
C’è qualcosa di sempre meno convincente nella posizione italiana sull’Ucraina. Mentre buona parte dell’Europa accelera sul sostegno militare a Kiev, il governo italiano continua a procedere quasi sottovoce. Non è vero che l’Italia invii soltanto generatori e aiuti civili: sono stati autorizzati numerosi pacchetti militari e altri sono in preparazione. Il problema è politico: l’Italia aiuta Kiev, ma sembra quasi vergognarsi di dirlo.
La ragione è soprattutto interna. Meloni deve tenere insieme una posizione internazionale saldamente atlantica con una coalizione nella quale la Lega continua a mostrare insofferenza verso l’aumento delle spese militari e gli aiuti all’Ucraina. A questo si aggiunge il problema del consenso: sostenere apertamente nuovi invii di armi è elettoralmente molto meno semplice che inaugurare generatori, ospedali o programmi umanitari.
Dall’altra parte non va meglio. Una parte importante dell’opposizione, in particolare Movimento 5 Stelle e AVS, mantiene una linea fortemente contraria al sostegno militare a Kiev. Definire indistintamente tutta l’opposizione filoputiniana sarebbe scorretto, ma è altrettanto difficile ignorare che una parte consistente della politica italiana propone da anni una linea che, interrompendo il sostegno militare a Kiev senza analoghe concessioni russe, finirebbe inevitabilmente per favorire Mosca e avvicinare la sconfitta ucraina.
Ed eccoci al paradosso italiano. Meloni sa perfettamente che lasciare soccombere l’Ucraina significherebbe premiare un’aggressione militare nel cuore dell’Europa, ma deve fare i conti contemporaneamente con Salvini dentro la maggioranza, Conte e AVS all’opposizione e una fetta di elettorato stanca della guerra. Così cerca la quadratura del cerchio: continuare ad aiutare Kiev senza far troppo rumore, mantenere gli impegni NATO senza trasformarli in una bandiera politica e mostrare soprattutto il volto umanitario dell’intervento italiano.
Politicamente si può capire. Strategicamente molto meno. Perché mentre Francia, Germania, Regno Unito, Polonia e Paesi nordici discutono apertamente di difesa aerea, missili, munizioni e capacità industriale, l’Italia rischia ancora una volta di apparire come il Paese che partecipa alle decisioni europee cercando però di non farsi vedere.
I generatori sono indispensabili quando Putin bombarda centrali elettriche, ospedali e infrastrutture. Ma una guerra non si ferma con i gruppi elettrogeni. Si ferma quando chi l’ha iniziata comprende che continuare costa più di quanto possa ottenere. Se davvero pensiamo che l’Ucraina non debba soccombere, prima o poi bisognerà avere anche il coraggio di dirlo agli italiani senza guardare ogni volta il prossimo sondaggio.
La classica malattia cerchiobottistica italiana ha sempre prodotto lo stesso risultato: cercare di stare bene con tutti per non scontentare nessuno. Ma la storia insegna che, quando si pretende di tenere i piedi in più staffe contemporaneamente, prima o poi si rischia di finire con il culo per terra. Risultato al quale, noi italiani, siamo purtroppo maestri.
Piero Terracina

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