Anfitrione è la classica commedia degli equivoci ,delle sostituzioni di persona tant’è vero che Sosia, il nome del servo del protagonista, è divenuto emblematico dello scambio d’identità.
Ma Anfitrione è una commedia sui generis, tant’è vero che lo stesso Plauto nel 206 a.c. coniò per essa il termine tragicommedia, proprio per il suo risvolto amaro.
Oggi, nello spettacolo in scena al Teatro della Pergola di Firenze(da martedì 26 novembre a domenica 1 dicembre) il regista Filippo Dini ha diretto la versione di Sergio Pierattini, una versione attualizzata fra psicanalisi e politica ambientata ai tempi nostri e con motivazioni dei tempi nostri come la carriera di un politico rampante. che ha battuto i suoi avversari.
Filippo Dini che dirige Gigio Alberti, Barbora Bobulova, Antonio Catania, Giovanni Esposito, Valerio Santoro, Valeria Angelozzi.(una produzione di Valerio Santoro per La Pirandelliana, in coproduzione con Fondazione Teatro della Toscana), sottolinea che “la storia di Anfitrione ha appassionato tutte le epoche con innumerevoli versioni e le messe in scena che si sono susseguite fino a oggi.
“Figli della psicoanalisi,. rileva il regista – noi abbiamo voluto interpretare Giove come una parte profonda e remota di noi stessi,la parte migliore e più nascosta o la parte più oscura e demoniaca. Si manifesta – precisa – per prendersi il tesoro più prezioso che abbiamo, mentre il nostro “io” a noi più “noto” è impegnato a guerreggiare e a farsi bello delle sue vittorie”.
Infatti ,nella commedia di Plauto gli dèi prendono sembianze umane, in particolare Giove che si trasforma in Anfitrione per poter passare la notta con sua moglie la bellissima Alcmena. E Mercurio diviene …il sosia di Sosia.
In questa reinterpretazione, invece, c’è una sorta di sdoppiamento di personalità.
“In ognuno –spiega Dini–c’è un secondo noi stessi che troviamo ai margini del quotidiano, confinato in una zona buia e nascosta, al quale permettiamo di venire allo scoperto e di esprimersi. Il tema del doppio, espresso sotto forma di commedia, quindi inserito all’interno di una situazione estremamente divertente, esplode in Anfitrione con grande modernità”.
La commedia inizia in una notte prolungata all’infinito appositamente da Giove per poter stare con Alcmena il più tempo possibile. L’ambientazione è fuori dalla casa, un luogo non luogo, metafora di quell’inconscio che dimora in ciascuno. Sembra evidente fin da subito la dimensione da incubo nel quale si intende immergere la vicenda.
Si scopre che è stato Giove a far vincere le elezioni ad Anfitrione , per sedurre Alcmena. La donna, è al centro di un inganno che, a poco a poco, le si svela attraverso il gioco di cui ella stessa è vittima.
“I protagonisti si sdoppiano – illustra il regista – c’è un Anfitrione volgare e arrogante e un Anfitrione, interpretato da Giove, gentile e modello dell’uomo perfetto, o quasi. Gli fa eco un’Alcmena nevrotizzata e vittima della sciatteria del marito, a fronte di un’altra Alcmena, dolce e sensuale, che vediamo alle prese con Giove quando prende le sembianze di Anfitrione. C’è sempre – continua – qualcosa di sinistro e di torbido che aleggia nell’aria, è una sorta di incubo, del quale, però, c’è bisogno di ridere. Ecco il perché della commedia”.
La metamorfosi investe poi gli altri personaggi. Il modesto Sosia ha il suo alter ego in un Mercurio diabolico e sfrontato. E quando la moglie di Sosia, Bromia, si trova alle prese con due “mariti” ,la sua preferenza verso Mercurio è scontata.
“Ci troviamo di fronte a un paradosso ovviamente, un cortocircuito della mente – conclude Filippo Dini – confido che ci si possa riappropriare di questa storia per incidere nel nostro intimo, facendoci ritrovare un dialogo con il nostro doppio, con quella zona remota e temibile del nostro essere, quel dio appunto, che tutto può, vede e domina, a nostra insaputa”.
Le scene sono di Laura Benzi, i costumi di Alessandro Lai, le luci di Pasquale Mari, le musiche di Arturo Annecchino.
Gabriele Parenti

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