E’ ancora possibile trovare in circolazione quella merce rara che è una rappresentazione obiettiva della realtà, mentre tutto è così smaccatamente oggetto di manipolazione faziosa o, comunque, interessata? Il Censis accredita la propria indagine sulla situazione sociale del Paese – che viene sfornata, ogni anno, dal 1967 – come “il più qualificato e completo strumento di interpretazione della realtà italiana”. Pochi giorni fa è uscito il 49° rapporto che. in effetti, pare tutt’altro che uno spot o una gigionata. Il titolo (“Una società a bassa autopropulsione, che non ritrova il gusto del rischio”) è già un controcanto alla propaganda allucinogena del governo. “Nell’Italia dello zero virgola continua a gonfiarsi la bolla del cash cautelativo” (come conferma un’inflazione inesistente malgrado le iniezioni monetarie della Banca Centrale Europea) e in 4 anni (giugno 2011-giugno 2015) il patrimonio finanziario degli italiani è cresciuto di 401,5 miliardi (+6,2% in termini reali): sono soldi riposti, perché “il risparmio è ancora la scialuppa di salvataggio nel quotidiano”, se è vero che nell’anno trascorso ben 3,1 milioni di famiglie hanno intaccato i propri risparmi per fronteggiare le spese mensili.
C’è mancanza di fiducia, come io sostengo, o di ‘fame’, come altri (mi) suggeriscono? Potrebbesi azzardare che, in generale (le indagini statistiche fanno sempre torto ai milioni di casi singoli), non si sia (ancora) messi così male da ‘dovere’ ma neppure orientati così bene da ‘volere’ rischiare. Il rapporto raffigura una società ‘seduta’, dove un numero importante di cittadini percepisce l’assunzione del rischio come un azzardo che “lascerebbe impresse cicatrici profonde sulle (…) solitarie biografie personali”. Così, per esempio, “tra il 2009 e il 2015 si osserva una riduzione dell’11,2% dei negozi di ferramenta, dell’11% dei negozi di abbigliamento, del 10,8% delle librerie, del 10,5% delle macellerie, del 9,9% dei negozi di calzature, dell’8,7% dei negozi di articoli sportivi. Crescono invece del 37% i take away, del 15,5% i ristoranti, del 10% i bar, dell’8,2% le gelaterie e pasticcerie”. Insomma, consolare frustrazioni e mancanza di prospettive nella tavola, così ripiegano gli italiani? In effetti, è facile constatare la crescente pervasività del cibo, non si sente che parlare di cene, di ricette, di cucina, che siano i nuovi panes et circenses? Che si siano volturati impegno e progettualità con la resa ad un edonismo tanto banale, quanto (sottilmente) disperato?
Altri dati interessanti emergono dallo studio: anzitutto quel 55,3% di italiani che vuole il taglio delle tasse, anche a costo di una riduzione dei servizi pubblici, posto che “l’esigenza della riallocazione del risparmio in modo più funzionale all’economia reale si lega strettamente alla richiesta di scongelare quote del (…) reddito aspirate dalla fiscalità”. Il dato (per quanto da prendere con le molle, per più di una ragione) riporta al nodo gordiano di una tassazione esosa al servizio di una estesa ed allegra gestione pubblica che (al di là di estemporanee operazioni di ‘maquillage’) nessuno osa mettere in discussione. Forse non è un caso se tra i cittadini “solo quote minime hanno fiducia nei partiti politici (9%), nel Governo (16%), nel Parlamento nazionale (17%), e la percentuale di quanti ripongono fiducia nell’operato delle autorità regionali e locali (il 22%) è meno della metà di quanto si riscontra in media nel resto del continente (47%).” D’altronde non è la politica-pifferaia che può infondere la fiducia che serve, bensì quella capace di progetti a lungo termine (di cui quasi non abbiamo memoria) potrebbe, semmai, arare il terreno adatto al recupero – tutto individuale – di fiducia e di iniziativa.
Diciamolo pure: se continueremo a comportarci, a vivere così – da servi, da sudditi -, da chi mai dovremo aspettare un cambiamento?

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