
E’ doppia la cifra che fa di Javier Milei un ‘fenomeno’. E’ politica ma è anche umana. Se si buca la coltre di fumo, bugiarda, generalmente gettatagli contro da media, politici e opinionisti, si accede alla storia di un individuo che ha concepito una impresa straordinaria. La sua concezione politica e la sua personalità, come illustrate da Philipp Bagus ne “L’era di Milei – La nuova frontiera argentina” (IBL libri, 2025), hanno cospirato con la drammatica situazione argentina al folgorante exploit, da quando era un signore “spuntato dal nulla” (il titolo del primo capitolo) fino alla sua elezione a Presidente.
L’opera è segnata dal fondamento delle idee nella vita degli individui e nella società. Nella prefazione al volume è Milei stesso ad affermarlo: “La battaglia culturale e il dibattito delle idee hanno una grande rilevanza” (un intero capitolo è dedicato alla sua ‘Kulturkampf’). Anche lui, come gli altri economisti della sua generazione, si era formato in un ambiente accademico ostile alla libertà: “La mia formazione è stata influenzata essenzialmente dai keynesiani e dai cosiddetti post-keynesiani” (costituenti “un ramo del keynesismo che ha una sfumatura quasi marxista”). Questo armamentario ideale imperniato sull’interventismo statale nell’economia e sulla necessità delle regolamentazioni, unito ai limiti della teoria neoclassica (a partire dal concetto, definito “spregevole”, dei fallimenti del mercato), poneva all’economista Milei nuove ed urgenti domande. A quelle domande non poteva trovare risposta se non uscendo dal perimetro culturale/ideologico che circoscrive da decenni la politica nella gran parte del mondo, e trovava il modo di farlo con una scoperta quasi casuale: veniva folgorato sulla via di Damasco dalla lettura di “Monopolio e concorrenza” di Murray Newton Rothbard, prestatogli da un valente collaboratore. Da lì egli avviava un programma sistematico di studio delle opere di Mises, Hayek, Block, Huerta de Soto Hoppe, in un itinerario temporalmente breve ma intenso dal quale non sarebbe tornato più indietro.

In Argentina dominavano da decenni, con il peronismo, idee ispirate al nazionalismo, all’autarchia, alla redistribuzione. Si era consolidato un sistema di potere imponente e corrotto, ostile al mercato, essenzialmente anticapitalista; ma nella storia recente era soprattutto il concetto di giustizia sociale che aveva fatto deragliare un Paese ricco di risorse dalla strada del successo verso l’abisso.
Le idee della Scuola austriaca di economia rappresentavano un completo ribaltamento di tutto ciò che era stato sino ad allora. Uno dei motivi del trionfo di Milei è stato la rabbia degli argentini: in un Paese ricco di risorse, flagellato dall’iperinflazione, con il 50% dei cittadini in povertà, il 60% dei bambini con un solo pasto al giorno, mentre la casta politica assorbiva gran parte delle risorse, parecchi avevano deciso addirittura di lasciare quello che era stato un Paese di immigrazione. La situazione era decisamente peggiorata con il Covid, quando povertà e risentimento erano aumentati grazie alla durata delle chiusure. Mentre molte piccole e medie imprese erano fallite e la popolazione si era vieppiù impoverita, i politici con i loro stipendi e privilegi non avevano trovato di meglio che aumentare le tasse, l’inflazione era cresciuta. Nell’isolamento, il valore della libertà era diventato più importante e l’autonomia individuale era tornata al centro dell’attenzione. “Senza la pandemia – ammette Bagus -, il sostegno a Milei non sarebbe cresciuto così rapidamente e forse non sarebbe diventato presidente. Almeno non nel 2023”.
Sono in ogni caso i fallimenti, gli errori della politica argentina, la reazione contro il ‘kirchnerismo’ ad aver favorito il successo elettorale di Milei. Egli prospettava ai propri concittadini, la gran parte dei quali senza più speranza, una via d’uscita. Aveva deciso di non accontentarsi di avere buone idee, dovevano essere tradotte nella realtà. Che farsene di un pur ottimo bagaglio culturale, se non gli si dà vita nella lotta politica (passaggio determinante con cui sfidava la stessa ossessione libertaria per l’impegno politico)? La scommessa era questa: gettarsi nell’agone politico per cambiare il sistema e non, come sempre succede, per farsi comprare. fagocitare da quello. Proprio per questo, dopo il bagaglio politico-culturale alternativo entrano in gioco l’uomo, la personalità di Milei.
Bagus lo afferma senza mezzi termini: Milei non è interessato al potere ma alla libertà. E’ una passione sincera, lo si capisce ascoltandolo, osservandolo. Milei è consapevole della forza di resistenza del sistema ma crede ancora di più nella potenza delle idee libertarie e nella forza dei simboli; così in campagna elettorale ammonisce: non sono venuto per guidare gli agnelli ma per svegliare i leoni. Questa sua fiducia, questa sua energia sono contagiose. Milei è un oppositore del socialismo e agli argentini chiede il voto: “non per ottenere potere sulla vostra vita, ma per restituirvi il potere sulla vostra vita”. E’ un uomo che fa spettacolo, è colto e creativo, è un entusiasta polemico, per nulla diplomatico anzi viscerale ed esplosivo, ostile al ‘politically correct’ e al tempo stesso credibile e coerente; nell’insieme, un oratore culturalmente e intellettualmente superiore agli avversari, che ha qualcosa di dirompente da dire e non cerca mezze misure nel farlo, il suo linguaggio manifesta questa autenticità e la gente lo capisce.
Il suo sostegno principale sono stati i giovani: alle elezioni del 2023 sono stati loro a inviare i suoi video ai genitori e a chiedere di votarlo. Mentre i suoi avversari spendevano milioni di dollari, a fare campagna per lui è stato un esercito di volontari formatosi spontaneamente grazie a letture intensive e a video libertari su You Tube. Un giorno, proprio in campagna elettorale, qualcuno del pubblico gli aveva offerto una motosega e lui l’aveva adottata come strumento ideale per liberare il popolo “dalle catene dello Stato e per tagliare i rami secchi dello Stato”. Con il suo progetto “La Libertad Avanza” (che è il nome del suo partito) egli è stato eletto – come scrive l’Autore – non perché ritenuto il male minore ma con entusiasmo e convinzione.
La sua avventura politica, iniziata in sordina con la partecipazione a programmi televisivi, è un capolavoro che si spiega anche con una elevata capacità di sfruttare le potenzialità dell’ambiente digitale, con una campagna elettorale decentralizzata, svolta capillarmente attraverso i social media.
Bagus scrive nel prologo che “il fenomeno Milei solleva importanti interrogativi. Com’è possibile che un outsider venuto dal nulla sia diventato il primo presidente libertario della storia, facendo una campagna elettorale apertamente incentrata sulla critica libertaria dello Stato?”. Milei è il primo presidente liberal-libertario al mondo e di questa unicità tutta argentina si offrono nel volume un affresco e una spiegazione completi. La domanda che può nascere nel lettore e a cui il libro solo indirettamente può dare una risposta, è un tarlo che si fa largo quasi naturalmente: perché in Italia, a differenza che in Argentina, non potrebbe mai vincere un candidato che volesse fare a meno di tutto ciò che politici di ogni colore hanno uniformemente sostenuto e promosso?
Paolo Marini

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