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UN SABATO MATTINA, ALLA GALLERIA D’ARTE MODERNA

Non ho da insegnare alcunché a chicchessia – tanto meno in fatto di gestione museale. Mi limito ad esprimere un auspicio da visitatore e utente di queste istituzioni: mi piace pensare ad un museo – ovvero al museo – come ad un luogo dove le persone non fanno la guardia ad una fila di tele. di Paolo Marini

di Paolo Marini | 30 Dicembre 2008

Un sabato mattina, alla Galleria d’Arte Moderna, mi propongo un tonificante tuffo nella pittura di macchia e in alcune delle più belle tele di Fattori, Signorini, Borrani.
Il museo per me è qualcosa di simile ad una basilica, ad una cattedrale. Tutto il bello che vi si incontra, rimanda ad un qualcosa che è “al di fuori” o “al di sopra” o in un certo senso immanente, ma in ogni caso impalpabile, invisibile: Dio, l’uomo, l’artista, il genio, l’arte delle grandi come delle piccole cose, lo splendore della natura, la tecnica e quant’altro.
Purtroppo, né impalpabili né invisibili sono persone o situazioni contingenti. Come il visitatore a pochi passi da me che risponde al cellulare (ma non era vietato l’uso dei cellulari, dentro i musei? Ricordo sempre il pesante rimbrotto che si beccò, proprio dentro una sala del Palazzo Pitti, una mia amica medico che teneva acceso il cellulare per le emergenze…) e per di più a voce alta, beandomi serenamente degli affari suoi, mentre tento faticosamente di sviluppare una corrispondenza di sensi con l’autore di una splendida tela. Mi domando: ho mai sentito rumore più inopportuno?
Il bello è che nessuno del personale si sente sollecitato a intervenire, quanto meno per suggerire all’impertinente signore di tenere un tono di voce un po’ più basso (e rispettoso). Mi guardo intorno e intorno a questa fastidiosissima “voce” non accade nulla. Sono tentato io stesso di dire qualcosa, ma poi mi ferma un pensiero: da un suggerimento potrebbe scaturire una reazione scomposta e da questa potrebbe nascere un alterco, l’urlatore potrebbe essere un villano a tutto tondo ed io, d’altronde, ho anche il mio caratteraccio: rischierebbe con ciò di andare irrimediabilmente perduta quella tranquillità d’animo che è necessaria per un approccio fecondo alle opere d’arte, vorrei dire: allo stesso modo in cui il silenzio e il far vuoto nella mente si attagliano alla contemplazione, alla preghiera… Del resto, passati troppi secondi da che è iniziato questo baccano, non è più la maleducazione che mi indigna, ma l’indifferenza in cui si svolge.
E allora mi volto, cerco di far finta di niente e continuo a pensare (e ripropongo tali e quali, senza vis polemica, i miei pensieri): che cosa fanno i dipendenti del museo? Come si impiegano queste “risorse umane”? C’è un modo più efficace e gratificante (anche per loro) di risvegliarne l’intelletto e i sensi che non il semplice avvio dell’allarme quando qualche incauto supera più o meno involontariamente la fascia di rispetto che lo separa dalle tele? Tanto si sa: la sicurezza è tutt’altro che al sicuro. Chi mi impedirebbe di starnutire su una tela, inavvertitamente, e di fare scempio di un tesoro – un po’ come accade in una esilarante avventura dell’imperdonabile Mister Bean? O di compiere – peggio – atti vandalici dolosi? Quale rimedio è utilizzabile, contro fatti di questo genere, se non a danno procurato? Io non so.
Non desidero essere frainteso, non ho da insegnare alcunché a chicchessia – tanto meno in fatto di gestione museale. Mi limito ad esprimere un auspicio da visitatore e utente di queste istituzioni: mi piace pensare ad un museo – ovvero al museo – come ad un luogo dove le persone non fanno la guardia ad una fila di tele: non un santuario di staticità, ma uno spazio dove – banditi l’immobilità, la noia e (almeno un certo modo di usare) i telefonini (si, anche qualcuno del personale parla senza troppo pudore, tra uno sbadiglio e la pagina di un libro di Patricia Cornwell) – i visitatori, il personale indistintamente si rapportano in modo critico, creativo, innovativo all’arte e alle sue testimonianze. Un museo che ancora – come una chiesa, una cattedrale – non ha bisogno di individui annoiati, inerti, ma di spiriti (e intelletti) solleciti, ardenti, propositivi e… capaci però di stare anche a telefoni spenti, per assaporare o lasciar assaporare l’arte. E per sentire la vita: cosa che sembrerebbe ogni tanto il silenzio agevoli, anche se sempre di più viene confusa con il trillo di un telefonino.

Paolo Marini

Pubblicato in : Primo pianoTag: cellulare, chiesa, natura, palazzo pitti, persone, tesoro

Info Paolo Marini

Nato a Siena nel 1965, vive a Firenze da oltre quarant’anni. Laureato in giurisprudenza nel 1991, dopo una intensa militanza politica nel Partito Liberale (1984-1993) ha scelto di impegnarsi al di fuori del sistema dei partiti. Appassionato di arte, letteratura, storia, filosofia e diritto, ha pubblicato “Dal patto al conflitto” (1999) – critica radicale alla concertazione e ai suoi riti – e due volumi di poesia – “Pomi Acerbi” (1997) e “All’oro” (2011) -, oltre a numerosi articoli per varie testate, cartacee e on line. Avvocato civilista e del lavoro e consulente di imprese, ha al proprio attivo anche pubblicazioni – libri, articoli, note di commento, check list – soprattutto in materia di diritto e procedura civile, protezione dei dati personali e responsabilità amministrativa di enti e persone giuridiche.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Marzio Siracusa

    30 Dicembre 2008 alle 09:52

    Caro Marini,
    sbagli perché in realtà hai da insegnare molto a chicchessia, soprattutto alla folla sterminata di quanti cialtroni nascono e cialtroni muoiono nonostante la scolarizzazione li abbia riverniciati. Il punto è questo: che ci fa questa gentaglia attaccata all’ex cultura? Ma è chiaro, per sostenere case editrici di rottami, cattedre e istituti di rottami, l’informazione di rottami, assessorati di rottami, il sistema museale di rottami riciclati nel “ricerchismo”, e ancora la sanità gerontologica, pizzerie, gelaterie, zimmer a ore e mignotte e mignotti mascherati dentro atteggiamenti alti, insomma la crescita culturale e i suoi sublimi risultati storici e politici. Butteresti tanto ben di dio? M.S.

    Rispondi

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