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Vannacci in prima linea contro la verità: negare il femminicidio è violenza politica!

Roberto Vannacci non ha parlato in un bar né in un’intervista improvvisata. Le sue parole sul femminicidio le ha pronunciate sul palco dell’Auditorium della Conciliazione a Roma, durante l’Assemblea costituente del suo movimento ‘Futuro Nazionale’. Un evento politico, organizzato, applaudito. E davanti a quella platea, il generale ha dichiarato che “il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri”, che “non c’è bisogno di proteggere nessuno”, che “un reato non è più o meno grave in base al sesso”. Poi ha aggiunto un paragone che rivela tutta la superficialità della sua operazione: siccome esiste la violenza sugli anziani, allora perché non parliamo di “anzianicidio”?

di Angioletta Massimino | 15 Giugno 2026

Roberto Vannacci non ha parlato in un bar né in un’intervista improvvisata. Le sue parole sul femminicidio le ha pronunciate sul palco dell’Auditorium della Conciliazione a Roma, durante l’Assemblea costituente del suo movimento ‘Futuro Nazionale’. Un evento politico, organizzato, applaudito.

E davanti a quella platea, il generale ha dichiarato che “il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri”, che “non c’è bisogno di proteggere nessuno”, che “un reato non è più o meno grave in base al sesso”.

Poi ha aggiunto un paragone che rivela tutta la superficialità della sua operazione: siccome esiste la violenza sugli anziani, allora perché non parliamo di “anzianicidio”?

Come se la violenza contro le donne e quella contro gli anziani avessero la stessa radice culturale, lo stesso movente, la stessa storia.

Come se il femminicidio fosse un’invenzione linguistica e non un fenomeno strutturale riconosciuto da criminologi, magistrati e organismi internazionali come la Convenzione di Istanbul.

Questo è il contesto.

Un leader politico che, davanti a un pubblico plaudente, nega l’esistenza del femminicidio, riduce la violenza di genere a un’invenzione ideologica, e usa paragoni fuorvianti per demolire decenni di battaglie civili.

Non è una gaffe.

Non è un errore.

È un’operazione politica.

Ed è un’operazione pericolosa.

Pericolosa perché nega la storia.

La Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia, non è un vezzo femminista: è un trattato internazionale che definisce la violenza sulle donne come violazione dei diritti umani e come forma di discriminazione radicata nei rapporti di potere tra uomini e donne.

Dentro c’è scritto chiaramente che la violenza di genere non è un incidente privato, ma un prodotto culturale.

Esattamente ciò che Vannacci vuole negare.

Pericolosa perché nega i fatti.

Il Codice Rosso è nato perché troppe donne sono state uccise dopo aver chiesto aiuto. Perché le denunce venivano ignorate. Perché lo Stato arrivava sempre dopo, quando c’era già un cadavere.

È una legge d’emergenza, creata per rispondere a un fenomeno che non è “come tutti gli altri”.

Se il femminicidio fosse davvero un omicidio qualunque, non ci sarebbe stato bisogno di creare una corsia preferenziale, un allarme immediato, un intervento urgente.

Il Codice Rosso esiste perché la realtà ha imposto allo Stato di svegliarsi.

E negarlo significa tentare di riportare indietro l’orologio.

Pericolosa perché offre un alibi culturale.

Il suo discorso dice a un pezzo di Paese: “Non siete voi il problema. Sono le donne che esagerano”.

È un messaggio devastante.

È un messaggio che parla alla pancia, non alla testa.

È un messaggio che normalizza la violenza, che legittima il dominio, che giustifica il possesso.

È un messaggio che costruisce consenso attorno a un’idea di società verticale, autoritaria, regressiva.

Pericolosa perché costruisce un seguito.

Il punto non è ciò che dice: è ciò che scatena.

Un pubblico che applaude mentre si smonta la verità.

Un pubblico che si riconosce in un linguaggio da capo-popolo.

Un pubblico che cerca un uomo forte, non un leader democratico.

E quando un generale inizia a parlare come un tribuno, e un tribuno inizia a essere trattato come un salvatore, allora la democrazia deve preoccuparsi.

E il paradosso esplode quando parla di donne.

Condanna l’Islam perché relega la donna a un ruolo subalterno – giusto – ma poi chiede alle donne italiane di fare più figli, riducendo la loro identità alla maternità.

La donna vale perché è madre.

Non perché è medico, ingegnere, magistrato, operaia.

Madre.

In cosa differisce, esattamente, tutto questo da ciò che condanna?

È la stessa logica: la donna come funzione, non come individuo.

La donna come strumento, non come cittadina.

La donna come ingranaggio della nazione, non come soggetto di diritti.

E poi c’è la “remigrazione”, la grande illusione identitaria.

Un progetto irrealizzabile, logisticamente impossibile, economicamente insostenibile, diplomaticamente impraticabile.

Lo sanno anche loro.

Ma funziona nei comizi.

Funziona con chi ha paura.

Funziona con chi cerca soluzioni semplici a problemi complessi.

Funziona con chi vuole un nemico, non una politica.

E poi c’è la realtà.

La realtà che nessuna retorica può cancellare.

La realtà che parla con la voce di una madre, la madre di Giordana, uccisa con 48 coltellate dall’uomo che diceva di amarla.

Una madre che ha scritto parole che dovrebbero essere scolpite su ogni palco dove qualcuno osa minimizzare il femminicidio.

Parole che ricordano che ogni donna uccisa lascia dietro di sé una famiglia condannata a un ergastolo di dolore.

Parole che dicono: “Le parole hanno un peso”.

Questa testimonianza è la prova definitiva che negare il femminicidio non è solo sbagliato: è crudele!

È un’offesa alla memoria delle vittime.

È un insulto al dolore dei familiari.

È una cancellazione della realtà.

È un modo per dire che Giordana non è stata uccisa in quanto donna, ma per caso.

E questo non è accettabile.

Non è tollerabile.

Non è degno di un Paese civile.

E poi c’è la manipolazione strategica.

Vannacci parla come chi è convinto di avere davanti un pubblico da guidare non con argomenti ma con toni autoritari, slogan semplici, dicotomie primitive.

È la tecnica classica dei capi-popolo: alzare la voce, semplificare la realtà, creare un nemico, offrire una soluzione brutale.

È la retorica di chi non vuole convincere: vuole dominare.

E funziona.

Funziona perché c’è una parte del Paese che non vuole essere cittadinanza: vuole essere gregge.

Non cerca complessità, cerca ordini.

Non vuole partecipare, vuole obbedire.

Non pretende diritti, pretende un capo.

E quando un capo-popolo trova un gregge disposto a seguirlo, la deriva non è un rischio: è una traiettoria.

Ed è qui che entra in gioco la responsabilità della politica istituzionale.

Perché se questa visione del mondo dovesse entrare nelle Istituzioni, se venisse legittimata, normalizzata, accolta, allora l’Italia entrerebbe in una fase nuova e pericolosa.

Non per un singolo provvedimento, ma per il cambio di paradigma: dalla democrazia liberale allo Stato identitario, dalla tutela dei diritti alla disciplina sociale, dalla complessità alla semplificazione autoritaria.

La storia insegna che le democrazie non crollano per colpi di Stato: crollano quando i leader democratici normalizzano chi vuole comandare invece che governare.

Crollano quando la politica apre la porta a chi considera il popolo non una comunità, ma una truppa.

Crollano quando si confonde la forza con l’autoritarismo, il consenso con la sudditanza, la guida con il comando.

E allora sì, bisogna dirlo con chiarezza:

negare il femminicidio significa negare le donne, la storia, la realtà.

E permettere che questa retorica entri nelle Istituzioni significa mettere a rischio la democrazia stessa.

Angioletta Massimino

Pubblicato in : Editoriale

Info Angioletta Massimino

Siciliana, socialista e imprenditrice, scrive per passione, fa giornalismo come ricerca della verità e porta avanti l’editoria come attività imprenditoriale.
La sua formazione comprende studi classici, musicali, giuridici, sociologici e giornalistici.
Dal 1987 ha guidato la ‘Massimino Editrice’ e la Tipolitografia ‘Sicilmediterranea’, collaborando con Giuffrè, Giappichelli e Istituzioni accademiche.
La Sicilia è il centro del suo impegno: una terra ricca e capace, spesso relegata in un ghetto culturale e politico. Il suo lavoro nasce dall’esigenza di restituirle spazio e dignità.
Socialista per convinzione, ha fatto parte della Commissione Nazionale di Garanzia e del Consiglio Nazionale del PSI, contribuendo alla redazione di un’interrogazione parlamentare sul MUOS e alla stesura di un disegno di legge sullo stalking giudiziario.
Ha collaborato con diverse testate, tra cui Avanti! Online, I Nuovi Vespri, Il Faro sul Mondo, Il SudEst, PoliticaPrima, AKIS REGALE e La Giustizia.
Vive e lavora in Sicilia.

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