
Correva l’anno 1896: tre anni prima Falstaff e Manon Lescaut avevano calcato per la prima volta i palcoscenici italiani; in quello stesso anno al Regio di Torino aveva da poco debuttato Bohème, due anni dopo Mascagni proporrà la sua suggestiva Iris.
Alla Scala di Milano Umberto Giordano, compositore foggiano classe 1867, presenta, il 28 marzo, la sua Andrea Chenier opera in quattro quadri su libretto di Luigi Illica, dramma di ambiente storico ispirato alla vita del poeta francese Andrea Chenier, uno dei più importanti esponenti del movimento del romanticismo, all’epoca della rivoluzione francese.
Da subito un successo, come ci dice il telegramma spedito da Sonzogno a Illica alla fine dello spettacolo: “Trionfo completo per primo-terzo-quarto atto. Piacque pure secondo. Ventina chiamate artisti e maestro. Volevasi anche librettista. Venite assistere seconda”.
Successo continuo ed unanime, che continua tutt’oggi sui palcoscenici di tutto il mondo.
E al Verdi di Pisa, questo successo non è venuto meno: pubblico entusiasta, senza incertezze, tripudio per tutti gli interpreti (parliamo della seconda recita, quella pomeridiana della domenica), per il direttore, per l’orchestra…
Del resto abbiamo respirato un quasi inedito perfetto gioco di squadra dove ogni elemento (cantanti, scene costumi, regia, luci) si incastonava con gli altri con una spontaneità ed una “normalità” quasi cinematografica.
Bene ha detto il neo presidente della Fondazione Teatro Verdi, Diego Fiorini, a proposito di questo allestimento:
Aprire la Stagione con un titolo del grande repertorio come l’Andrea Chénier di Umberto Giordano è per il nostro Teatro una grande scommessa che coincide con la dimostrazione di un significativo impegno nella sua produzione.
Lo Chénier è difatti un grande spettacolo che prevede un impegno straordinario: il fatto che in scena si vedranno 180 costumi dà perfettamente l’idea dell’importanza di questa produzione. Ancora di più ci piace sottolineare il ruolo del Teatro di Pisa che è capofila di una produzione che impegna in un grande sforzo altri sei teatri italiani di tradizione. Da settimane artisti, team creativo, professionisti, maestranze sono impegnate in un lavoro che arriverà sulle scene di altri teatri nazionali. C’è un’aria di grande fermento e di grande lavoro in questi giorni in ogni spazio del nostro teatro, dagli uffici alla biglietteria. Un bellissimo modello di lavoro corale, insomma. E questo è solo l’inizio di un ritorno al teatro produttivo, a quel teatro che valorizza creatività, artigianato, studio e sacrificio e che è anello fondamentale di ogni società sotto il profilo culturale ma anche in termini di impatto sociale e indotto economico”.
Ed un’altra cosa ci ha favorevolmente colpito di questa recita: la capacità degli interpreti di emozionarci, il loro sforzo, quasi sempre riuscito, di non sclerotizzarsi nel ruolo di cantanti alla ricerca della perfezione vocale ma di usare la voce come strumento per raccontare e raccontarsi come avrebbero fatto in una rappresentazione di prosa.
Tutto ciò senza che andasse a scapito della resa vocale: merito senza dubbio del regista, un ottimo Adrea Cigni, che ha guidato questa esecuzione con meticolosa attenzione. Del resto è ben chiara la sua intenzione enunciata nel libretto di sala:
“Nel lavoro di regia su AndreaCénierho cercato di far dialogare la dimensione sociale con quella intima, dando vita ai personaggi con profondità e realismo. Il contrasto tra le classi sociali, sconvolte dalla Rivoluzione Francese, è centrale, ma viene vissuto attraverso le emozioni e i conflitti personali dei protagonisti.
Il lavoro con i cantanti si concentra così su una recitazione vera, mai teatrale nel senso tradizionale, in cui i personaggi sono visti non come ligure ideali o archetipi, ma come persone complesse, in grado di esprimere un ventaglio di emozioni sottili e vere, seguendo una narrazione più intima e coinvolgente: l’attenzione ai dettagli espressivi e alle dinamiche tra i solisti, alternati a scene corali che esplodono in energia e pathos, rafforzano il contrasto tra la dimensione pubblica della rivoluzione e quella privata delle storie d’amore e di sofferenza.
l personaggi evolvono nel corso della storia. Come nel caso di Maddalena che da adolescente diventa donna e amante appassionata, fino alla scelta della morte con Chénier, prendendo su di. sé la responsabilità di una storia d’amore difficile e quasi impossibile o Gérard che da servo indolente c insofferente, diventa una sorta di carnefice, uno Scarpia pucciniano. per poi mostrare tardivamente un lato umano c compassionevole.
Nel quarto quadro, quando il destino dci protagonisti è ormai segnato,
la storia d’amore tra i due protagonisti raggiunge una dimensione universale: non è più solo la vicenda di un poeta e di una nobildonna, ma una rappresentazione simbolica della lotta per la sopravvivenza dell’umanità e della bellezza in un mondo di crudeltà e violenza. La regia cerca di abbracciare una visione astratta e poetica, in cui i fatti storici lasciano spazio a una riflessione più ampia sulla condizione umana.
Unendo realismo e simbolismo, AndreaChénierdiventa così non solo un’opera storica, ma una potente rappresentazione emotiva potente, capace di dialogare con il pubblico contemporaneo attraverso una recitazione profonda e una visione registica che supera la ricostruzione storica per abbracciare tematiche universali e senza tempo”.
Anche le scene, di Dario Gessati, insolitamente “classiche” e pertinenti in un’epoca di “revisionismo selvaggio” nel quale luoghi e tempi delle opere sono alterate con inquietante discrezionalità dal regista, contribuiscono alla magia che si è creata via via che la storia ha preso vita.
Ancora una volta è Cigni a indicarci il significato ed il valore di quella scelta:
“La scenografia assume un ruolo chiave nel raccontare questa evoluzione: inizialmente, si presenta con un’immagine quasi oleografica e idealizzata del mondo aristocratico, dove il lusso e l’eleganza suggeriscono un’illusione di stabilità e ordine, dove i vizi della nobiltà e l ‘insipienza dei nobili vengono caricati quasi all’eccesso. Tuttavia, sotto la superficie, si avverte il fermento del cambiamento. Con l’ingresso del popolo e l’avanzare della rivoluzione, l’estetica si fa via via più cruda e realistica, riflettendo la violenza e il caos del collasso del vecchio regime. Questo progressivo disfacimento visivo accompagna l’intensificarsi della storia d’amore tra Chénier e Maddalena, che si sviluppa in parallelo al crollo delle vecchie strutture sociali”.
Ed è proprio Gessati a darci ulteriori e preziosi elementi per comprendere ed apprezzare la scelta fatta:
Lo Spazio ideato per questo AndreaChenier vuole, innanzitutto, evidenziare e raccontare un momento di passaggio storicamente epocale.
Un periodo che segnerà per sempre la storia politica e sociale della Francia ma, in realtà, del mondo intero. Per questo motivo, la grande difficoltà nel mettere in scena quest’opera di Giordano sta nel fatto che tutto realmente è accaduto e, soprattutto, ogni personaggio e ogni avvenimento è citato, raccontato e descritto con grande precisione e realismo. Difficile (se non impossibile) sarebbe quindi astrarre scenograficamente il luogo perché diventerebbe inverosimile. Decontestualizzare stilisticamente quest’opera diventerebbe un’operazione faziosa, estetizzante e, perciò, fine a se stessa.
Partendo quindi dalla suggestione e dal suggerimento storico, la scelta spaziale si è rivolta principalmente nel descrivere il cambiamento politico, economico, sociale ma anche fortemente estetico e culturale che ha segnato (anche repentinamente) la fine del Settecento.
L’intento scenografico è stato quello di creare uno Spazio che potesse avere una propria evoluzione formale (proprio come gli avvenimenti storici); dapprima leggera, bucolica, cromaticamente rassicurante; sfarzosa ed eccentrica; con il trascorrere degli anni e degli avvenimenti descritti, si è in vece cercato di trasformare questo mondo festoso in quello che sarà invece, successivamente, un paesaggio di distruzione e di decadenza a causa della rivolta più scura e sanguinosa della storia francese.
Da un primo atto quasi aristotelico, effimero, magico, teatrale e pittorico, si passa alla crudele concretezza dei fatti narrati. I colori sbiadiscono all’ombra degli inganni e del sangue, per diventare (cinematograficamente) fiamme, fumo e polvere degli edifici sventrati e dei corpi straziati. Iconograficamente si passa dal rococò di Fragonard, Watteau o Boucher fino ai primi romantici come Delacroix, Céricault, o ancora Houel e Thévenin, prendendo spunto da tutte quelle stampe e caricature che hanno “fotografato” minuziosamente la tragedia. Man mano che l’opera avanza, lo Spazio comincia a spogliarsi di elementi e descrizioni, diventando simbolicamente illuminista, essenza e racconto umano, in cui si vive o si muore per un amore, un ideale, una poesia”.
Ed abbiamo davvero vissuto ciò che regista e scenografo, egregiamente coadiuvati dalle luci di Fiammetta Baldiserri e Oscar Frosio dimenticandoci quasi di essere al teatro immersi come eravamo in quell’atmosfera dove suggestioni, emozioni, meraviglia e commozione si succedevano senza soluzione di continuità rapendoci fino all’ultima chiusura del sipario.
Ma se la vista ha goduto dell’ottimo lavoro fatto da regista, scenografo, costumista (a proposito, nulla da dire sui costumi di Chicca Ruocco, perfettamente coerenti e incisivi con il contesto), altrettanto si può dire dell’udito, appagato (almeno per quel che mi riguarda, ma, visti gli applausi credo anche del pubblico che ha riempito il teatro anche in questa replica) dalla direzione precisa del M° Francesco Pasqualetti che ha egregiamente condotto la Filarmonia Veneta all’interno di questa non facile partitura.
Sentiamo dalla sua viva voce un commento affidato al libretto di sala:
Quando Umberto Giordano scrive AndreaChénier èun giovane compositore di 29 anni in cerca della definitiva affermazione. Ha composto già tre opere che hanno avuto un successo altalenante e sa che l’opportunità di scrivere Andrea Chénierper il Teatro alla Scala di Milano è probabilmente la carta più importante che gli offre il destino per sancire la sua consacrazione o meno come compositore.
Ciò che impressiona ancora oggi è come il giovane compositore sia padrone del linguaggio musicale a lui contemporaneo. È evidente che conosce Massenet, Debussy, Wagner, Rimsky-Korsakov e che ha interiorizzato le loro innovazioni musicali. Di tutti questi autori si intravedono nell’opera richiami e citazioni. Ma Giordano con lo Chéniersembra volersi giocare il tutto per tutto e compie un gesto rivoluzionario: non mette armature in chiave. Tutti i diesis e i bemolle dell’intera opera sono indicati come di passaggio. . È questo un dettaglio tecnico: la tonalità è ciò che lega il discorso musicale in un’aria, in un duetto, in una sezione d’opera. Essa è esistita dai tempi di Bach ed esisterà dopo Umberto Giordano. Ma lui, con un gesto d’autentica avanguardia, la elimina; ovviamente il suo linguaggio musicale è e resta tonale e non diverrà mai il linguaggio atonale di Schonberg. Fa tuttavia delle eccezioni alla regola.Tutto ciò che nel linguaggio tradizionale della musica classica era difatti considerato eccezione, come ad esempio il rapporto di terza fra i bassi degli accordi, nella musica di Giordano diventa normalità. Ed è una normalità nuova, bellissima ed estremamente musicale. Emerge in quest’opera insomma uno stile suo proprio, e totalmente convincente.
Studiando questa partitura si coglie poi un vero colpo di genio. Oserei scommettere che sia stato il punto di partenza e di ispirazione dell’intera composizione. Il grande duetto finale tra Chénier e Maddalena si conclude con le parole la nostra morte è il trionfo dell’amore:l’unica via che hanno Chénier e Maddalena per amarsi è morire insieme. La ragione è molto semplice: Chénier e Maddalena non appartengono all’epoca in cui sono nati. Per sensibilità e per appartenenza d’anime essi sono un uomo e una donna che vengono dal futuro e che possono amarsi solo liberandosi dalla dimensione del presente. Ecco perché la morte è l’unica via d’uscita, l’unica possibilità alla realizzazione del loro amore.
Immaginate di essere un compositore: se doveste musicare la parola morte e la parola amore, quanto potrebbe essere diversa la musica che creereste? Direi come minimo opposta. Ed ecco l’idea geniale Giordano: egli compone un tema di quattro note sulla parola ‘morte’ già dal primo atto (finale dell’aria di Gérard) e poi ovviamente compone molti altri temi, uno dei quali è il tema dell’amore, che emerge in tutta la sua bellezza nel duetto finale del secondo atto. Ebbene, a uno sguardo ravvicinato, il tema della morte coi suoi quattro suoni discendenti è identico al tema dell’amore: quattro suoni discendenti. Orchestrati in maniera diversa, con un ritmo lievemente diverso ma, incredibilmente, fabbricati con lo stesso, identico materiale.
Amore e morte semplicemente coincidono. E fin dall’inizio, con il linguaggio meraviglioso e simbolico della musica, Giordano ci comunica questa verità: per questi due immensi personaggi amore e morte coincidono.
Così ha stabilito il destino per loro.
E grazie all’incredibile successo che ebbe fin dalla sua prima rappresentazione,il destino dello stesso compositore cambiò e da compositore con un futuro incerto si ritrovò catapultato nell’empireo dei musicisti.
Una direzione attenta e al contempo “appassionata” come, a mio avviso, deve essere quella di quest’opera che abbisogna di tempi anche ampi e ai limiti dell’enfaticità: del resto la sua natura verista non può essere ignorata e qualunque tentativo di ammorbidire le sue sonorità potenti e invasive ne farebbe perdere il suo animo profondo.
In un cast, il secondo, con la sostituzione dell’interprete di Maddalena di Coigny e di Carlo Gerard, che si è dimostrato di primissimo livello, ha troneggiato il tenore Angelo Villari, Andrea Chenier, al debutto nel ruolo.
Allontanate le comprensibili tensioni della prima, Villari ci ha generosamente regalato momenti di grandissima emozione a partire da quell’Improvviso che ha quasi colto di sorpresa il pubblico che, al termine, ha regalato una unanime ovazione. Ma in tutto il corso dell’opera ha saputo mantenere uno standard elevato: “Credo a una possanza arcana” il duetto “Ecco l’altare.. Ora soave”, “Sì, fui soldato” fino a quello struggente e accorato “Come un bel dì di maggio” dell’ultimo atto.
Pregevole anche la prova di Kim Gangsoon che nella seconda recita ha sostituito, a nostro avviso egregiamente, Angelo Veccia: un Gerard convincente sotto ogni punto di vista, vocale ed attoriale, che conquista il pubblico durante tutta la recita e lo rapisce nella romanza “Nemico della patria”.
Non meno brava ed applaudita, anche se in alcuni momenti la sua voce ci è apparsa un po’ stridente, Federica Vitali che ha sostituito nel ruolo di Maddalena Maria Teresa Leva. Commozione ed entusiasmo al termine della sua romanza “La mamma morta” come pure nel duetto finale con Chenier “Vicino a te s’acqueta” e applausi convinti al termine dell’opera.
Impossibile non citare gli altri interpreti che hanno saputo affrontare i loro ruoli in modo più che convincente dando all’insieme un’omogeneità ed un livello davvero pregevole: Alessandro Abis e Shay Bloch, rispettivamente Roucher e Bersi, Fernando Cisneros (Mathieu e Flèville), Marco Miglietta (Un incredibile e l’abate), Gianluca Lentini (Schmidt e Fouquier), Giorgio Marcello (Maestro di casa e Dumas). Alessandra Palomba (Contessa di Coigny e di Madelon).
Validissimo l’apporto del Coro Arché ottimamente diretto da Marco Bargagna.
Stefano Mecenate



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