Sono anni ormai che si legge sui giornali, sul web o si sente parlare di campo “altro” della politica.

Altra cosa: vediamo spesso, ultimamente, emergere personaggi che propongono un cambiamento, novità sotto diversi aspetti. Spesso questi nomi riscuotono successo, abbiamo (avuto) esempi eclatanti. Ecco, ciò non è il campo “altro” della politica. Perché? Innanzitutto va fatta una “rivoluzione” in termini di linguaggio. Quello che “si parla” è il linguaggio partitocratico, fatto di metafore e termini ormai entrati nell’uso comune e talmente sedimentati che l’unica alternativa che viene proposta e concepita è nelle parole “nuovo”, “cambiamento”. Il dibattito politico odierno infatti non consiste solamente nel “parlare” di politica ma anche, facendo ciò, nel realizzare degli atti sociali che trasformano sintatticamente e pragmaticamente il discorso: si costruisce una sorta di spazio (sociale, politico) di significazione. Il linguaggio politico trae così il suo potere: in relazione al fatto che definisce frame, metafore, narrazioni, immagini e addirittura emozioni. Ascoltando e vivendo quotidianamente questo “linguaggio” siamo predisposti a ragionare in questi termini, secondo tali direttrici collegate al Potere. La potenza di tale linguaggio sta nel fatto che non importa se alcuni di noi negano o mettono in discussione alcune “parole”, perché esse avranno, in maniera incredibilmente paradossale, l’effetto di rafforzare, attivandoli, gli stessi frame e le stesse metafore in cui siamo impantanati e “contro” cui vorremmo porci.
Qui si inserisce la possibilità di quello spazio politico “altro”, non alternativo, non nuovo, non semplicemente puntato al cambiamento ma “altro”. Quindi il campo di gioco si sposta su un altro livello politico, quello vero, per accedere al quale c’è bisogno di un’evoluzione di visione, di prospettiva. Allora tutti i “dispersi” come li ha definiti Pier Paolo Segneri proprio sulle pagine de L’Opinione lo scorso 25 ottobre, sono coloro che possono riformare il linguaggio politico. Un’operazione semantica, di significati e di idee, di dinamiche e di metodo. Una alterità politica che sia “altra” non “nuova”.
Ci vuole allora un consapevole taglio col passato ma non con la memoria, si deve imparare a ragionare in termini di “per” e non di “contro”. Ci vogliono intelligenze creative, responsabili e concrete, che in modo collaborativo formino all’intellettuale collettivo e connettivo che alimenterà lo spazio politico del campo “altro”, dove esistono il confronto, il contraddittorio, lo scambio. Tutti coloro che sentono di far parte dei “dispersi” si ritroveranno nel Movimento d’opinione promosso da Arturo Diaconale lo sorso 22 settembre a L’Aquila, durante il Laboratorio Politico del Gran Sasso, dove i liberali dei diversi schieramenti si sono ritrovati per discutere i cinque punti proposti come riforme urgenti e fondamentali per l’agenda politica: istituzioni, fisco, lavoro, autonomie e giustizia.
Esiste uno spazio politico per i “dispersi” ed è un campo “altro” dove la politica è libera e liberata dal Potere, dalla partitocrazia, dove l’intellettuale collettivo è la forza e le idee sono la benzina del Movimento che percorre la strada verso “l’altro possibile”.

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