
Servizio di Stefano Mecenate
Il “vezzo” di messe in scena difformi dalla tradizione di opere liriche classiche è dilagato negli ultimi decenni fino a raggiungere obbrobri inenarrabili. Del resto, nell’attuale concetto di “libertà dell’artista” è prevista anche (purtroppo) la possibilità di violentare un’opera d’arte e di farne una parodia o peggio.
Questo Barbiere, (Regia, scene e luci di Luigi de Angelis (Progetto Fanny & Alexander), costumi di Chiara Lagani) pur appartenendo alla categoria del “riveduto e corretto”, ci è sembrato, in massima parte, uno spettacolo piacevole nel quale l’ironia è declinata attraverso una serie di meccanismi di facile comprensione che pure non stravolgono l’essenza dell’opera stessa, e la freschezza è garantita da una serie di cambi di passo ad opera dei personaggi esterni al libretto che entrano nella storia con le loro storie.
Scena unica, un palazzo con le stanze a vista, una strada animata da soggetti diversi, quelli che quotidianamente incontriamo nella nostra vita e che raccontano la loro storia senza che noi ce ne accorgiamo, distratti dalla nostra fretta o solo da una indifferenza croniche che è diventata normalità.
In quel palazzo si confrontano, o sarebbe meglio dire si scontrano, non solo due generazioni diverse ma due modi di essere, di pensare, di scegliere diversi.
Da una parte i giovani dal “barbaro gusto” nel “secolo corrotto” come sottolinea Don Bartolo, dall’altro i Don Bartolo e i Don Basilio, vecchi non solo di età ma di pensiero e di animo che vorrebbero la persistenza dei loro valori (o pseudo tali) anche in una società radialmente mutata. L’idea di perdere i loro privilegi li fa impazzire, il pensiero che si possa decidere diversamente dai loro (opportunistici) voleri li manda in bestia.
Ma la società, nel bene e nel male (e il regista Luigi De Angelis non risparmia critiche anche a ciò che oggi si vive), non è più la stessa dei tempi di Don Bartolo (anche se nelle pieghe della modernità e della emancipazione si nascondono ancora sacche di pensieri retrogradi e discriminatori) e non saperci fare i conti porta ad un ridicolo debordare verso situazioni grottesche ed autolesioniste.

La lettura che De Angelis fa del libretto di Cesare Sterbini (che la stampa romana dell’epoca – 1816 – aveva elogiato con lusinghiere parole “Il Barbiere di Siviglia […] dette campo dell’egregio poeta C.S. di tutta a bell’agio intrecciare e sviluppare la favola; da cui se una parola togli, togli una gemma”) ci è sembrata complessivamente fedele nel rispetto della storia e dei motivi fondanti della stessa pur utilizzando strumenti visivi lontani da ciò che appartiene alla storia degli allestimenti dell’opera.
Che sia Siviglia o meno, che i palazzi e le stanze siano coerenti con l’epoca scelta al momento della nascita dell’opera, può non essere determinante se ciò che si intende proporre è il pensiero del librettista e del compositore e non una personale e distorta visione.
Ecco quindi che la scena diventa teatro di interazioni volontarie e “casuali” tra il quotidiano e la storia narrata nell’opera dove quest’ultima mostra le contraddizioni tra un pensiero retrogrado ed egoista ed una esigenza di affrancarsi da esso da parte dei “giovani”.
Giovane è Figaro, dalla filosofia di vita decisamente epicurea: “Faticar poco, divertirsi assai, / e in tasca sempre aver qualche doblone, / gran frutto della mia reputazione.” Non sopporta che gente come Don Bartolo “Un vecchio indemoniato / avaro, sospettoso, brontolone… / Avrà cent’anni indosso / e vuol fare il galante: indovinate? / Per mangiare a Rosina / tutta l’eredità, s’è fitto in capo / di volerla sposare…” possa negare alla giovane Rosina il diritto di coronare il suo sogno d’amore e si adopera, anche se “interessato” alla promessa di una lauta retribuzione da parte del Conte, affinché possa raggiungere l’obiettivo desiderato.
Giovane è il Conte di Almaviva che, ad onta del suo blasone che lo vorrebbe ben più conservatore, si mette in gioco e accetta di usare strumenti decisamente poco convenzionali per convolare a nozze con l’amata Rosina.
“Giovane” almeno nello spirito, è in fondo anche Berta (la vecchia governante in casa di Bartolo, come annota il libretto dell’opera) che De Angelis ringiovanisce un po’ per darle agio di spogliarsi (non solo metaforicamente) dei panni della inappuntabile domestica per soddisfare le proprie aspirazioni di donna.

Al malinconico sfogo “Ah vecchiaia maledetta / che disdetta singolar! / Niun mi bada, niun mi vuole / son da tutti disprezzata / e vecchietta disperata / mi convien così crepar.” reagisce, anche se tardivamente, comprendendo che sottostare a regole inique e antiquate le impedisce di vivere e vivere è un diritto inalienabile
E intorno a loro il mondo gira con le sue realtà: lo studente, il netturbino, l’homeless, il postino, la vecchietta, la mamma: apparentemente stanno fuori dalla storia ma in realtà sono la storia, quella stessa dove i personaggi di Sterbini/Rossini vivono e si muovono.
E il paradosso diviene proprio quello: mentre l’orologio della storia è andato avanti e la società è vissuta da questi prototipi muti ma eloquenti (compresa la banda rock), qualcuno continua a vivere e a pensare con canoni vecchi e superati mettendosi fuori dalla storia.
Questo è quanto ha raccontato De Angelis in questo allestimento firmato Teatro Verdi di PISA, Teatro Sociale di Rovigo, Teatro Alighieri di Ravenna, Teatro del Giglio di Lucca, Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi.
Non sono mancate, a nostro avviso, cose che non abbiamo condiviso o che ci sono apparse inutili o ridondanti ma nel complesso i 160 minuti di opera sono scivolati piacevolmente, peraltro tra i non pochi applausi del pubblico per un cast che si è rivelato sempre all’altezza della situazione.
Un plauso doveroso all’Orchestra della Toscana ben diretta dal Maestro Francesco Pasqualetti, uno al Coro Arché diretto dal M° Marco Bargagna ed uno più grande ai cantanti-attori: un cast omogeneo che ha saputo ben fare gioco di squadra, che ha saputo recitare e cantare con buona padronanza di mezzi (vocali ed artistici) ma che, soprattutto, ha reso credibili, sempre nella lettura voluta da De Angelis, i personaggi che interpretavano.
Nessuno escluso ha trovato il consenso del pubblico che li ha gratificati nei momenti salienti dell’opera e a conclusione, quando in passarella, è stato tributato loro meritato omaggio.
Brillante e sicuro di sé Curgen Baveyan è stato un bel Figaro; non da meno Dave Monaco nei panni del Conte di Almaviva, dalla voce decisamente interessante; non è sfuggita la professionalità e l’esperienza di Roberto Abbondanza nella sua ottima interpretazione di Don Bartolo, né la misura di Arturo Esposito nella interpretazione di Don Basilio.
Convincente, nella ambigua duplicità del suo personaggio, Paola Valentini Molinari, Berta, e non da meno Chiara Amarù nel non facile ruolo di Rosina.
Completano il cast Tommaso Corvaja, Fiorello e un ufficiale, e Giorgio Marcello, Ambrogio.
I fischi e il buuu rivolti al regista al termine dell’opera da parte di una piccola parte del pubblico in occasione della prima del 27 ottobre, a nostro avviso sono stati di troppo anche se riteniamo legittime, sempre nelle forme rispettose, manifestazioni di dissenso che però, a onor del vero, non abbiamo visto in questo teatro come in altri della Toscana, in occasione di allestimenti ben più criticabili ed offensivi.
Stefano Mecenate

Lascia un commento