Maximilien Roberspierre: mi rivelo. L’idolo delle mie peregrinazioni in una vita sognata da presidente, da dittatore –se così si vuole-, da demiurgo.
Maximilien Roberspierre: il sangue. Il sangue che cola. Giù, dalla gligliottina. Sangue che suggella la fine della pulsione. All’inutile. Alla arroganza. Alla abiezione. Alla sopraffazione. Alla ingordigia. Sangue. Rivo dove specchiare, ancora indenne, all’orlo dell’annullamento, l’inerzia della compiacenza.
Maximilien Roberspierre: la mia impotenza. La misericordia del mio cuore è sabbia del deserto. Soffoca l’ignominia . La violenza. Ogni grano è palpito di una vita.
Vago. E, vagando, si affollano, quasi d’intorno, i viandanti del tempo. Volti di rinuncie. Labbra che sussuranno implorazioni smorzate. Coerenze capricciose. Silenzi di salvezza. Principi ostentati. Difese sacrificali.
Così mi soffermo, svolazzando, sull’onore. Quale? Perchè? Come?
Sono le ore 16 di giovedi 30 novembre dell’anno 2006 p.c.n..
L’esemplare edificio delle Poste si affaccia su Piazza Matteotti. Di fronte, su via Diaz, è l’ingresso di privilegio della Questura. Piantonato.
La grande sala è densa di folla paziente. Il mio numero di prenotazione è il 796. Attendo. Portandomi nell’atrio. Dalle grandi porte di vetro.
Appartato. Osservo. Pensoso nel costruire frasi e immagini. Idee.
Osservo. E il mio sguardo si inerpica su per le fessure a ragnatela. Che, in più punti, hanno invaso il vetro della grande porta. Nella piazza conto cinque vigili urbani. D’intorno ad un’auto.
D’improvviso, sullo spazio antistante l’atrio, oltre le grandi porte di vetro, irrompono una decina di adolescenti. E, incominciano il gioco. Dove la palla, incurante e violenta, rimbalza sulle grandi porte di vetro. Crea improvvise barriere. Anche a giovani uomini.
Qualcuno commenta, benedicente,: “ssò guaglióne!” (sono ragazzi)
Il 796 è in chiamata. Nella piazza sono ancora cinque vigili urbani. D’intorno ad un’auto. Forse, diversa.
Vago. Ed è il tumulto. Frammiste, le peregrinazioni del sogno, la misericordia, i volti di rinuncie, le difese sacrificali, le coerenze capricciose. Nel crogiolo della mia città. Nel crogiolo della “camórrìa”.
Vago. E non incontro il mio Sindaco, la Signora Rosa Russo Iervolino. Persona dabbene. Ma non viandante. Per le strade della città. Almeno, per le mie vie. Noto.
Oh, mio desiderio! Mia brama! Vorrei la compagnia del mio Sindaco nel passeggio, di mattina, la domenica. Innanzi l’ingresso dell’ospedale “Pellegrini”, alla Pignasecca! Incredibile giostra di tutte le trasgressioni.
Vorrei. Perchè forse non ha visto. E, mi chiedo se debba vedere. Se sia necessario che veda. Per riferire della città non allestita all’uso di affollate tavolate declamatorie.
Sono le ore 18,00 di domenica 3 dicembre dell’anno 2006 p.c.n..
Stamane mi sono nuovamente recato alla Pignasecca. Che è luogo, poi, della certezza domenicale del mercato. Non ho incontrato il Signor Sindaco. Neppure il Signor Presidente della Regione (Forse, non informato sullo stato di vivibilità civile del luogo. Per la mancanza annotazioni sulle circostanze. Che gli si debbono. Come da “Report”). Nè ho osservato la presenza di vigili, carabinieri, polizia di stato, guardia di finanza. Chi li informa?
La giostra perdurava. Nelle sue rappresentazioni. Senza sosta.
Avverto il crescere di un debito verso i futuri, pazienti, lettori di queste miei scritti. Mulinava, in me, il desiderio di soffermarmi su eventi non miserevoli. Di lungo insegnamento. Per me. Scrivere, principiando da Guglielma di Boemia.
Ma ne sono distolto. Per una veloce lettura di titoli da “Il Mattino”. Laddove apprendo: “Altolà di CGIL CISL e UIL al piano sicurezza”. Poi, in sottotitolo,: “I sindacati: mantenere gli impegni, no all’accorpamento dei commissariati. Epifani: parleremo con Amato”.
Ancora: “La sfida di Dario Fo: Ubriacatevi di cultura”. Poi in sottotitolo: “ Indignatevi con chi non porta il casco, non è più forte di voi”.
Certo. E’ condivisibile l’esortazione di Dario Fo. Se dicesse di quale cultura. Se non citasse, nel contesto dell’intervista, l’ormai folcloristico riferimento a Eduardo De Filippo. Personaggio che ha mirato, per le sue fortune, a creare il mito del disfacimento morale di Napoli. Ingabbiando la voce storica e la cultura popolare –sociale; finanche, drammatica e spietata quale quella di Viviani- nel populistico e nel qualunquismo. Con la benedicente consacrazione della “borghesia d’essai”. Spoliatrice e reazionaria. Primo conforto alla “camórra” e alla “camórrìa”.
Certo. E’ condivisibile l’attenzione delle associazioni sindacali verso il ripristino e il mantenimento della legalità Repubblicana. Specie in riferimento alla tutela delle strutture a tal fine necessarie. Come, condivisibile è la proposta formulata dall’On.le Diliberto concernenete l’invio, a Napoli, di 25 ispettori per eliminare la dispersione scolastica. Per poco costo. Con essa, desumo, esprimendo l’intendimento, pure lodevole, di sanare il malessere giovanile. Ma, occorrono altri spazi, altri esempi. Che si tacitano.
Rifletto, con una riflessione sincera -senza le vibrazioni dell’offesa-, che l’On.le Diliberto, Dario Fo, i Sindacati, confluendo nella visione “politica”, abbiano una immagine cartolare di Napoli.
Fatta di compiaciuti convenevoli. Tra i vasti interessi di oligarchie che si giocano, ora in un modo ora in un altro (tempo, disperazione, sobillazione) le attese del “chi sa?”. La domanda che, dalla filosofia della storia, è stata costretta alla improvvisazione della quotidianità.
Sono le ore 21,30 di domenica 3 dicembre dell’anno 2006 p.c.n..
Leggo i miei disarticolati appunti. Impulsivi. Mi debbo risposte.
Maximilien Roberspierre. L’intransigenza può fomentare in sè la clemenza.
L’onore. Saper dire si, quando è. No, quando non sarà. Non so, quando può non essere.
Li coniugo entrambi: Napoli è un città dove non emerge l’intransigenza dell’onore. Ma i luoghi della sconfitta dell’onore sono tanti.
Chiara Boriosi mi ha commentato: “Se si urla da soli, al massimo ti sente il vicino di casa.”.
Provoco. Chi leverà con me, da queste pagine, l’urlo per Napoli? Chiedendo, ai politici napoletani, un gesto virtuoso e d’esempio. Per i giovani, nella strada. Non solo per essi.
Il gesto? D’onore: le dimissioni.
franchini

Il fuoco. L’elemento sensorialmente più percepibile e meno penetrabile.
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Volevo precisare che il commento precedente non è stato inserito da me e quindi non è una mia rializzazione
distinti saluti Marco Cuomo
Caro Umberto,
sempre con grande piacere leggo le tue parole di qualunque genere narrano…
Anche qui sei viscerale ma per i miei gusti forse troppo tenero su questo specifico terreno che si chiama vivibilità. Sono convinta che gli abitanti di Napoli meritano una città migliore, a misura d’uomo e non a misura della negazione dell’anima napoletana…
Un abbraccio e a presto
I.A.Halàsz
Caro Ragagnin,
mi si informa del tuo scrivermi. Vengo così a leggerti e risponderti, pubblicamente –non ho altro mezzo-. Avendo occasione di rilevare gli appunti, anche dei “giovani dubbiosi”, Cuomo e Amiranda.
Ti ringrazio della affettuoso profezia. Ma, ho abbandonato –e per riflessioni che si possono intuire solo attraverso la dinamica del mio scrivere- ogni ambizione (l’ambizione è un lievito, valga per i giovani) ad essere un leader, almeno nel significato usuale. Ho smesso, saggiamente, di coltivare tale pretesa nel 1983, dopo l’attentato devastatore che subì il mio circolo sui “quartieri spagnoli”ed allorquando l’Avanti mi riconobbe quale leader di Autonomia Socialista. Non vengo a farti la mia storia.
Mi porto, indosso, ormai, solo i miei pensieri. Anziani. Al contrario dei tuoi che credo, spero, giovani e vitali.
Non mi attribuire più di quanto io abbia. Credimi, è molto poco. Stratificato nei rimpianti di quello che non seppi essere e di quello che mi rimane di essere.
Non mi muovere, quindi, appunti. Mi costringi a rimarcare la mia odierna impotenza creativa. Creatività che, credo, sia più incidente, nel trasporto uomo-uomo, di mille o infiniti propositi contingenti.
Non voglio scivolare nella malinconia.
Ogni giusto al posto giusto: il mio posto è arroccato nel pensiero dell’andare e del tornare. Sarà un limite. Ma, è il mio confine.
Spero di inserire nella politica la poetica. Il flusso perenne dell’essere vivi, solidi, trasfigurabili.
Ti debbo -e debbo ai “giovani dubbiosi”- la conferma del mio ritenere Nicola Cariglia un vero leader o il vero leader del nuovo sociale su cui far indirizzare le energie propositive delle nuove generazioni.
Ti debbo -e debbo ai “giovani dubbiosi”- l’apprezzamento per la generosità che manifestate.
Ti debbo -e debbo ai “giovani dubbiosi”- la certezza che ci sarò quando mi cercherete.
Sinceramente,
franchini
Caro Franchini,
Tu sei un torrente impetuoso. Hai un’ottima preparazione e grandi possibilità.
Ma sei dispersivo, sprechi i tuoi talenti.
Se permetti un suggerimento: devi proporti uno scopo generale in positivo, nel quale fare rientrare costruttivamente i particolari problemi, per risolverli, non per utilizzarli ai fini letterari.
Diverrai un leader.
Cordialmente,
Mario Ragagnin
La proposta rivoluzionaria formulata nel salotto Santoriano da Diliberto per rispondere ai problemi di Napoli :”chiedo ufficialmente e solennemente – brividi in studio e sulle poltrone di casa- al ministro dell’ istruzione Fioroni l’ invio di venti – dico 20- funzionari per stanare il fenomeno dell’ evasione scolastica “.Aggiungiamo, alla miracolosa ricetta Min/Med (minimalista mediatica ), altri ingredienti saporiti . il piatto si chiama :
Frittura mista all’ italiana con alta finanza ,Vaticano e mafia
100 g carabicchieri
200 g di militari su carri-armati
50 g di preti anticamorra
½ Kg di fuori onda Report
10 bussate dei discepoli Santoriani ai citofoni
200 g di notti bianche
20 masanielli /bassolini/capi popoli rinascimentali
½ Kg di professionisti dell’antimafia
1 Kg di colletti bianchi
2 Kg di intellettuali / consulenti
300 g di banche pimontesi e romagnole (per drenaggio)
4 puntate TV contro droga e prostitute
Mescolare il tutto cuocete in olio abbondate fate rosolare bene e al termine della cottura, cospargete con concerti ,striscio e cortei anticamorra a piacere.
Buona Digestione
Caro Franchini,
nel belpaese le dimissioni si minacciano soltanto. O, al massimo, si danno quando si è sicuri vengano respinte. Forse perchè non siamo anglosassoni, ma dalle nostre parti non pagano. Anzi. Dopo il velleitario cavallo di troia del maestro di strada, il topolino partorito dalla borghesia illuminata di Napoli, e le prolusioni retoriche sullla differenza tra il doroteismo rosso di Bassolino e quello di Gava sul Corriere del Mezzogiorno ( e mi viene in mente la battuta di Troisi sul Mezzogiorno) “gli amici di Bassolino” sono all’opera per compensarne l’immagine deturpata dalle immagini della violenza criminale e metropolitana, prodotto della mutazione antropologica dello “scugnizzo” (versione già romantica dei lazzari) D’altra parte il bullismo, la pistola facile che entra nelle scuole e provoca strage degli innocenti, dovrebbe indurre a una riflessione sugli effetti dell’etica dell’individualismo esasperato, dove il successo è l’unità di misura per la riconoscibilità degli individui che sul piano ontologico non esistono neppure. Esistono le persone, non gli individui, ma…. .
Per suffragare quanto sopra, leggere il “falso” fuori onda di Report, il Bassolino che all’Infedele di Lerner rappresenta il nuovo che avanza – il fantomatico Partito Democratico – e contrabbanda il socialismo italiano con le quarte fila dell’ex PSI – i craxinini- che nello Sdi campano raccolgono le briciole dal tavolo cattocomunista. L’ingovernabilità, la crisi del Primato della Politica sugli effetti della Globalizzazione dei mercati, la finanziarizzazione astratta e selvaggia del capitalismo, che si consuma alle spalle dei popoli, come non, al netto dei miei pregiudizi ideologici , registrare la violenza che provoca nei mutamenti politici internazionali. Dove non spara la camorra è più forte, perchè la pax mafiosa è condizione per realizzare gli affari. La camorra cosi invade l’economia legale, corrode la borghesia delle professioni, lo Stato perde il controllo del territorio, la politica perde autonomia non c’è più dialettica con la Camorra ma ne viene assorbita e, ne assorbe le logiche nepotistiche. Ma Napoli è l’Italia. E’ l’Italia che riassumo nella Triade Banche-Vaticano-Mafia. E’ persino intuibile il filo che lega queste realtà. La Mafia per la classe dirigente riveste ancora un ruolo insostituibile al Sud per assicurare l’ordine pubblico. Altro che periferie francesi, se non ci fosse l’economia legale (centri commerciali, edilizia residenziale..), e illegale (droga, prostituzione)della camorra saremmo già alla rivolta della plebe, con i Masaniello di turno. E naturalmente, poichè, come ci spiegano i chierici ” il popolo si è mentalmente bipolarizzato” , in ossequio alla logica degli opposti, ci siamo specializzati anche nell’Antimafia. Non si contano striscioni, cortei della legalità, arresti eccellenti sbattuti in prima pagina, edulcorati in televisione, raffinati a Porta a Porta, mitizzati dai giochi virtuali.. Senza affrontare e risolvere bruscamente alle radici ciò che è destinato a riprodursi inevitabilmente per la gioia di scrittori in erba. L’umano terribilmente umano fascino del male, la perversione cosi naturale, genio degli abissi, nostra consolazione e assoluzione perchè non siamo cosi tanto fetenti, miseri, fragili se ci paragoniamo al peggio. E, si sa, c’è sempre di peggio. E al peggio non c’è limite. Solo una deflagrazione sociale, che non avverrà perchè anche il dissenso è controllato. Per fortuna non c’è Baffone, non ci sono i duri e puri bolscevici ma c’è qualche carusone che brucia bandiere, incendia cassonetti, lancia qualche molotov. D’altra parte è lo spirito competitivo dell’emulazione. Fra 20 anni chi fa il rivoluzionario oggi potrà ricoprire importanti e borghesi cariche istituzionali. Nel Paese dove il muro di Berlino è caduto addosso ai vincitori…. dove converrà schierarsi da giovani? Sprofonderemo allora sempre di più nel Mediteranneo, si consoliderà lo spirito corporativo, l’assenza di visioni collettive. di risposte possibili e concrete accrescerà la paura, la sfiducia, l’angoscia del futuro. Avremo paura di guardarci allo specchio.
Ma, più è forte il pessimismo della ragione, più sarà forte l’ottimismo della volontà di chi non si rassegna. Le risorse culturali e turistiche ci sono, ci sono giovani positivi e volenterosi, i fondi europei per un pò ci saranno ancora, e se riuscissimo a liberarci del Bassolinismo e dei suoi cortigiani, potremmo favorire le condizioni per uno sviluppo equo e solidale. Esistono possibilità per un capitalismo illuminato sociale e produttivo. Quando ci si accorgerà che le aspettative di crescita della spese pubblica non saranno più sostenibili nel quadro di stabilità europea, quando non basteranno più gli sfogatoi sociali del Pubblico e i calmieri della Camorra….
Senza amareggiarsi per il minimalismo complice e colpevole dell’ultima caricatura del marxismo-leninista -tale Diliberto- oso una proposta rivoluzionaria: legalizziamo prostituzione e droghe leggere.
Gentilissima Chiara,
mi offri spunto, nell’apprezzare e nel ringraziarti per l’interesse, per esplicitare quanto sensibili letture possono desumere, come sottaciute esperienze di personale vita neapolitana.
La tua riflessione induce a all’analisi che Napoli ha vissuto parte della sua storia civile inquinandosi nel vicereame –peste e saccheggi, a parte- con le subalternatività spoliativa che una tale condizione socio-istituzionale ha comportato. Le “vicinanze”, anche sentimentali, con l’america latina confortano un tale assunto.
Assunto che qui lancio e che non vuole addentrarsi in analisi comparate, marxiane o storicistiche.
Tu, ricordi Marotta. Consentimi di aggiungere i nomi –tra gli altri, miei contemporanei e per tutti- di Caianiello e di Gigante. L’uno fondatore del CNR, l’altro disvelatore dei papiri di Ercolano.
E, nel mio proprio campo,: Notte, Girosi, Lippi, Brancaccio, Caiati, Russo. Grandissimi Artisti. Dimenticati e sopraffatti, nella loro mediterraneità –incrocio di nord e sud, di est ed ovest- dalla provinciale importazione imitativa di estetiche ed etiche che non appartengono alla consapevolezza ed evoluzione di Napoli e, finanche, dell’Italia. Preappeninica, greca, etrusca, latina, barbara.
Mi consento, in lettura e a sostegno della tua esplicita sfiducia verso le istituzioni locali, devastare il mio pudore per raccontare due degli eventi che mi coinvolgono. Sui restanti, taccio.
Il primo, riguarda i Cosentino. Miei antenati che hanno fatto musica a Napoli per oltre 100 anni. Dell’ultimo, Mario (per rammentarlo ai più: autore di “chi siete?”), lamentai al Comune la caduta e spaccatura della lapide, nel recinto “degli uomini illustri”. Ai tempi della “giunta Bassolino”. A seguito delle mie lagnanze mi si assicurò –con lettera pluri-sottoscritta- che si sarebbe provveduto al restauro dell’intera zona cimiteriale “degli uomini illustri”, nell’arco di 24 mesi. Invitato, finanche, ad un sopralluogo per rilevarne i lavori. Gli anni sono passati e la tomba di mio zio è ancora priva della lapide.
Il secondo, riguarda la proposta che formulai di creare delle “piazze d’arte” nelle periferie napoletane. Con maioliche realizzate e offerte da artisti internazionali. Per far passeggiare sul bello. Perchè una città bella fa partorire bei pensieri (rubo ad Hesse). Per tanto, per verificare le disponibilità degli artisti internazionali, il “comitato fondazione franchini” provvide ad inoltrare, agli stessi, una lettera; sollecitandone l’interesse. L’assessore alla cultura D’Alessandro -sempre della “giunta Bassolino”- contestò, per scritto, tale iniziativa, non essedo stata preordinata con il Comune.
Ma, queste, alla fine, sono recriminazioni inutili. Poichè potrebbe sembrare che l’una o l’altra di una “conduzione” politica possa influire in maniera determinante sullo stato della città.
Si avvertono, a odore, sotterranei, interessi crociati; irrisolti nella loro composizione equilibrata.
Non è, allora, debbo annotare, più tempo di ideologie. Nè di ideali.
E questo è dovunque. Questo il seme del ribellismo e, poi, della reazione.
Vedi, il mio sentimento reale –che non riesco a ben esprimere- è che Napoli possa essere condotta a rappresentarsi quale antesignana di una deflagrazione sociale spinta al limite estremo della rinuncia civile.
Penso ai cittadini neo-nati che potrebbero essere travolti, donne e uomini del domani, dall’annientamento del ricordo, dalla disperazione dell’esistente, da una vita senza stimoli “degni del cielo”.
E, mi sovviene una intervista effettuata, all’indomani del terremoto, all’Avv. Marotta (straordinario promotore di veri eventi culturali: l’Istituto di Studi Filosofici) in contraddittorio con i terremotati allocati nel chiostro dei Gerolomini. Da un lato, il timore che la occupazione potesse comportare devastazione per le testimonianze della città, dall’altro la esigenza della sopravvivenza, della vita decorosa. Due dignità che non avevano contrasti. Che ancora oggi hanno contrasti.
Nello scriverti sono forse deragliato nei pensieri. Scusami. Lo sono da un po di tempo.
Avendo, ormai, deciso di abbandonare la mia cittadinanza di nascita. Almeno moralmente.
Lo farò. L’uomo ha dovunque una patria.
Con la sincerità di sempre.
franchini
Cerco una patria.
Che sia ritorno. Dalle perdizioni.
Cerco una patria.
Che non imponga . Il pianto.
Ai morti.
Che non vincoli. La sua difesa.
Al tradimento.
Che non esalti. La diligenza.
Dei tiranni.
Cerco una patria.
Dell’equilibrio. Senza leggi.
Della sapienza. Senza morale.
Dell’oltre. Senza inganni.
Cerco. La patria del caos.
Cerco una patria.
Impedita.
Caro Franchini, diciamola tutta: nel commento al tuo primo pezzo su Napoli, ti avevo scritto che mi auguravo che il tuo urlo non fosse solitario, perchè altrimenti destinato ad essere colto solo dal tuo vicino di casa, ma che a te si unissero i napoletani che amano la loro città e desiderano vederla uscire dall’impasse in cui è caduta. Ti rinnovo l’augurio, perchè dalle istituzioni non credo tu possa aspettarti nulla, lo sai da te. E ti do ragione sui teatranti e letterati che hanno contribuito a mantenere un’immagine in disfacimento della città per farne motivo della propria fortuna. Un nome, mi è caro segnalarti: Giuseppe Marotta, ingiustamente dimenticato e del tutto ignoto alle nuove generazioni. Eppure, nelle sue pagine, ci sono l’anima ed il profumo di quella Napoli che anche tu descrivi. Coraggio, non mollare.