
In cartellone per questa inaugurazione, un’opera che mancava da dieci anni da questo palcoscenico, Tosca.
Un’opera facile e difficile al contempo, dove il dettaglio è fondamentale e dove ogni sbavatura si amplifica enormemente.
Due sole recite per questo nuovo allestimento del Teatro del Giglio che porta la forma di Renzo Giacchieri non solo per la regia ma anche per la consulenza di scene e costumi.
Scene dipinte, che ci hanno portato indietro nel tempo regalandoci suggestioni infinite fatte di ricordi, per quelli meno giovani, di nostalgie per quanti credono che la messa in scena di un’opera non debba essere un esercizio della fantasia, talvolta delirante, di pseudo artisti a caccia di visibilità, di emozioni per quei pannelli, opera dell’artista Nicola Benois che le aveva realizzate, per conto della Scenografie Sormani-Cardaropoli di Milano, per la Scala di Milano, capaci di portarci dentro quei luoghi che Puccini aveva pensato per i suoi personaggi. La seicentesca chiesa di Sant’Andrea della Valle, elegante e maestosa, Palazzo Farnese, “il dado dei Farnese” com’era chiamato per forma e mole, considerato una delle “Quattro meraviglie” di Roma e Castel Sant’Angelo, carcere politico dello Stato Pontificio e luogo di esecuzioni capitali segnate dal suono a morto della Campana della Misericordia, sulla terrazza ai piedi della statua dell’Angelo.
Scene da togliere il fiato nella loro capacità evocativa, nel loro essere cornice “naturale” a quella storia che da oltre un secolo si propone, originale e potente, al pubblico dei melomani di ogni parte del mondo. Siamo grati, per questo, al coraggio e alla determinazione di Giacchieri che ha voluto sfidare le mode per restituire, intatto, il sapore di questa storia dalle tinte forti e dalle grandi passioni.
Meno grati, invece, a chi ha scelto per la prima un cast “zoppicante” nel quale proprio due dei tre protagonisti, hanno dato chiari segni di difficoltà. Come è possibile che proprio Cavaradossi e Tosca si siano dimostrati non all’altezza della serata? L’uno, il tenore ungherese Boldizsar Laszio , nonostante la buona volontà di affrontare con piglio il non facile ruolo del pittore-patriota, ha dato chiari segni di difficoltà vocali raggiungendo, solo in alcuni casi, a dare prova delle sue effettive possibilità.
L’altra, la soprano Carmen Solis, ha così ecceduto in grida melodrammatiche, da trovarsi in deficit di voce nei momenti clou “sciupando” un’opportunità davvero notevole di poter dar prova delle sue capacità.
Meglio di loro ha fatto il secondo cast, con un Giorgio Berrugi in buona forma ed una Ausrine Stundyte che, più misurata ed accorta, ha saputo coniugare con miglior fortuna interpretazione vocale e scenica.
Ottimo sotto ogni punto di vista, il terzo cardine di quest’opera, il lucchese Gabriele Viviani, un Barone Scarpia solenne ed essenziale; voce potente e calda, cipiglio fiero e altero, ha rappresentato questo oscuro demone del male con grande consapevolezza guadagnandosi, meritatamente, applausi a scena aperta.
Ottime le due voci “comprimarie” (anche se, in realtà, non lo dovrebbero essere più di tanto rappresentando personaggi importanti nel contesto dell’opera): per la prima volta, o quasi, abbiamo sentito cantare, e bene, Angelotti a cui il bulgaro Deyan Vatchkov ha dato voce e volto, mentre un ottimo Angelo Nardinocchi ha egregiamente interpretato il ruolo del sacrestano, ruolo spesso ingiustamente interpretato in modo grottesco e buffonesco; in questo caso, per fortuna, Giacchieri lo ha sottratto a questo “karma” restituendogli quel valore e quella dignità che merita, così importante nell’economia dell’affresco che il Maestro lucchese così bene dipinge raccontando un’epoca ed una società che, mutatis mutandis, era in qualche modo anche la sua e, perché no, anche la nostra.
Interessante la direzione del M° Julian Kovatchev, che è anche direttore artistico del Giglio; precisa ed attenta, ha saputo conquistarsi il pubblico, conducendo l’ottima Orchestra della Toscana, all’interno della partitura alla ricerca di quelle nuance che costituiscono l’eccellenza della musica di Puccini.
Poco comprensibile la scelta del regista di far uccidere Cavaradossi da Spoletta anziché dal plotone d’esecuzione: risulta doppiamente poco credibile perché da un lato mal si giustifica verso i subalterni l’ordine da parte di Scarpia (anche tramite un delegato) di una fucilazione “a salve” di un condannato del calibro di Cavaradossi; dall’altro, con quel gesto, si da’ troppa importanza ad un personaggio come Spoletta che, per sua natura, è poco più di un servile esecutore e non può essere il cattivo, giacché di vero “cattivo” c’è solo Scarpia.
Quel gesto appare dunque scarsamente comprensibile e nulla aggiunge a questa vicenda che, per i colpi di scena che contiene, non ha proprio bisogno di ulteriori escamotage per renderla avvincente.
La stagione è partita anche se, e ce ne rammarichiamo, in programma è prevista solo un’altra opera importante, Traviata, in programma il 24 e 25 novembre; poi, ancora un lungo silenzio fino al 23 e 24 febbraio con Napoli milionaria di Nino Rota diretta da Matteo Beltrami per la regia di Fabio Sparvoli. Troppo poco per gli amanti della lirica, specie in una città come Lucca che a questo genere è vocata. Se, come sembra, i costi per queste stagioni sono superiori ai budget disponibili (oggettivamente sempre più scarsi provenendo in massima parte dallo Stato e dagli Enti Locali), magari le stagioni potrebbero essere implementate con altri titoli affidati a giovani cantanti e a registi e scenografi non ancora famosi: un’opportunità per ognuno di loro di avere una prestigiosa ribalta dove farsi conoscere e un’occasione per il teatro (e per gli appassionati) di mettere in scena, magari anche in due stagioni distinte, più opere con costi contenuti che potrebbero poi prendere la via dei teatri minori (quanti ce ne sono anche nella lucchesia a partire da Barga fino a Castelnuovo…) per dar vita ad una tounee che non mancherebbe di riscuotere l’interesse del pubblico e gli apprezzamenti di quella parte di critica che, da anni, attende il ritorno di una lirica di provincia che faccia da scuola per le giovani voci e da richiamo per nuovi appassionati che non hanno necessariamente bisogno di grandi nomi che, talvolta, risultano altrettanto grandi delusioni.

Lascia un commento