
La gravità della questione energetica nel nostro paese sta tornando a diventare emergenza per famiglie e imprese e ripropone il tema della mancanza cronica di una politica di settore, sostituita da referendum episodici, per loro natura emotivi.
La previsione 2025, per una famiglia media, – secondo Nomisma – è oggi di +135 euro per l’elettricità e +230 euro per il gas. Per le imprese, da sempre a +30% rispetto alla media dei loro concorrenti europei, qualunque aumento ipotizzato significa superare l’asticella della sopportabilità. Solo per la ceramica, il gas a 50 euro (valore attuale) costa 200 milioni in più.
Nelle ultime due settimane del 2024, il prezzo del gas è raddoppiato. Abbiamo tutti memoria di un prezzo che è schizzato con l’invasione dell’Ucraina a più di 300, e che è ora imprevedibile se scappa di mano per l’incertezza geopolitica.
I rimedi strutturali sono lentissimi, sia per ragioni oggettive di tempistica tecnica (nucleare e rinnovabili), sia per ostacoli politici ed ideologici. Nell’immediato, si può solo tamponare l’emergenza, con interventi non di mercato (e comunque incerti) come il tetto imposto al prezzo o, meglio, con acquisti europei centralizzati (modello Covid).
L’indipendenza energetica è vitale per l’Europa e ancor più per l’Italia, che ha oggettivamente fatto grandi progressi con le rinnovabili (anche a costo di incentivi miliardari, ultimo il bonus edilizio), ma dipende sempre dal gas che compra. E pensare che avremmo abbondante gas nazionale da estrarre, ma abbiamo deciso di farne a meno nel 2016 con un applaudito referendum.
Così siamo in balia dell’istinto di sopravvivenza dell’Ucraina, che ha bloccato a Capodanno il transito del gas russo che finanzia la guerra, dei ricatti di Putin e a breve anche di quelli di Trump, che se non paghiamo la Nato, vuole obbligarci a comprare il suo petrolio.
Finiti i tempi felici del gas a buon prezzo del Cremlino (e dello spensierato no trivelle), frutto dell’illusorio buon rapporto Merkel-Putin poi amaramente condannato fino alla demonizzazione della Cancelliera.
Con la prima crisi del 2022 noi italiani siamo riusciti a cavarcela, ma non è detto che questo possa ripetersi. Abbiamo superato la sudditanza dalla Russia (più del 40%, oggi 5%) perché abbiamo l’ENI e la Snam, che hanno rapidamente modificato il mix, rivolgendosi peraltro a nuovi fornitori, tutti oggi contentissimi e amichevoli ma non proprio affidabili (vedi Algeria). Le fonti per fortuna sono molto diversificate. Una di queste è semplicemente di buon senso, cioè il completamento del piccolo tubo TAP che arriva in Puglia tra ulivi, salvati e trapiantati, che sono sopravvissuti alla xilella e soprattutto alle “affettuosità” di un ambientalismo tutto politico delle intese tra il Governatore locale e i 5Stelle. In secondo luogo, siamo riusciti a far attraccare le navi della rigassificazione persino nella Piombino sorella d’Italia. Da qui arriva il gas che fa quadrare i conti. La Spagna sta molto meglio di noi in termini energetici proprio perché ha puntato seriamente su questa scelta. E la Germania ha programmato 10 nuovi scali.
Ma quella è stata la prima emergenza. Se ne arriva ora un’altra, l’Italia continua ad essere strutturalmente e culturalmente quella che 40 anni fa si fregiò della “virtù” di abolire il nucleare, in verità poi comprato alla grande dalle centrali ai nostri confini.
Occorre rompere l’inerzia. Rivedere incentivi insensati per fonti energetiche ormai ammortizzate e per impianti che arricchiscono solo gli esportatori cinesi.
Ma soprattutto occorre prendere coraggio e affrontare il tabù del nucleare, oggi gestibile nelle piccole dimensioni e molto sicuro, unica fonte di decarbonizzazione disponibile.
E almeno disaccoppiare il prezzo elettricità-gas, tenendo conto del diverso costo delle varie fonti, alcune delle quali, come l’idroelettrico, ormai scese a zero ma paradossalmente ancora incentivate.
Insistere sulle rinnovabili va benissimo, ma non in modo acritico, perché vento e sole ci sono solo quando vuole la natura, e alle loro spalle occorre continuità. A livello mondo, giganteggia ancora il carbone. E da noi è sempre in gran spolvero, anche se non si dice.
Beppe Facchetti

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