
Ci sono molti punti su cui si può discutere e anche alcuni su cui motivatamente dissentire, ma il comunicato del Consiglio Supremo della Difesa, presieduto dal presidente Mattarella e composto dai vertici del potere esecutivo e militare, fa chiarezza sulle questioni essenziali.
L’Italia prova a tracciare un confine invalicabile per proteggere i propri interessi e la propria sicurezza.
Il passaggio più politico del vertice riguarda la nostra eventuale partecipazione al conflitto. Richiamando solennemente l’Articolo 11 della Costituzione, il Consiglio ha ribadito che l’Italia non è e non sarà in guerra. E qui l’uso del futuro ha sgomberato il campo da ogni incertezza.
C’è di più: è stato messo un “punto fermo” sull’uso delle basi americane nel nostro territorio. La linea è chiara: sì al supporto logistico e addestrativo, previsto già negli accordi, no al sostegno operazioni d’attacco senza un passaggio (e un probabile stop) dal Parlamento.
È un segnale preventivo inviato a Washington per evitare di essere trascinati in avventure militari non condivise.
Certo non è il No alla guerra pronunciato da Sánchez.
Da noi è stato decisivo il ruolo del Capo dello Stato per fissare un punto di equilibrio, svolgendo una funzione di garanzia costituzionale e dovendo misurarsi con le posizioni filo Trump del governo Meloni.
In un momento di caos internazionale, quel comunicato serve a rassicurare i cittadini e a mandare un messaggio chiaro agli alleati: la nostra fedeltà atlantica resta, ma non è un assegno in bianco che scavalca gli interessi nazionali e la Carta Costituzionale.
Il comunicato del Consiglio Supremo di Difesa offre al movimento pacifista una piattaforma istituzionale incontestabile.
Se il Quirinale scrive che l’Italia non può partecipare alla guerra per via dell’Articolo 11, il pacifismo non è più solo un’aspirazione etica, ma la corretta interpretazione della legge suprema dello Stato.
E quando i pacifisti manifestano contro l’uso bellico delle infrastrutture militari in Italia, ora possono citare un documento ufficiale che limita quell’uso ad “attività addestrativa e supporto tecnico-logistico”. Non è più una protesta “contro” lo Stato, ma una protesta “a difesa” della linea stabilita dal Consiglio di Difesa.
Le forze di opposizione (dal PD al Movimento 5 Stelle, AVS) possono trovare in questo testo un terreno solido su cui incalzare il governo.
Le opposizioni possono ora pretendere che ogni minima variazione nell’uso delle basi o nell’invio di materiali passi per il Parlamento, forti della clausola inserita nel comunicato.
Di fronte alle ambiguità della destra verso le nuove mosse di Trump (come lo sblocco del petrolio russo), le opposizioni possono usare il comunicato come un “manuale di coerenza” contro l’unilateralismo americano e per rimettere al centro il diritto internazionale e l’ONU.
Onestamente, come si è detto, di più non si poteva pretendere. In una situazione geopolitica così incandescente, il Quirinale ha fatto l’unica cosa possibile per salvare la dignità e la sicurezza del Paese, mettendo dei paletti giuridici che impediscono scatti in avanti pericolosi.
A mio avviso, il Capo dello Stato ha trasformato un momento di crisi in un’occasione per ribadire l’identità dell’Italia: un Paese che non rinnega le alleanze, ma che non rinuncia alla propria sovranità costituzionale e alla vocazione per la pace. È una vittoria della “politica alta” che dà ossigeno a chiunque voglia evitare l’allargamento del conflitto.
Ora spetta a noi cittadini e alle forze d’opposizione di impegnarci per vigilare che il governo non violi i limiti costituzionali e per rafforzare la posizione del no alla guerra.
Enrico Rossi

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