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Vendere senza vendersi

di Davide Giacalone | 30 Settembre 2013

L’addio a Telecom e le future dismissioni

Tutto il ricavato sia destinato all’abbattimento del debito e investimenti infrastrutturali.

telecom2Che il governo si appresti a entrare nel vivo delle dismissioni di parte del patrimonio pubblico è cosa buona e giusta. Speriamo non si tratti di un mero annuncio, preludio di un rinvio, che già ne abbiamo in abbondanza. Una cosa, però, deve essere chiara, un principio netto e imprescindibile, violando il quale è bene che il governo cada, la legislatura si sciolga e anche le locuste si facciano sentire: i soldi recuperati da quelle vendite devono essere destinati all’abbattimento del debito pubblico, possono, in parte minore, essere utilizzati per investimenti infrastrutturali, ma neanche un centesimo, mai e poi mai, può essere utilizzato per coprire i buchi della spesa pubblica. Sarebbe come vendere il patrimonio di famiglia per continuare a gozzovigliare.

E’ una questione delicata e non superabile: il patrimonio si vende una volta sola. E’ stato accumulato usando i soldi della collettività. Quando lo si vende il ricavato deve essere restituito alla collettività, in questo caso mediante taglio del debito collettivo. Non deve andare agli insegnanti o ai forestali, agli infermieri o ai vigili urbani, tutte persone e lavori degnissimi, ma pur sempre una parte del tutto. Deve andare al tutto e a tutti.

Chi volesse una lezione, su come queste cose non si fanno, volga lo sguardo verso Telecom Italia: multinazionale costruita con i soldi degli italiani, alcuni pezzi con i soldi dei nostri emigranti; venduta per far cassa; con regole poi violate; senza far nascere libertà di mercato; ceduta a privati che l’anno munta e smunta, distruggendo un gioiello e restituendo uno scarto; infine difesa per far valere l’italianità e poi crollata in mani altrui, senza alcun reale vantaggio collettivo. Un affare “di sistema” che è divenuto una vergogna di sistema. Che ricade sulla politica, certamente, ma coinvolge alla grande l’intera classe dirigente. Giornalismo servente compreso. Lì c’è tutto quello che non si deve fare.

Quando si vendono partecipazioni pubbliche in società operative nel mercato, ci sono due possibilità: che facciano panettoni, nel qual caso le si vende e basta, o che gestiscano servizi di pubblica utilità, provvedendo, in questo caso, con regolamentazioni e obblighi che tutelino l’interesse generale. E’ previsto dal diritto europeo: se si agisce in regime di autorizzazione possono esserci vincoli a fare investimenti o specifici servizi. Che lo facciano dei privati non solo è decisamente meglio che ad agire sia una società pubblica, ma rende lo Stato libero di fare l’arbitro. Che credibilità ha un conflitto fra lo Stato e le Poste, o la Rai? Zero totale, visto che sono aziende dello Stato. Anzi, sarà la forza lobbistica dell’azienda a prevalere sul ruolo regolatore e controllore dello Stato. Ciò per dire che le vendite fanno bene alla cassa, ma anche al mercato e ai cittadini.

Quando si vendono immobili, invece, si deve valorizzarli evitando che, come capita spesso, siano deprezzati da inutili vincoli e perversa burocrazia. Le caserme nei contri storici, per dirne una, possono essere valori enormi, ma saranno effettivamente pagate in modo adeguato se all’acquirente si chiarisce subito cosa può o non può fare, facendo saltare le destinazioni d’uso e mantenendo i vincoli architettonici (dove ve ne sia motivo), senza abbandonarlo al terreno minato di anni passati a chiedere permessi, in attesa di piani regolatori e in costante esposizione allo smazzettamento. Ciò per dire che per vendere bene ci sono molte cose “politiche” da fare.

Se si ignorano queste bussole, va a finire come Telecom Italia: malissimo. Sicché vale la pena ribadire quanto detto all’inizio: nessuno pensi di usare questi quattrini collettivi per compensare un deficit che non si è stati capaci di controllare (o, meglio, sul quale si è mentito), o per l’Imu, o per l’Iva, o per qualsiasi altra nobilissima causa la cui traduzione sarà: maggiore spesa. Quei soldi devono andare ad abbattere il debito. La spesa, del resto, non va inseguita, ma a sua volta abbattuta.

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

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