Mi sono soffermato – confesso: all’inzio con lontananza e, forse, con un qualche compiaciuto sadismo- sulle riprese nel carcere di Viterbo, motivo di “altrove”. Pur restando convinto che il divismo penetri nelle ossa di umani e inumani (io) e che esso produca l’accentuazione o la diminuione del vero, quindi l’apologia del falso, non mi sono potuto sottrarre dal recepire quella comune ansia che si è manifestata serpeggiante nei dialoghi: la paura del “dopo”.
Mi allontano da derive psicologiche, sociologiche, culturali, religiose per afferrarmi alla esigenza, cruda e crudele, della vita come è. Come la vogliamo palpabile: inquinata da pregiudizi e irragionevolezze, comuni ai carnefici e alle vittime.
E, in questa inconfutabile e drammatica verità, si impone la autenticità –o, finanche, la illusione- dell’attesa di un “dopo”. Una vera o presunta catena di affetti, una vera o presunta esigenza di dimostrarsi sociali, utili, vivi.
Rifletto: se una comunità si sottrae, finanche, alla possibilità di sostenere la facoltà di costruire la personale redenzione è una comunità colpevole di fomentare i contrapposti e, nei contrapposti, disseminare la disgregazione nel suo stesso ambito: la disgregazione dello stato.
L’indulto impietoso (indulto, come solo fiato senza la dignità di parola, senza azioni sul versante della possibilità , della speranza; senza tempi per l’autenticità o per l’illusione) è stato riversato, impudicamente, su un insieme sociale turbato, stanco, impaurito; sconquassato nelle sue proprie motivazioni, stimoli, esigenze vitali; bisognoso di riflettere serenamente, per conquistare ed acquisire il senso delle mutazioni secolari.
Ha dato vigore alle impunità e sottratto consolazione alle necessità.
Ha reso improbo, il giusto.
Ma più ancora dilanierà il malessere, l’incredulità, se saranno portate a compimento le ipotesi che circolano sull’amnistia.
Tremo per una Repubblica –verso i cui principi fondanti, ancora oggi essenziali e vitali, non si può non avere una adesione e condivisione incondizionata- sconvolta e giocata dalla contraddittorietà incongruente e dalla escogitazione, finanche semplicisticamente mediatica, di formule astratte di giustizia e di sub-opportunità tecnico/storicistiche.
Il Giudizio, la condanna, è l’offerta di un atto di possibilità ad una soggettiva riflessione morale. Anche critica, verso gli adempimenti -o inadempimenti- e le soluzioni -o inefficienze- dell’equità e solidarietà civile.
Lo stato, la Repubblica, non può sottrarsi ad un tale adempimento etico.
Tremo per la Repubblica.
Non è in gioco nè la riorganizzazione della Giustizia, nè, finanche, il diritto, oltraggiato, delle vittime e delle parti civili.
Pure incompiuti, mi rammento dei miei studi giurisprudenziali, della prolusione del Prof. Lauria, genio della facoltà e del diritto, che ammoniva sulla chimera di una vita giuridica, nella inseguita, parziale, comprensione dello ius.
Altri tempi, in cui lo stato, la Repubblica con le sue Donne e i suoi Uomini, sembravano aver assimilato ed espanso le fasi costitutive: dalla proditoria unità “risorgimentale”, alla unità oscurantista della ingordigia espansionistica, poi, alla unità popolulistica del fascismo, e, infine, alla unità etico-politica della Resistenza e della Costituzione.
Altri tempi, con Toghe e derelitti cui era comune il senso della necessità; della comminazione della pena e, finanche, della commissione del delitto.
Altri tempi, che hanno consentito che si evitasse ogni sbandamento; per la fortuna e le libertà delle generazioni che sono seguite.
Tremo per la Repubblica.
Tremo, perchè mi pervade il timore che qualcuno, per insipienza, per fragilità, per supremazia possa tramare per la sua morte.
Un tramare che tradisce le identità civili di ciascuno, nell’apparente soddisfare le capacità di equità e di solidarietà Repubblicane, .
Tremo per una Repubblica, la mia Repubblica, dove lo ius è piegato e piagato a strumento per consorterie, stupori mediatici, abbacinazioni di privilegi, onnipotenza di soprusi impuniti.
Legislatori! Le Donne, gli Uomini della Repubblica non ne potranno accettare la morte prossima, ventura.
Umano troppo umano – La repubblica: la morte prossima, ventura
“la poesia che si fa tempo giustifica gli uomini della loro vita”

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