
Al netto dell’evidente situazione di stallo generale, qualcosa si muove sui campi di battaglia ucraini. L’esercito di Kiev ha riconquistato un villaggio nella regione di Donetsk, allargando la prima vera breccia nelle difese russe sul fronte meridionale. Mercoledì, 16 agosto, il viceministro della Difesa ucraino Hanna Maliar ha confermato la liberazione di Urozhaine, villaggio nell’oblast di Donetsk che si trova pochi chilometri a sud-est di Staromaiorske, da cui le forze ucraine hanno cacciato i russi il mese scorso. Come evidenzia l’analista militare ucraino Roman Svitan ai microfoni di POLITICO, la conquista del villaggio rappresenta una vittoria significativa per la controffensiva ucraina, che sta lentamente avanzando attraverso le linee di difesa russe pesantemente minate nei mesi scorsi. Le forze ucraine hanno iniziato il loro assalto a Urozhaine l’8 agosto, respingendo un contrattacco russo il 13 agosto per poi avanzare con successo prendendo il controllo della zona. Il successo nell’iniziativa è considerevole, se si considera che – come evidenzia Claudio Bertolotti in un’analisi per ISPI – finora le forze di Kiev stanno contrastando l’esercito di Mosca con immensi sacrifici, senza riuscire però a sfondare l’intricato sistema difensivo russo se non in limitati settori del fronte.

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Una svolta con gli F-16?
Uno dei principali ostacoli per la controffensiva ucraina è rappresentato dalla mancanza di copertura aerea, necessaria per superare i vari strati delle linee difensive approntate dalle forze russe. A questo problema Kiev pensava di ovviare con le forniture di F-16 dagli Stati Uniti, ma i velivoli – spiega il portavoce dell’aeronautica ucraina Yurij Ihnat – verosimilmente non saranno operativi prima del 2024. “È chiaro che non saremo in grado di difendere l’Ucraina con gli F-16 questo autunno e questo inverno”, ha dichiarato il portavoce alla televisione pubblica ucraina. A inizio agosto, l’emittente statunitense CNN riferiva che le autorità USA aspettavano dai partner europei un piano definitivo per l’addestramento dei piloti ucraini sugli F-16, che gli Stati Uniti dovranno autorizzare prima che il programma possa iniziare davvero. La formazione dei piloti dovrebbe cominciare questo mese, hanno dichiarato pubblicamente il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e diversi funzionari europei. Ciononostante, più di due mesi dopo che il presidente americano Joe Biden ha annunciato il sostegno di Washington all’addestramento dei piloti ucraini sugli F-16, rimangono una serie di dettagli critici da affrontare. Gli F-16 andrebbero a sostituire diversi modelli, in gran parte di epoca sovietica, che attualmente compongono la flotta aerea ucraina.
Polemica chiusa?
Continuano a far discutere, intanto, le dichiarazioni rilasciate due giorni fa da Stian Jenssen, capo di gabinetto del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. Il funzionario ha sollevato un’aspra polemica, dopo aver dichiarato che l’Ucraina potrebbe entrare nella NATO in cambio della cessione dei territori attualmente occupati dalla Russia. Nella giornata di mercoledì, Jenssen ha cercato di correggere il tiro e, nel corso di un’intervista al giornale norvegese VG, ha definito “un errore” le sue precedenti esternazioni. “La mia dichiarazione faceva parte di una discussione più ampia sui possibili scenari futuri in Ucraina, e non avrei dovuto pronunciarla in quel modo: è stato un errore“, ha precisato il funzionario. La rettifica è stata ribadita anche da un portavoce dell’Alleanza atlantica, il quale ha sottolineato che “la posizione della Nato è chiara e rimane invariata”. Come hanno ribadito i leader della NATO al vertice di Vilnius a luglio “sosteniamo pienamente la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina”. Il fatto che si parli di argomenti simili resta comunque degno di nota, al netto di smentite e smussamenti. D’altronde gli Stati Uniti, principale sostenitore internazionale dell’Ucraina, non hanno mai chiuso completamente i canali di comunicazione con Mosca, pur esprimendo fermo sostegno alle ragioni di Kiev nelle dichiarazioni pubbliche. Lo dimostra, tra le altre cose, la telefonata fra il segretario di Stato USA, Antony Blinken, e il cittadino statunitense Paul Whelan, detenuto in Russia dal 2018, che segue un incontro tra l’ambasciatore americano in Russia, Lynne Tracy, e il giornalista detenuto del Wall Street Journal, Evan Gershkovich.
Riapre il Mar Nero?
Nella giornata di mercoledì, intanto, una nave mercantile civile ha lasciato il porto meridionale ucraino di Odessa. Lo hanno reso noto le autorità ucraine, precisando che si tratta della prima volta da quando – a metà luglio – Mosca ha annunciato il suo ritiro dall’accordo sul grano pattuito con la mediazione di Turchia e Nazioni Unite. La nave cargo è partita nonostante le minacce russe, secondo cui la marina di Mosca potrebbe prendere di mira le navi che utilizzano gli hub di esportazione del Mar Nero come “legittimi obiettivi” di guerra. Il ministro delle infrastrutture ucraino, Oleksandr Kubrakov, ha dichiarato che la Joseph Schulte, battente bandiera di Hong Kong, è partita mercoledì mattina dal porto di Odessa. Il presidente Zelensky ha parlato di “una tappa importante” per la libertà di navigazione. “L’Ucraina – ha commentato sui social il capo di stato – ha appena raggiunto una tappa importante per il ritorno alla libertà di navigazione sul Mar Nero. La prima imbarcazione civile ha imboccato il nuovo corridoio umanitario ucraino, partendo dal porto di Odessa, ed è sulla rotta verso il Bosforo”. L’annuncio della partenza dal Mar Nero della portacontainer è arrivato dopo l’ennesimo bombardamento notturno russo sulle infrastrutture cerealicole ucraine sul Danubio, condannato a livello internazionale. La partenza della Schulte aveva sollevato timori per un possibile confronto in mare con la flotta di Mosca. La Russia, dopo aver deciso di non rinnovare l’accordo sulle esportazioni di grano dall’Ucraina, ha minacciato apertamente di affondare le navi che fossero comunque partite.
A cura della redazione di ISPI Online Publications

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