
Può sembrarlo per i toni, e può essere un alibi per criticarlo, ma non è un libro anticomunista nel senso vecchio stampo della parola, quello che Chicco Testa e Claudio Verardi hanno scritto a due mani: “Siamo stati iscritti al PCI”, in stile epistolare per Libriliberi, con prefazione di Guido Crosetto e postfazione di Sergio Scalpelli.
E’ oggi anacronistico essere anticomunisti, perchè la storia ha già da tempo pronunciato il suo verdetto. Se mai non è ancora possibile scrivere con equilibrio tutta la verità su questa grande piaga del Novecento, ma ci si può accontentare della sincerità degli autori, anche perché rara nella pubblicistica sul tema. Forse solo le testimonianze del recentemente scomparso Gianni Cervetti sui finanziamenti del Cremlino sono più profonde.
La sincerità è dunque la cifra adottata da Testa&Velardi, raccontando la propria vicenda personale (comprese le surreali impressioni dei viaggi In Unione Sovietica) dentro la grande illusione del PCI, rivelando retroscena, aneddoti, esperienze inedite e sempre non banali.
Con uno sforzo da sottolineare in positivo: non rileggere quegli anni alla luce del poi, e dunque con adattamenti, ma per come le cose sono andate e per come i due le hanno vissute.
Il tutto, all’insegna di un motto curiosamente simile a quello di Giorgio Almirante quando rivendicava il suo passato fascista: “non rinnegare, non restaurare”, diceva lui, “non rinnego, non rimpiango” dicono loro, citando Miriam Mafai.
Testa e Verardi, raccontano la loro militanza degli anni buoni del PCI, partito di massa e anche di Governo, visto che Testa è stato presidente dell’Enel e Verardi era a Palazzo Chigi con Massimo D’Alema, tra quelli dunque che bombardavano la Serbia senza autorizzazione parlamentare.
Militanza blindata, con le venature romantiche dei militanti di qualunque partito, qui qualche volta un po’ fanatica, anche se Claudio Verardi è più dentro il ruolo, funzionario attento e disciplinato, che va nell’oscura periferia meridionale a (cercare di) spiegare il verbo del Comitato Centrale e Chicco Testa che è più individualista e tendenzialmente creativo (fondatore di Legambiente, oggi filo nucleare pervicace), aspirante anarchico in linea con l’espulsione rimediata da liceale ai Salesiani di Treviglio per reati diciamo così di opinione.
Ma al tempo stesso – sono le contraddizioni dell’essere “rivoluzionari di professione” – Testa è anche fondatore di una sezione PCI di Milano Porta Romana da lui e dai suoi intitolata nientemeno che a Carlo Marx. Meglio esagerare, si era negli anni 70!
I giudizi sui leader comunisti sono a diri poco spietati.
Deliziosi quelli sulla setta dei cosiddetti Indipendenti di sinistra, fiore all’occhiello dell’intellettualità dell’epoca, con grandi nomi dell’Università, della Letteratura e della Scienza, dipinti come sostanziali scrocconi, non tenuti nemmeno a versare il 50% dell’emolumento riscosso, come obbligatorio per i parlamentari “normali”, messi bontà loro in Parlamento con una blindatura assicurata da elettori alle urne con bigliettino in mano delle preferenze,
C’è poi la bocciatura forse un po’ ingenerosa del Pierluigi Bersani che oggi ripete spesso in TV di essere rimasto fedele agli ideali della sua gioventù, mutuando una vecchia frase di Berlinguer. Verardi definisce questi ideali – in quanto mai rinnovati neppure di fronte ad un fallimento – “droga ideologica”, “patacca” per lasciare ai militanti le loro illusioni.
Ce n’è per lo stesso Massimo D’Alema, di cui pure vengono ricordati gli sforzi verso la terza via e relativi rapporti con Blair, lo scontro congressuale con Cofferati sulla fragilità del mercato del lavoro (“Non possiamo più difendere l’esistente, il lavoro non si protegge conservando vecchie regole ma cambiandole”). La reazione dei compagni della CGIL fu durissima e Verardi (testimone dello scontro ancor dentro la platea deserta a fine seduta) osserva che, al bivio tra diventare un leader riformista o tornare indietro per tenere insieme l’apparato, scelse la seconda strada, “fino a diventare in vecchiaia l’estremista che non fu neanche da giovane”.
Ma il culmine si tocca con la critica al mito di Enrico Berlinguer, che persino sulla tessera del PD è diventato un santino imposto irrispettosamente a cattolici e laici del partito. Ebbene, per i due comunisti dell’epoca, c’è un primo Berlinguer che scuote l’inerzia con il compromesso storico, esprime preferenza per l’ombrello della Nato, butta in faccia la democrazia pluralistica al plenum sovietico dei bonzi impassibili di Mosca, ma poi si fermò su ciascuna di queste scelte, con sentimento conservatore, scrive Testa, da cattivo erede della doppiezza togliattiana, e non portò mai a fondo l’opzione socialdemocratica sottesa. Del resto, aggiunge Verardi, quando Claudio Petruccioli cercò di valorizzare con sprezzo del pericolo l’evoluzione socialdemocratica della sinistra dentro un Comitato Centrale PCI già nel pieno della crisi finale, Alessandro Natta lo interruppe con un tombale “parla per te!”. E’ per questo, aggiungiamo noi, che sui libri di storia non ci sarà Berlinguer ma Achille Occhetto, con la sua sofferta, tardiva eppur eroicamente tragica rottura.
Per comprendere come tutto questo si collochi in una prospettiva tra cronaca e appunto storia, il libro va letto in tutte le sue sfumature e nella vivacità di tanti episodi inediti che vengono da dentro, da testimoni comunque attendibili.
Certo è un libro a senso unico, nel senso che del PCI non salva neppure le non poche cose che meriterebbero di esserlo. Ma non saremo paradossalmente noi a colmare la lacuna.
Ai non comunisti resta il retrogusto amaro del fallimento di una straordinaria storia potentemente popolare, di enorme energia sociale sprecata.
Il libro non piacerà né ai comunisti di quella generazione né alla nuova sinistra-sinistra di oggi perché pone interrogativi esistenziali ruvidi e scomodi, ancor meno servirà ad acculturare la sinistra improvvisata di Giuseppe Conte. “Avevamo capito tutto – scrive Sergio Scalpelli – come tanti nel partito, ma non era facile dirlo”.
Gli avversari dell’epoca avevano capito e in verità avevano anche detto, ma avevano a che fare con la conformistica altezzosità di una classe dirigente comunista che era convinta di aver già capito tutto e nulla da imparare dagli avversari. A posteriori, due compagni la smentiscono e un po’ la sbeffeggiano.
Beppe Facchetti

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