Il turno delle elezioni amministrative del 2011, che si concluderà con i ballottaggi del 29 e 30 maggio, lascia sul campo vincitori e vinti, pareggi inusitati e successi insperati, ma soprattutto, un importante dato utile per una riflessione: la pressoché totale assenza, dal dibattito politico-elettorale, delle tematiche connesse alle competenze degli enti locali, in particolare, i comuni.
Infatti, appare evidente come negli ultimi lustri – in piena epopea populistica e plebiscitaria – ogni appuntamento elettorale finisca per acquisire una dimensione asimmetrica rispetto al livello istituzionale di riferimento. È accaduto nello scorso anno con le elezioni regionali; accade ancor di più questo anno con consultazioni dal carattere amministrativo. Prescindendo dalle 4 città maggiormente rappresentative – Torino, Milano, Bologna e Napoli – in cui era inevitabile uno slittamento della campagna elettorale verso vicende nazionali, nella stragrande maggioranza dei comuni al di sopra e spesso anche al di sotto dei 15 mila abitanti, i vari schieramenti si sono contrapposti sulla base di proposte programmatiche chimeriche e irrealizzabili, in quanto non rientranti nella sfera di competenza degli organi di governo dell’ente locale.
Questo fenomeno risponde a due ordini di ragioni: una di tipo politico, ossia la fibrillante situazione della maggioranza parlamentare e la tendenza dell’attuale Presidente del Consiglio a balcanizzare la competizione in un plebiscito sulla sua persona; un’altra di tipo istituzionale, espressa dalla scarsa conoscenza della struttura degli enti locali, e soprattutto del riparto di competenze fra organi esecutivi e assemblee elettive.
Come noto, a partire dalla riforma introdotta con la legge n. 81/1993, l’elezione diretta del Sindaco ha dato inizio ad una progressiva marginalizzazione del Consiglio comunale, facendolo divenire mera istanza ratificatoria di decisioni assunte in altra sede, quella di Giunta. Quest’ultima, di derivazione non elettiva e nella disponibilità del Sindaco, riassume in effetti tutti i poteri c.d. “residui” che il Testo unico degli enti locali (dlg. n. 267-2000) non attribuisce al Sindaco stesso ovvero al Consiglio.
In altre parole, le assise di rappresentanza comunale si trovano in una profonda crisi quanto al proprio ruolo ed alle capacità di incidere nella determinazione dell’indirizzo politico-amministrativo. Per fare alcuni esempi, è utile ricordare come i Consigli acquistino rilevanza nella politica locale solo in occasione della votazione del bilancio di previsione, quindi una volta l’anno, restando confinati in un cono d’ombra nelle altre fondamentali scelte che ogni amministrazione comunale persegue.
Anche in una materia delicata come quella dei project financing – per realizzare opere pubbliche con capitale privato – la competenza è attribuita dalla legge alla sola Giunta, salvo il caso di variazioni urbanistiche. Durante la campagna elettorale in via di conclusione non si è fatto minimamente cenno a simili profili. Ma di questo aspetto bisognerà prima o poi prendere contezza per evitare che la crisi delle assemblee elettive ad ogni livello assuma nel contesto più prossimo ai cittadini, pericolose fattezze di accentramento di potere e marginalità della rappresentanza, di cui le comunità, sembrano, invece, avere un urgente bisogno.
Vincenzo Iacovissi (avantidelladomenica.it)

Io ho scritto in senso esattamente contrario. Bene, anche questa è libertà.