Un sabato mattina, alla Galleria d’Arte Moderna, mi propongo un tonificante tuffo nella pittura di macchia e in alcune delle più belle tele di Fattori, Signorini, Borrani.
Il museo per me è qualcosa di simile ad una basilica, ad una cattedrale. Tutto il bello che vi si incontra, rimanda ad un qualcosa che è “al di fuori” o “al di sopra” o in un certo senso immanente, ma in ogni caso impalpabile, invisibile: Dio, l’uomo, l’artista, il genio, l’arte delle grandi come delle piccole cose, lo splendore della natura, la tecnica e quant’altro.
Purtroppo, né impalpabili né invisibili sono persone o situazioni contingenti. Come il visitatore a pochi passi da me che risponde al cellulare (ma non era vietato l’uso dei cellulari, dentro i musei? Ricordo sempre il pesante rimbrotto che si beccò, proprio dentro una sala del Palazzo Pitti, una mia amica medico che teneva acceso il cellulare per le emergenze…) e per di più a voce alta, beandomi serenamente degli affari suoi, mentre tento faticosamente di sviluppare una corrispondenza di sensi con l’autore di una splendida tela. Mi domando: ho mai sentito rumore più inopportuno?
Il bello è che nessuno del personale si sente sollecitato a intervenire, quanto meno per suggerire all’impertinente signore di tenere un tono di voce un po’ più basso (e rispettoso). Mi guardo intorno e intorno a questa fastidiosissima “voce” non accade nulla. Sono tentato io stesso di dire qualcosa, ma poi mi ferma un pensiero: da un suggerimento potrebbe scaturire una reazione scomposta e da questa potrebbe nascere un alterco, l’urlatore potrebbe essere un villano a tutto tondo ed io, d’altronde, ho anche il mio caratteraccio: rischierebbe con ciò di andare irrimediabilmente perduta quella tranquillità d’animo che è necessaria per un approccio fecondo alle opere d’arte, vorrei dire: allo stesso modo in cui il silenzio e il far vuoto nella mente si attagliano alla contemplazione, alla preghiera… Del resto, passati troppi secondi da che è iniziato questo baccano, non è più la maleducazione che mi indigna, ma l’indifferenza in cui si svolge.
E allora mi volto, cerco di far finta di niente e continuo a pensare (e ripropongo tali e quali, senza vis polemica, i miei pensieri): che cosa fanno i dipendenti del museo? Come si impiegano queste “risorse umane”? C’è un modo più efficace e gratificante (anche per loro) di risvegliarne l’intelletto e i sensi che non il semplice avvio dell’allarme quando qualche incauto supera più o meno involontariamente la fascia di rispetto che lo separa dalle tele? Tanto si sa: la sicurezza è tutt’altro che al sicuro. Chi mi impedirebbe di starnutire su una tela, inavvertitamente, e di fare scempio di un tesoro – un po’ come accade in una esilarante avventura dell’imperdonabile Mister Bean? O di compiere – peggio – atti vandalici dolosi? Quale rimedio è utilizzabile, contro fatti di questo genere, se non a danno procurato? Io non so.
Non desidero essere frainteso, non ho da insegnare alcunché a chicchessia – tanto meno in fatto di gestione museale. Mi limito ad esprimere un auspicio da visitatore e utente di queste istituzioni: mi piace pensare ad un museo – ovvero al museo – come ad un luogo dove le persone non fanno la guardia ad una fila di tele: non un santuario di staticità, ma uno spazio dove – banditi l’immobilità, la noia e (almeno un certo modo di usare) i telefonini (si, anche qualcuno del personale parla senza troppo pudore, tra uno sbadiglio e la pagina di un libro di Patricia Cornwell) – i visitatori, il personale indistintamente si rapportano in modo critico, creativo, innovativo all’arte e alle sue testimonianze. Un museo che ancora – come una chiesa, una cattedrale – non ha bisogno di individui annoiati, inerti, ma di spiriti (e intelletti) solleciti, ardenti, propositivi e… capaci però di stare anche a telefoni spenti, per assaporare o lasciar assaporare l’arte. E per sentire la vita: cosa che sembrerebbe ogni tanto il silenzio agevoli, anche se sempre di più viene confusa con il trillo di un telefonino.
Paolo Marini

Caro Marini,
sbagli perché in realtà hai da insegnare molto a chicchessia, soprattutto alla folla sterminata di quanti cialtroni nascono e cialtroni muoiono nonostante la scolarizzazione li abbia riverniciati. Il punto è questo: che ci fa questa gentaglia attaccata all’ex cultura? Ma è chiaro, per sostenere case editrici di rottami, cattedre e istituti di rottami, l’informazione di rottami, assessorati di rottami, il sistema museale di rottami riciclati nel “ricerchismo”, e ancora la sanità gerontologica, pizzerie, gelaterie, zimmer a ore e mignotte e mignotti mascherati dentro atteggiamenti alti, insomma la crescita culturale e i suoi sublimi risultati storici e politici. Butteresti tanto ben di dio? M.S.