
In Europa il ceto medio si restringe. Non è un’impressione ma una tendenza che attraversa tutto il continente. Le cause sono molteplici: salari fermi, costi pubblici in aumento, un’inflazione ancora ostinata che divora redditi e certezze. Alla base di questa spirale c’è un sistema amministrativo spesso inefficiente e, in troppi casi, permeabile alla corruzione. Un meccanismo che anziché sostenere i cittadini sembra complicarne la vita con ritardi, procedure opache e una cultura della responsabilità troppo debole. Nei corridoi della burocrazia comunitaria sopravvivono strutture costose e di dubbia utilità, dove l’ozio si trasforma in spreco e lo spreco diventa prassi. Ogni scandalo che emerge lascia intravedere un’area d’ombra più ampia, protetta da un tacito patto di mutua tolleranza. Il vecchio detto “tra cani non si mordono” continua a descrivere con inquietante precisione equilibri di potere che scoraggiano controlli severi e una reale assunzione di responsabilità. E mentre l’Europa invoca trasparenza agli Stati membri, fatica a praticarla al proprio interno. Il conto ricade, come sempre, sulle persone perbene. L’Unione, soprattutto dopo il Covid, dà a tratti l’impressione di un gigantesco resort istituzionale dove alcuni funzionari – ben stipendiati e poco esposti alla realtà quotidiana – inseguono priorità marginali mentre i cittadini stringono la cinghia. A questo si aggiungono scelte politiche che rischiano di produrre ricadute geopolitiche pesanti, come l’idea nata in Belgio di utilizzare i fondi russi congelati senza una strategia condivisa. In un mondo costruito su equilibri fragili certe mosse possono diventare detonatori miopi e pericolosi. La fiducia dei cittadini nelle istituzioni europee arretra, e arretra di molto. Troppe inefficienze, troppi privilegi, troppe parole che non trovano conferma nei fatti. A Bruxelles siedono spesso figure provenienti da carriere nazionali giunte al capolinea: il rischio – anzi, la realtà – è che l’Europa diventi un parcheggio dorato per chi non ha più un mandato politico forte né una connessione viva con i propri elettori. E questo alimenta risentimento, disincanto, distacco emotivo. Un clima ideale per chi vive di protesta e non di proposta. In questo contesto già infuocato si moltiplicano insinuazioni e voci, spesso infondate, che servono più a generare rumore che a chiarire i nodi del problema. Distinguere tra fatti e sospetti è essenziale, soprattutto ora che gli strumenti digitali amplificano ogni ombra e trasformano qualunque mormorio in presunta verità. Ma al di là delle polemiche resta una domanda centrale, urgente: quanto ancora potrà reggere un’Europa che chiede sacrifici ai cittadini mentre fatica ostinatamente a pretenderli da se stessa?
Angelo Santoro

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