A portare questa Turandot “nella Cina al tempo delle fiabe” così come indicato Puccini, ci ha ben pensato Angelo Bertini, regista,scenografo e costumista di questa produzione che, al di là di qualsiasi soggettivo giudizio, ha avuto l’enorme pregio di restituirla a quella dimensione fiabesco-simbolico che le appartiene e che meglio la rappresenta nei suoi multiformi contenuti.
Una Turandot da favola conquista il pubblico del Festival Pucciniano
Un pregio che non abbiamo potuto che apprezzare in ogni sua parte a partire dalle scene sofisticate e semplicissime al contempo, fuori da ogni tempo e, in qualche modo, da ogni luogo identificabile. Scene che parlano di emozioni, di suggestioni, di storia e di storie, di un passato ancora presente e incombente eppure prossimo alla sua fine se la gelida figlia dell’Imperatore Altoum, Turandot, non lascerà da parte le sue paure per scendere sulla terra e pensare ad uno sposo a gli eredi.
In quella Cina dove lei e non il saggio padre comanda (ah, colpe dei padri avere per le figlie un debole e accondiscendere ad ogni loro desiderio, anche il più assurdo com’è quello di scoraggiare i pretendenti con enigmi impossibili e punirli, in caso di mancata risposta, col taglio della testa).
Inutilmente Altoum scongiurerà l’ennesimo candidato al patibolo, il temerario Calaf che ha appena ritrovato il proprio padre dopo l’infausto esito di una battaglia che li ha tenuti lontani per lungo tempo; inutilmente le sue parole: “fa che io posa morir senza portare il peso della tua giovane vita” e, ancora più esplicito: “non voler che s’empia ancor d’orrore la Reggia e il mondo” si rivolgeranno, paterne, verso questo candidato ad una morte quasi certa…
Del resto, come Bertini ben mette in evidenza, in quella Cina e in quel palazzo ci sono solo burattini obbligati ad obbedire senza possibilità di critica: la ragione è obliata da quella giovane donna ossessionata dal destino della sua ava Lou-Ling che “regnavi nel tuo cupo silenzio in gioia pura e sfidasti inflessibile e sicura, l’aspro dominio…” fino a quando “fu sgomento e terrore e rombo d’armi. Il regno vinto! E Lou-Ling trascinata da un uomo come te, come te straniero, là nella notte atroce dove si spense la sua fresca voce…”.
Persino i suoi tre ministri, Ping, Pang, Pong, così potenti e temuti, non sono che marionette. Decisamente originale e a mio avviso centralissima la scelta scenica e registica, proprio all’inizio del secondo atto, di visualizzare questa mancanza di libertà di pensiero e di azione con “burattinai” che muovono i tre ministri, che, del resto, fin dalle prime battute del primo atto si muovono a scatti, impersonali e grotteschi. Ma, e qui la seconda stupenda trovata del regista, la nostalgia, il sentimento, il ricordo possono, anche solo per un attimo liberare quei corpi e quelle menti: “ho una casa nell’Honan col suo laghetto blu, tutto cinto di bambù. E sto qui a dissiparmi la mia vita a stillarmi il cervel sui libri sacri…” Ed ecco che, non più prigionieri di quelle regole, si liberano dai fili e tornano ad essere uomini:”ho un giardino preso Kiu che lasciai per venir qui e che non rivedrò mai più…”. Uomini con sentimenti veri, col desiderio di vedere interrotta quella interminabile catena di morti: ” Uccidi! Estingui! Ammazza! Addio amore, addio razza! Addio stirpe divina! E finisce la China…”
Un momento dolcissimo caratterizzato scenicamente da essenziali elementi scenici capaci di evocare quelle nostalgie e che, rapidamente come sono apparsi, scompaiono mentre per i tre ministri non resta che tornare ad essere i burattini di sempre, nascondendo in cuore i loro desideri: “..gloria all’ebrezza e all’amore che ha vinto e alla China la pace ridà…”. Purtroppo: “Udite trombe! Altro che pace! Ha inizio la cerimonia…” E amaramente: “Andiamo a goderci l’ennesimo supplizio”.
Ma Bertini non finisce di stupirci e dopo aver attraversato con maestria la scena degli enigmi durante la quale “scolpisce” le parole di ognuno dei personaggi affinchè non vadano perdute in quel diluvio di note una più bella dell’altra ( fantastico quell’accorato “non perderti straniero” di Altoum a cui fa eco il “è per la vita” della folla e, struggente, ” è per l’amore” di Liù) dopo l’applauditissimo “nessun dorma” (non bissato solo per la fretta del direttore d’orchestra vista la calorosa richiesta del pubblico) si arriva al cuore dell’opera: il sacrificio di Liù.
Punto dolens per Puccini, incartato in questa morte apparentemente “inutile” vista la durezza della Principessa; Bertini fa un passo oltre le convenzioni: sì Turandot è feroce e fredda, ma quella morte pura e gratuita la colpisce. Morire per amore, perchè? “Chi pose tanta forza nel tuo cuore” le chiede mentre Liù si offre alla tortura “Principessa, l’amore”. Qualcosa che non conosce ma che sente essere così forte da rendere possibile anche il sacrificio della vita, non può essere ignorato. Va almeno rispettato e, in qualche modo, premiato. Ed ecco che Bertini decide, con coraggio ma anche con legittima e condivisibile opportunità, che Turandot accolga l’esanime corpo di Liù nel mausoleo della sua ava, morta per la violenza di un uomo, quasi che un sacrificio d’amore possa riscattare quella violenza. Del resto il candido vestito di Turandot è identico a quello con cui Liù le canta “tu che di gel sei cinta”, quasi che il di lei amore si trasfonda in Turandot “..da tanta fiamma vinta, l’amerai anche tu! Prima di questa aurora, io chiudo stanca gli occhi, perchè egli vinca ancora…”
Il resto della storia ben la si conosce anche se la tensione emotiva che il regista-scenografo viareggino crea resta invariata fino all’ultima nota, senza dare nulla per scontato e senza mai cadere nell’ovvio e nello scontato.
È stato un allestimento destinato a restare nella storia del Festival Pucciniano, una operazione di alto profilo che ci auguriamo possa trovare anche in altri teatri una platea numerosa e appassionata com’è stata quella del gran teatro G.Puccini per la prima del 9 agosto.
Ad aiutarlo in questa grande impresa, un bravo Marco Balderi che ha saputo dare voce alle molteplici sfaccettature di questa partitura attraverso una Orchestra del Festival che, chiamata a dare il meglio di sè, non manca di farlo con passione. Complessivamente positiva anche la prova del cast, con una grandissima Giovanna Casolla nel suo ormai intoccabile ruolo di Turandot, ed una più che brava Serena Farnocchia che ha dato voce e interpretazione ad una struggente ma volitiva Liù, degna controparte della “principessa di gelo”. Bella la performance di Ing Sung Sim, Timur, come pure quella dei tre mandarini Park Joung Min, Ping, Nicola Pamio, Pang, Francesco Pittari, Pong. Qualche riserva per Walter Fraccaro, il cui Calaf ha avuto degli eccellenti acuti ma è mancato, forse, di quella morbidezza che, a mio avviso, costituisce il cuore del personaggio. Il principe ignoto non è solo acuto roboanti ma fraseggi e tenerezza che sono mancati, almeno in questa prima serata.
Grande, anzi più che grande il disegno di luci che Valerio Alfieri ha pensato per questa Turandot, sapiente e coinvolgente, capace di raccontare quelle emozioni che il regista-scenografo ha così ben suggerito.
E mentre attendiamo con ansia la prima assoluta della versione italiana di quella Junior Butterfly ( 13 agosto ore 21.15), seguito giapponese della Madama Butterfly di Puccini, che avevamo apprezzato nel 2006 nella versione giapponese, rimandiamo con piacere coloro che vorranno vedere questa interessantissima Turandot alle repliche del 14, 17, 23 e 29 agosto.




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