla ricerca dell’acqua, guidata da un “…leader che non sa bene cosa sta facendo”, (parole della regista) decide, con non pochi contrasti, di affidarsi ad un indiano che, superate le diffidenze e le incomprensioni la guiderà a destinazione.
La regista Kelly Reichardt, uno dei nomi di spicco del “cinema indie” si ispira ad un personaggio realmente esistito e trae spunto dai diari delle donne pioniere per questo suo lavoro basato molto sul paesaggio, sempre uguale, ma con diverse sfumature poetiche e sullo spazio, quasi immobile.
Nei piccoli dettagli della vita quotidiana, nelle inquadrature delle donne, nella loro posizione rispetto agli uomini si stratifica la verità storica, mentre la regista trasmette un messaggio politico basato sulla fiducia fra le persone.
Amore buio
Ancora una volta Antonio Capuano esplora il pianeta adolescenziale in una napolin sempre più piena di contraddizioni e continua, con occhio attento e mano ferma a muovere, con delicatezza la sua macchina dentro i volti dei suoi protagonisti.
Dopo una giornata passata al mare tra tuffi, scherzi e giochi, tre amici compiono uno stupro. Ciro, dopo una notte di rimorsi tardivi, si reca in questura e denuncia se stesso e gli amici.
Avrà due anni per ripensare all’atto di violenza, nel frattempo maturerà mentre Irene, la vittima, impara a conoscere quella Napoli che, vivendo in collina, le è completamente estranea. Il film segue l’evoluzione giornaliera dei due giovani, così distanti e così provati dalla vita. Un lungo sguardo fra i due, quasi sui titoi di coda, all’uscita di Ciro dal carcere.
Ultima interpretazione di Corso Salani, nei panni del padre apparentemente aperto e gentile in realtà freddo e distratto della protagonista traumatizzata, morto prematuramente a giugno. A lui, sulle parole di Antonio Capuano, è stato dedicato un lungo applauso, un addio ad un amico da tutti rimpianto.
Somewhere
Nonostante le assicurazioni di Quentin Tarantino, peraltro amato da pubblico e critica, appaludito e osannato per ogni sua esternazione (e dobbiamo ammettere che, nonostante la piacevolezza sono state veramente tante) di “decisione all’unanimità ” per l’assegnazione del Leone d’oro 2010, siamo ancora increduli.
Leone d’oro a Somewhere, un filmetto sulla crisi di un attore, sulla difficoltà di essere figli di attori o registi, in parte autobiografico, sulla cafonaggine della Tv italiana e sull’ignoranza (nel senso di non conoscenza nè della lingua italiana nè tanto meno di altre lingue straniere) dei sui presentatori.
Delle due l’una o Tarantino ha un carisma mostruoso e un’altrettanto mostruosa capacità di manipolazione delle menti o l’unanimità di cui favoleggia non esiste.
La personale propensione per la seconda ipotesi mi porta anche a considerare con sospetto e preoccupazione la “minaccia” del ministro dei Beni Culturali Bondi di “mettere bocca nella scelta dei giurati visto che paga lo Stato” Sarebbe una vera e propria catastrofe, visto che la lamentela nasce dal fatto che nessun film italiano è stato premiato.
D’accordo che la nostra propensione esterofila non ci porta all’amore scatenato verso la nostra cinematografia come fanno ad esempio i nostri cugini francesi, ma siamo sicuri che anche quest’anno c’erano film italiani capaci di innamorare?
Non ha entusiasmato Vallanzasca, nè tanto meno Costanzo; abbiamo visto opere interessanti e meritevoli di segnalazione fuori concorso, nella sezione orizzonti, nella sezione autori, ma spesso non accompagnate da una solida casa di distribuzione.
Per tornare al film troppe le scene inutili dall’apertura su una Ferrari nera che corre in una specie di deserto e passa per ben quattro volte davanti alla macchina da presa, ora accellerando, ora rallentando, alla lezione di pattinaggio artistico di cleo sotto gli occhi distratti del padre, troppo preso dalle telefonate conle sue innumerevoli donne, alle gare di video giochi con il padre, alle nuotate in piscina. Sono espedienti da quattro soldi, noiosi anche nei telefilm, figuriamoci in un film.
Il film è già nelle sale e il pubblico poteva avere l’ultima parola e ribaltare le recensioni a caldo, ma neanche il pubblico più distratto ha salvato questo filmetto dalla crisi del botteghino.
La solitudine dei numeri primi
I numeri primi sono divisbili solo per 1 o per se stessi; di questo assunto si è probabilmente dimenticato Costanzo, che dopo essersi narcisisticamente specchaito nell’idea del film che poteva trarre dal libro, ha commesso un errore ha girato il film e lo ha fatto vedere.
Ha ottenuto un film freddo e presuntuoso, un horror dei sentimenti in cui la solitudine dei due “numeri primi” sfocia in un’amicizia non priva di scompensi. Il film non riece a coinvolgere il pubblico, anche e soprattutto mperchè non è in grado di emozionare.
Avere un padre che urla troppo e aver subito un incidente con gli sci che l’ha resa zoppa, non ci aiuta a capire perchè Alice non reagisca alle provocazioni delle compagne di liceo e continui a subire le loro angherie, anche le più rivoltanti.
Mattia ha due genitori veramente castranti, soprattutto la madre, un’Isabella Rossellini imbolsita ma decisa a suggerire e imporre sempre il meglio (secondo lei) per quel figlio così geniale. Non riusciamo però a capire, forse per volontà del regista, cosa lo spinga a provocarsi continuamente delle ferite, almeno fino a più della metà del film.
Nello svolgimento dell’opera di Costanzo, che parte da un grido di dolore d Michela, un dolore di cui non conosciamo le cause, si passa dallo spaesamento iniziale, al finale decisamente banale, tanto da non farci provare più nè partecipazione nè comprensione per questi due numeri primi.
E’ sempre difficile trasformare in immagini le parole di un libro di successo ma non è certo obbligatorio; quanto poi alla presunzione un po’ arrogante di Costanzo, nessuno voleva da lui un altro Gattopardo, non fosse altro che lui è ben lontano da chiamarsi Visconti e da eguagliarne la bravura. Vorremmo ricordare a Costanzo che Visconti aveva un sogno: portare sullo schermo “La montagna incantata” di Thomas Mann. Non lo ha mai fatto. Provi Costanzo a chiedersi il perché.
Notizie dagli scavi
Tratto da un racconto di Lucentini, diretto da Emidio Greco e interpretato da attori quali Giuseppe Battiston e Ambra Angioini, entrambi scoperte per la sottoscritta, un film che parla di amore e solitudine.
Siamo davanti a numeri secondi, terzi o quarti e il film, fuori concorso, è in grado di suscitare coinvolgimento ed empatia.
Un Battiston ironicamente chiamato “il Professore” è a tratti distratto, apparentemente lontano dalle cose che lo circondano, dalle vicende che lo coinvolgono quale tuttofare in una casa di appuntamenti, finchè la sua vita scialba e piatta non subisce lo scossone dell’incontro con “la marchesa”, una prostituta che ha tentato il suicidio per amore.
Ambra Angiolini nei panni della marchesa è una donna sofferente ma ancora capace di riconoscere la sofferenza degli altri.
Dai discorsi slegati fra i due protagonisti, dalle escursioni del professore a Villa Adriana e dalle riflessioni che cerca di comunicare alla marchesa si sviluppa la presa di coscienza della mediocrità in cui hanno vissuto fino a quel momento resa però meno insopportabile dalla certezza che, anche per loro, la vita ha in serbo qualcosa.
Il film si chiude sull’immagine del professore e della marchesa che si sorridono riflessi in una vetrina, un sorriso alla vita.
Beati i numeri secondi, terzi e quarti, pieni di speranza nonostante tutto.
Noir Océan
Tre ragazzi si arruolano nella marina militare francese, chi per motivi di famiglia, chi per aver abbandonato gli studi, chi per il servizio militare. Saranno coinvolti, loro malgrado, in uno dei tanti esperimenti nucleari che la Francia effettuò negli anni Settanta.
Grandi spazi e grandi silenzi, i turni di guardia nelle ore notturne, le confidenze e l’amicizia, ma sopattutto la solitudine di chi esce dall’adolescenza.
Una sceneggiatura tesa dà la sensazione che la fragilità dei giovani, tagliati fuori per mesi e mesi dalla confidenza e dal confronto con i loro coetanei, possa spezzarsi sotto il peso del silenzio di ciò che è stato visto, quella nuvola nucleare da qualcuno vissuta come uno spettacolo straordinario.
Il film si ferma sul tentativo dei tre giovani di chiedersi e spiegarsi cosa è effettivamente accaduto, quali saranno le conseguenze di un atto di cui non si può parlare. Non serpeggia più la puara di diventare adulti ma c’è la certezza che i sogni dell’infanzia sono destinati a restare tali.
Quando dietro la macchina da presa c’è un regista come Marion Hansel, attenta, capace, pronta a consigliare e dirigere, ma anche a dare ai singoli attori la certezza di partecipare ad un grande progetto si ottiene come risultato un film che sa raccontare una storia, lasciando però allo spettatore libertà di conclusione, capacità di interrogarsi sul futuro dei protagonisti, attenzione e interesse per il loro passato. Lo spettatore partecipa, interagisce, sta col fiato sospeso per la tensione più o meno sotterranea dalla prima scena all’ultima. Un film fatto da chi sa fare cinema, da chi sa leggere (la storia è tratta da due novelle di che si arruolò volontario nella marina militare) e restiure per immagini le emozioni provocate dalla scrittura.
Noi credevamo
L’anno prossimo l’Italia unita, ma ancora oggi non pacificata, compie 150 anni e Martone dedica a quel capitolo poco amato e scarsamente conosciuto della nostra storia, capitolo peraltro indispensabile per capire chi siamo e il perchè delle nostre divisioni, il suo ultimo lavoro.
Partendo dall’omonimo libro di Anna Banti, che a sua volta si era ispirata alle imprese e ai racconti del nonno che a quelle lotte aveva partecipato, Martone compie un’analisi, puntuale e impietosa che lo porterà dai fallimenti personali dei protagonisti a quelli collettivi di una nazione.
Un film costruito sulla lettura attenta dei documenti storici ma anche sui corpi, i gesti, le parole degli attori chiamati a ricoprire i ruoli dei padri fondatori della nostra unità, incaricati di incarnare le loro ideologie.
Nei 204 minuti di proiezione (troppi per una sala) ci sono la speranza e l’entusiasmo dei giovani per un’idea di libertà e di patria, la disillusione di Domenico, portata fino agli estremi, tanto da fargli definire quella nuova società, nel finale del film, “…gretta, superba e assassina…”, un Mazzini cupo e un Crispi ambiguo, un Orsini attentatore, e una Cristina di Belgioioso, strenua sostenitrice della Repubblica romana. Ci sono soprattutto Angelo, Salvatore e Domenico, tre giovani originari del Cilento, affiliati alla Giovane Italia. La loro vita si intreccerà di continuo con gli avvenimenti che porteranno alla nascita dell’Italia.
Possiamo non essere d’accordo sulle caratteristiche di questo o quel protagonista storico ma ci sembra importante che di questa pagina della nostra storia si cominci a parlare. Dicevamo che il film è troppo lungo per pensare ad una sua uscita nelle sale, ma ridotto per la televisione potrebbe essere un valido testo per coadiuvare il lavoro in una classe.
La passione
Vedendo il film che partendo dalla crisi creativa di un regista si trasforma nella metafora dell’Italia di oggi, ci era venuto il dubbio che la storia, fosse , almeno in parte, autobiografica.
In conferenza stampa il regista ha affermato di essere partito da un’esperienza personale… non dalla crisi creativa, ma dalla necessità di ristrutturare una casa…fino all’offerta di dirigere una Passione, fatta da un sindaco allo stesso Mazzacurati.
Proprio quello che succede a Silvio Orlando, perfetto nei panni del regista in crisi, sfigato e pasticcione, imbranato, rassegnato senza speranza ad implorare l’attenzione di un produttore, costretto a dirigere una Passione che si concluderà, ovviamente, sotto un scroscio d’acqua che metterà in fuga figuranti e spettatori.
Una passione “laica” l’ha definita Mazzacurati che ha affiancato un povero Cristo (Orlando) dimenticato da critica e produttori (esilarante la pagina dell’albero di Repubblica che riportava tutti i nomi dei registi famosi, escluso il suo) ad un Cristo, improponibile nell’iconografia corrente, ma reso quasi commovente da un Battiston goffo e grasso (grande anche nella scena della caduta dallo sgabello).
Un grande Guzzanti/meteorologo che da una tv privata diffonde le sue previsioni (ovviamente errate) come se stesse recitando una pagina di Skakespeare o fossero il verbo divino.
Il film di un regista che crede nel suo lavoro, un film che ci ha fatto ridere, anche se con un po’ di amaro in fondo al cuore.
Due dei tanti film italiani, uno più riuscito dell’altro, ma entrambi tipici di un certo modo di fare cinema. Si insegna a fare cinema mettendo su una scuola e portando i ragazzi sul set per farli lavorare fianco a fianco con il docente ( e questo è il caso di Bellocchio e dei suoi ragazzi), si passa dalla critica all’arduo compito di stare dietro la macchina da presa e non sempre il passaggio è fortunato come lo fu per i teorici della Nouvelle Vague che da critici divennero registi di successo, da Chabrol a Trouffaut.
SORELLE MAI
Come si può vedere scorrendo i nomi del cast artistico si tratta di un lavoro che coinvolge direttamente la famiglia del regista; il film si compone di sei episodi che compongono la stessa storia.
Episodi girati in sei anni diversi compresi tra il 1999 e il 2008 (con gli allievi della scuola di cinema di Bellocchio stesso) che raccontano e accompagnano la crescita di Elena (Elena Bellocchio), dai 5 ai 13 anni, di sua madre Sara (Donatella Finocchiaro) sorella di Giorgio (Pier Giorgio Bellocchio), dei loro complessi rapporti…Elena vive con le mature ziette a Bobbio, perché la madre è sempre in giro alla ricerca della parte che la renda un’attrice di successo.
Sara non ha abbandonato la figlia, ritorna appena può, così come ritorna continuamente anche il fratello reduce sempre da imprese commerciali fallimentari. Un giorno Sara decide che Elena viva con lei a Milano e perciò lasci il paese e si separi dalle care zie, forse definitivamente…
Ma a Bobbio nel quarto episodio (2006) ritorna con Elena per concretizzare la vendita della casa dove ritrova il fratello Giorgio sempre più inquieto, smarrito e ancora alla ricerca del suo ruolo nel mondo.
Il quinto episodio (2007), sempre ambientato a Bobbio, racconta di uno scrutinio in un liceo immaginario del paese…il legame con le altre storie è costituito da una delle docenti (Alba Rohrwacher) pigionante nella casa delle zie; ritroviamo, nelle stanze della grande casa, i personaggi degli altri episodi come Elena, le zie, l’amministratore melomane Gianni Schicchi…
Un dramma della professoressa, il suo conflitto, è legato alla decisione iniziale di negare la promozione a uno studente per ilo suo continuo “essere distratto” e poi di rimediare il giorno dopo chiedendo la sua promozione (in verità la “distratta” era lei alle prese con un rapporto oproblematico con il suo lui, così come appare dai continui SMS)…
Infine nell’episodio del 2008 ritroviamo Giorgio che, sempre per problemi legati ad affari andati male, si rifugia a Bobbio perché minacciato dagli strozzini…La sorella verrà in suo soccorso salvandolo.L’episodio e il film finiscono con una rappresentazione sul fiume Trebbia: Gianni Schicchi vestito come l’uomo in frac della famosa canzone entra nelle antiche acque del paese dove tutti i personaggi sono nati e hanno trascorso la loro prima giovinezza.
Il regista Bellocchio afferma che si tratta di un film per caso, fatto di racconti improvvisati, con l’attiva partecipazione degli iscritti al laboratorio Fare Cinema: tutto praticamente senza l’esborso di una lira prima, di un euro poi.
Ne è risultato un film dallo stile compatto…E per un film fatto di frammenti è il massimo…Piacevole, divertente, e dai personaggi interessanti, non solo quelli in carne ed ossa che crescono, maturano con il reale trascorrere del tempo, ma anche il personaggio fatto di vita serena, melodramma all’aperto, fiume peno di vita…vale a dire il paese di Bobbio.
Et in terra pax
Cerchiamo di essere clementi per il lungometraggio di esordio dei coetanei Matteo Botrugno e Daniele Coluccini (sono nati entrambi a Roma nel 1981) che, accanto agli studi universitari e all’attività di critici cinematografici si danno alla regia di corti indipendenti di un certo interesse.
Queste le dichiarazioni rilasciate dai due autori: “non è un film sul disagio della periferia romana, o per lo meno lo è solo in parte. Abbiamo scelto di soffermarci sulla psicologia dei personaggi più che sul degrado, sulla disperata ricerca di una direzione da seguire, più che sulle ragioni sociali dell’emarginazione. La borgata è il teatro di vicende in cui divengono evidenti da una parte le contraddizioni dell’essere umano e, dall’altra, i rabbiosi istinti di sopravvivenza e volontà di riscatto.”
Belle le parole e bello anche il proposito, ma di tutto questo cosa resta nella pellicola? Se ci soffermiamo sulla trama vediamo un’estrema periferia romana che fa da sfondo a tre storie prima parallele e in seguito legate tra di loro dallo spaccio di droga e dalla criminalità.
Marco (Maurizio Tesei), dopo cinque anni trascorsi in carcere scontando responsabilità non solo sue, torna a casa sforzandosi di cercare una vita normale, lontana da i traffici che ne avevano causato l’arresto. Il tentativo di approdo alla normalità è destinato al fallimento: l’uomo abbandonato dalla moglie, si lascia convincere dai suoi vecchi compari e riprendere a spacciare. Marco si ritrova così a convivere nuovamente con la delinquenza e inizia a vendere cocaina sulla panchina di uno squallido parco.
Questa diverrà per lui una sorta di isola dalla quale gli è possibile osservare le vite altrui e riflettere su se stesso: Marco infatti, nelle intenzioni della regia dovrebbe rappresentare l’uomo che guarda, giudica e reagisce di conseguenza, ma il comportamento del personaggio non appare del tutto convincente, comunque apprezziamo le intenzioni…
Sarà da questo osservatorio privilegiato che Marco incrocerà Sonia, studentessa universitaria che, per non gravare troppo sulle spalle della vecchia nonna, lavora come cameriera in un bar-bisca; la sua ricerca di una vita serena e normale sarà interrotta bruscamente da una violenza; Sonia entrerà in rotta di collisione con tre balordi, con le loro paure e le loro insicurezze; i tre sono diversi tra loro, sempre in conflitto con se stessi e con il mondo intero e sfogano su di lei le loro frustrazioni: “l’uomo che guarda” riporterà, a modo suo, l’ordine naturale delle cose.
Come dicevamo, buone le intenzioni, ma il risultato non appare sempre convincente…cerchiamo di essere clementi, è un film d’esordio!
Due parole infine sui film cinesi che non potevano mancare in una rassegna curata da Marco Muller. Scenografie grandiose, grandi costumi, grandi prove di acrobazia, lotte per un ideale, lotte per la libertà, lotte per l’onore capestato, lotte per la sopravvivenza. Il tutto in una danza continua fra spade che appaiono all’improvviso, concentrazione e dominio, complotti e intrighi.
In Jianyu le difficoltà a riscattarsi da un passato pesante, in Di Renijie zhi Tongtian diguo l’ascesa al trono della prima imperatrice nel 600 feudale cinese.
Concludiamo citando due film che saranno presto sui nostri schermi e dei quali parleremo al momento della loro uscita:
The Town di Ben Afflecki (8 ottobre)
Road to Nowhere di Monte Hellman
e buon ultimo
Barney’s Version il film più bello della rassegna, con due attori particolarmente in grazia di Dio. Si vocifera di Oscar…che si ripeta quello che era già successo due anni fa con Kathryn Bigelov?
Maria Rita Monaco

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