Non esistono elementi per sostenere che la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche italiane rappresenti una forma di indottrinamento o, peggio, di discriminazione nei confronti di alunni le cui famiglie hanno effettuato e portano avanti scelte filosofiche e/o religiose non riconducibili al Cristianesimo: Questo è il nocciolo della sentenza definitiva della Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul caso Lautsi e altri contro lo Stato italiano.
La sentenza è molto importante perché finalmente posa, su un piano strettamente giuridico, una pietra di buon senso su una questione che ha costituito terreno di scontro tra ‘laici’ e ‘cattolici’, nel nostro Paese, alimentando una divisione in parte vieta e in parte autoreferenziale. Disinnesca, depotenzia cioè una istanza che qualcuno – e non mi riferisco ai ricorrenti – avrebbe inteso e intenderebbe sostenere per affermare o rivendicare un’identità, per marcare una differenza – piuttosto che per risolvere un problema reale, che evidentemente non ha sufficiente rilevanza.
Dunque finisce, si esaurisce qui ogni possibile spazio per un’idea di laicità, per una iniziativa finalizzata ad una distanza di rispetto tra Stato e religione, tra religione e politica? Certo che no. Altrimenti si rischierebbe di attribuire ad una sentenza una natura che non le appartiene (e non deve mai appartenerle) e di riconoscere alla battaglia contro il crocifisso nelle scuole – che io non esito a definire povera di sostanza e fuorviante – quella valenza che obiettivamente non ha.
Il fondamento di una opinione autenticamente laica non può non fare i conti con una risposta alle seguenti domande: qual’è il significato della religione nella vita dell’uomo e nella società? Che cosa significa, come si manifesta la libertà religiosa? Quando si può dire conculcato, in un Paese, il diritto alla libertà religiosa? Quando e come uno Stato viola il principio di non discriminazione? Quali sono gli indicatori, i parametri attraverso i quali misurare la laicità di uno Stato? Qual’è la distanza corretta tra religione e politica?
Parrebbe di avventurarsi su un terreno compiutamente esplorato, su un piano non più inclinato, su un argomento risolto, conchiuso. In realtà sappiamo per esperienza – per l’esperienza dell’uomo – che nessun problema è mai definito una volta per tutte. Neppure alle falde del Terzo Millennio.
Supponiamo, in ipotesi, di affermare che uno Stato possa dirsi rispettoso dei diritti individuali alla libertà religiosa e di quant’altro connesso nella misura in cui – oltre al resto – non faccia mai propri, in alcun modo, i simboli, i riti di una qualsivoglia confessione religiosa e quando qualsiasi esperienza religiosa sia condotta a fenomeno esclusivamente privato. Allora, per esempio, non basterebbe togliere i crocifissi dalle scuole: ciascun dipendente pubblico dovrebbe aver cura di rimuovere qualsiasi immagine sacra che alberghi in un pubblico ufficio, ovvero in un veicolo, in una nave o un aeromobile di proprietà pubblica; occorrerebbe una legge che cancellasse le feste della Pasqua, del Natale e dell’Immacolata, trasformandole in ordinari giorni lavorativi; dovrebbero essere impediti i funerali di Stato all’interno di una chiesa, non potrebbe ammettersi il riconoscimento in sede civile di qualsivoglia matrimonio religioso, non si dovrebbe consentire che una pubblica via fosse momentaneamente interdetta al traffico per lo svolgimento di una processione, ecc. ecc.
Tutto questo, per di più, non è detto che sarebbe sufficiente: la rimozione di segni e simboli religiosi potrebbe dover essere portata a più radicali conseguenze. Secondariamente potrebbe sorgere il dubbio che non basti cancellare segni e simboli religiosi, che le istituzioni e la società andrebbero liberate da ogni e qualsiasi segno della storia, della cultura, della tradizione, in modo che nulla potesse attentare al diritto di ciascun individuo alla libera formazione di un convincimento. Così, il perseguimento teorico di una libertà assoluta, ci condurrebbe ben presto alla negazione di tale libertà. Anzi, a ben vedere, di ogni libertà.
E’ uno scenario che porta alla mente la furia iconoclasta dei regimi totalitari, di certe politiche ‘culturali’ tese a creare l’Uomo nuovo, che in realtà hanno prodotto milioni di diseredati senza memoria, senza dignità, senza futuro. In fondo a questo ‘tunnel’, troviamo Pol Pot e i suoi degni colleghi.
Illuminanti sono le parole di Benedetto XVI contenute nel discorso tenuto a Londra, lo scorso settembre, dinanzi a rappresentanti della società civile, del mondo accademico e del corpo diplomatico, oltre che a vari esponenti religiosi. “Non posso che esprimere la mia preoccupazione di fronte alla crescente marginalizzazione della religione, in particolare del Cristianesimo, che sta prendendo piede in alcuni ambienti, anche in nazioni che attribuiscono alla tolleranza un grande valore”.
Ecco che la laicità non va confusa con il laicismo né, peggio, con un’ideologia che non concede scampo, che sotto mentite apparenze ha in se un’anima insofferente e intollerante.
Io ascolto sempre con un pizzico di invidia i discorsi dei politici americani (rectius: statunitensi), quando con naturalezza chiudono molti dei loro discorsi pubblici con un’invocazione: che Dio benedica l’America! Che Dio ci protegga! Ascolto sempre con grande piacere un uomo di Stato che non ha vergogna o paura di rivolgersi a Dio, di parlare di Dio ai propri concittadini. E che poi ha il coraggio delle proprie scelte, senza pasticci o infingimenti con l’autorità religiosa.
Nulla a che vedere con tanti nostri politici ‘cattolici’: che non perdono mai l’occasione per genuflettersi alle gerarchie ecclesiastiche ma dalla cui bocca la parola “Dio” non esce mai, che usurpano la Croce facendone un vessillo di parte. Nulla a che vedere neppure con tanti ‘laici’, i quali spesso recitano semplicemente un opposto copione – come vuole l’intera commedia. Commedia dalla quale – grazie a Dio e grazie ai giudici della Corte Europea – è stato ora tolto un bersaglio incolpevole, un simbolo che non può offendere.
Paolo Marini

Caro Andrea, ancora non ho avuto modo di risponderTi, dal momento che non è banale ciò che scrivi e stimola ulteriori riflessioni, avrò modo di trasformare la mia replica in un articolo per Pensalibero. Grazie
Caro Paolo
Un vero laico non può non pensare che la libertà, qualunque essa sia e se di Libertà si tratta, dovrebbe pensare anche (se non prima di tutto), a quella degli altri. Il dubbio se possa considerarsi coercitiva l’ostentazione sistematica, in quanto pubblica, di un solo simbolo dietro il quale non tutti si riconoscono, effettivamente può sorgere. Se il Crocifisso è un simbolo di tutti gli italiani, perché non è presente, ad esempio, sulla nostra bandiera che ci rappresenta tutti ed è simbolo di unità? Vorresti proporlo?……..
Come si esprime il diritto alla libertà religiosa? Beh, potrebbe esprimersi, liberalmente, nelle parole di Cavour “libera Chiesa in libero Stato”, ma anche nel dettato costituzionale, art. 7, che riconosce indipendenza e sovranità paritetiche alla Chiesa Cattolica e allo Stato Italiano.
In un paese, il diritto religioso sarebbe conculcato allorquando una fede fosse obbligatoria o fosse religione ufficiale di quel paese. Questo, almeno per ora, non è il caso dell’Italia, almeno dopo il superamento dei Patti Lateranensi. Diciamo che da noi tale diritto è tutt’altro che “conculcato”; casomai c’è un’opinione pubblica fortemente “indirizzata” verso una sola religione. Per spiegarmi, ma solo per fare un esempio e non certo per equiparazione, è risaputo che un messaggio pubblicitario resta nella mente della gente a causa della sua ossessiva ripetizione.
Il principio di non discriminazione sarebbe violato quando i cittadini non fossero tutti uguali, ma esistesse qualcuno che, per legge, fosse “più uguale” di altri.
La laicità di uno Stato si misura nel fornire pari dignità a tutte le idee, a tutte le religioni. Fra l’altro, negli Stati Uniti d’America, che citi per esaltare l’invocazione a Dio fatta da alcuni politici nei loro discorsi, c’è una Costituzione (composta, come sai, di un Preambolo, sette Articoli e una Carta dei Diritti divisa in ventisette Emendamenti) che in nessun passo fa cenno né a Dio, né ad altre divinità; il giuramento del presidente, quando assume la carica, non presenta alcuna invocazione divina: “Giuro solennemente che adempirò con lealtà ai doveri di Presidente degli Stati Uniti e col massimo dell’impegno preserverò, proteggerò e diffonderò la Costituzione degli Stati Uniti” (Articolo II°, Sezione I°, comma 8). Si fa, invece, esplicito riferimento al fatto che “Il Congresso non potrà porre in essere leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione o per proibirne il libero culto,…omissis” (Carta dei Diritti, Primo Emendamento). E’, invece, di recente istituzione (1956) il motto “In God We Trust” sulle monete U.S.A., frase che poi venne assunta anche come motto nazionale. Ma, su questo, vi sono molte controversie sul fatto che tale motto sia o meno in contrasto con la Costituzione (proprio come succede da noi per il Crocifisso).
La distanza corretta tra religione e politica potrebbe essere quella adottata negli U.S.A. ma, nel nostro caso (unico fra le democrazie occidentali), mi pare che tale distanza sia inversamente proporzionale al grado di ingerenza che ciascuno Stato esercita sull’altro e, mentre le ingerenze dello Stato Italiano nelle faccende vaticane non esiste, lo stesso non si può dire per il contrario.
Le conseguenze che ipotizzi a seguito delle domande che poni, secondo me, cercano di essere un po’ apodittiche, ma non le trovo giuste: un simbolo che attiene a un personale modo di essere, esposto in un ufficio pubblico, veicolo, nave o aeromobile, nella propria personale postazione di lavoro, non credo possa offendere nessuno; anzi, riguarda il Credo di un individuo che vuol far sapere agli altri come la pensa (io preferisco un rapporto privato con la Fede e, quindi, non lo faccio, ma mi batto perché a nessuno sia impedito di farlo). Trasformare le feste religiose in giorni lavorativi mi sembra poi eccessivo, come eccessivo mi sembra il loro numero rispetto, ad esempio, alle feste dello Stato italiano, ma è solo una mia opinione. Se i funerali di Stato, come il matrimonio religioso riconosciuto in sede civile, sottostanno a un accordo concordatario, questi non si possono cambiare se non si cambia il Concordato. Lo svolgimento di una processione, che richieda la chiusura di una strada, penso che sia frutto di accordi con le varie amministrazioni comunali, che se ne assumono la responsabilità come per qualsiasi altra manifestazione.
Non capisco bene cosa tu intenda per “libertà assoluta”. Certo, se ti riferisci al fatto che possa esercitarsi una qualsiasi libertà a danno di quella di altri, sono d’accordo con te. Ma allora non credi che la presenza televisiva di tante figure di una sola Fede non “costringa” i non interessati a cambiare canale, ammesso che ne trovi uno “libero”? Se qualcuno, forte della sua potenza economica e politica, ti propinasse a ogni ora del giorno il suo discorso, quindi senza darti una reale possibilità di scelta, lo riterresti “correttamente” laico? In fondo, è proprio l’invadenza delle gerarchie ecclesiastiche (vedi, ad esempio, “Cosa ci fanno tutte queste tonache al capezzale dell’Italia malata?” di Nicola Cariglia del 24 gennaio u.s.) che induce un senso di impotenza laica a intervenire nel dibattito a causa della mancanza non di idee, ma di potere.
Cosa dimostra, infine, la sentenza? Per prima cosa, secondo me, dimostra che la “potenza di fuoco” messa in campo per quest’occasione (Stato Vaticano, Governo Italiano e altri dieci paesi europei) è stata così efficace da riuscire addirittura a ribaltare una precedente sentenza della stessa Corte Europea. In secondo luogo dimostra che questo problema (poco sentito in paesi dove i simboli religiosi non si espongono pubblicamente come in Italia) non era un quesito per la Corte dei Diritti dell’Uomo perché si tratta di un nostro esclusivo retaggio storico e solo noi possiamo affrontarlo.
Comunque, per mia natura, sono contrario alle crociate, in qualsiasi direzione vadano, perché preferisco e auspico un sereno, misurato e laico confronto delle idee, non l’affermazione di presunte Verità che non sono patrimonio dell’uomo.