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Un nuovo 2008 in arrivo?

Cresce il timore di una riedizione della grande crisi finanziaria del 2008. Infatti, gli effetti devastanti delle guerre in corso e le gravi difficoltà del credito privato sia negli Usa sia a livello internazionale sono fattori che incidono assai negativamente sulle economie. Nei mesi passati alcuni fondi di credito privato sono già andati in bancarotta e nelle ultime settimane altri si sono trovati a cercare disperatamente liquidità per far fronte a dei ritiri da parte di molti investitori. E la corsa continua. Negli Usa il settore del credito privato è stimato in circa 2.000 mld di dollari, ma il mercato potenziale è molto più grande.
Il “credito privato” si riferisce agli investitori che prestano denaro direttamente alle imprese private e a semplici cittadini, bypassando le banche.

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi | 22 Marzo 2026

Cresce il timore di una riedizione della grande crisi finanziaria del 2008. Infatti, gli effetti devastanti delle guerre in corso e le gravi difficoltà del credito privato sia negli Usa sia a livello internazionale sono fattori che incidono assai negativamente sulle economie. Nei mesi passati alcuni fondi di credito privato sono già andati in bancarotta e nelle ultime settimane altri si sono trovati a cercare disperatamente liquidità per far fronte a dei ritiri da parte di molti investitori. E la corsa continua. Negli Usa il settore del credito privato è stimato in circa 2.000 mld di dollari, ma il mercato potenziale è molto più grande.
Il “credito privato” si riferisce agli investitori che prestano denaro direttamente alle imprese private e a semplici cittadini, bypassando le banche. Si tratta di fondi e non di banche e quindi non sottoposti alle regole e ai controlli propri del settore bancario.
Funziona in questo modo. Gestori patrimoniali raccolgono fondi da investitori di tutti i tipi, anche da fondi pensione e assicurazioni, che sono alla ricerca di rendimenti elevati, superiori, ad esempio, a quelli obbligazionari. Alcuni operano direttamente, altri, i grandi operatori finanziari, creano dei “fondi ad hoc” per la gestione dei prestiti.
Negli ultimi anni è aumentata di parecchio la percentuale di piccoli risparmiatori, i cosiddetti retail investors, che hanno portato i loro soldi nei fondi di credito privato. Sono attratti dai più alti tassi d’interesse offerti. A fine 2024 era quasi il 17% del totale. Anche un executive order di Trump dello scorso agosto riguardante le pensioni sta invogliando molti cittadini a portare i loro soldi ai gestori del credito privato.
I mutuatari – per lo più aziende di piccole e medie dimensioni che le banche considerano troppo rischiose per un prestito tradizionale – pagano un tasso d’interesse più elevato in cambio di un rapido accesso al capitale e a condizioni di finanziamento flessibili. Anche per loro, però, il tasso di fallimento per mancati pagamenti ha raggiunto il record di 9,2%.
Si tratta di un’attività molto diffusa dopo il 2008, quando i governi hanno inasprito le restrizioni sui prestiti delle banche, che, a volte, erano stati concessi troppo facilmente.
Spesso si ha a che fare con un mercato opaco di prestiti che sostengono delle aziende anch’esse con bilanci opachi. Si ricordi che i mercati privati, per definizione, non sono negoziati pubblicamente. La mancanza di trasparenza rende difficile sapere cosa c’è in un’offerta di credito privato e anche capire in anticipo quando gli investitori iniziali potranno chiedere la restituzione dei loro soldi.
Inoltre, si teme che gli sviluppi impetuosi dell’intelligenza artificiale possano compromettere l’attività e la redditività di alcune aziende di software, rendendo superati i loro prodotti e innescando un’ondata di insolvenze. Durante la pandemia gli istituti di credito privati avevano investito molto nelle aziende di software.
Il problema vero è che la “giostra” non si ferma con la concessione di crediti ai mutuatari, alcuni dei quali sicuramente poco affidabili. I prestiti concessi sono considerati degli asset e diventano il capitale di base per l’emissione di altri titoli e anche, o soprattutto, di derivati finanziari. Perciò si entra nella “foresta oscura” di Dante, diretti agli inferi, non in paradiso.
Nelle ultime settimane, infatti, alcuni investitori nei fondi di credito privato hanno chiesto la restituzione del loro denaro a causa del timore che i gestori di detto credito sopravvalutassero i prestiti legati ad aziende rischiose.
Dopo il fallimento di due fondi americani legati al settore auto, l’ansia a Wall Street si è concentrata sul fondo di prestiti privati Blue Owl Capital, che il mese scorso è stato colpito da un’ondata di richieste di prelievo, costringendolo a sospendere i rimborsi e a liquidare degli asset per rimborsare i suoi finanziatori. Ha venduto prestiti per un valore di 1,4 miliardi di dollari. E il titolo della società ha perso un terzo del suo valore.
BlackRock, il più grande operatore patrimoniale al mondo con circa 14.000 mld di dollari in gestione, ha dovuto limitare, dopo un’impennata di richieste di rimborso, i prelievi dal suo fondo Hlend. Lo stesso ha dovuto fare Blackstone, noto per le acquisizioni dirette di aziende, con il suo fondo di credito privato Bcred.
Da ultimo anche la banca Morgan Stanley ha deciso di limitare i prelievi dai propri fondi. La JPMorgan Chase da parte sua ha ridotto il valore dei prestiti che i fondi di credito privato avevano dato alla banca in garanzia per ottenere altri prestiti. In questo modo ha diminuito la potenziale leva finanziaria dei fondi in questione.
Molti sostengono che il settore non è sufficientemente grande per impattare sull’intera finanza. In parte è vero. Lo stesso, però, era anche vero per il settore dei mutui immobiliari subprime prima della crisi del 2008! È per questa ragione che i banchieri top sono sempre più nervosi e lo affermano con frasi da cow boy come “la tempesta non si sente ancora, ma i cavalli nelle stalle nitriscono per la paura”. E Jamie Dimon, il ceo della JP Morgan Chase, sulle crisi del credito privato è arrivato ad ammettere che “quando si vede uno scarafaggio vuol dire che ce ne sono molti altri nascosti”.
Se si pensa che a livello mondiale i prezzi aumentano e il pil diminuisce ci verrebbe da dire “mala tempora currunt”. 

Mario Lettieri*- Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia
**economista 

Pubblicato in : Economia, Editoriale, Esteri

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