
C’è una tentazione ricorrente nella politica italiana: scambiare un inciampo, o anche quattro o cinque, per una caduta definitiva. È quello che sembra accadere oggi con Giorgia Meloni, data da molti già politicamente indebolita, se non spacciata, dopo il risultato referendario sulla giustizia… e non solo. Ma l’entusiasmo mostrato dal fronte del centrosinistra rischia di essere non solo prematuro, bensì profondamente fuorviante. Il “No” al referendum infatti più che certificare la crisi del governo ha messo in luce le fragilità strutturali dell’opposizione. Nelle ore successive al voto i partiti della coalizione di centrosinistra si sono lanciati in un attacco compatto contro l’esecutivo, ma senza riuscire a nascondere le profonde divergenze interne. È un copione già visto: unità di facciata contro l’avversario comune, seguita da divisioni strategiche e identitarie che riemergono non appena si passa dalla protesta alla proposta. Nel frattempo la presidente del Consiglio non è rimasta a guardare. Compresa la portata del segnale politico ha già iniziato a muoversi per rafforzare la propria posizione, consapevole che alle prossime elezioni manca ancora un anno e mezzo: un tempo sufficiente per riorganizzarsi e rilanciare l’azione di governo. L’opposizione invece sembra muoversi come se il traguardo fosse imminente, Ma senza una visione condivisa il rischio è quello di riproporre modelli superati come l’Ulivo, magari in una versione ancor più frammentata: una coalizione larga, divisa tra molte forze, unita più dalla necessità di esistere che da un progetto comune. L’idea che “meglio poco che niente” difficilmente può entusiasmare un elettorato già provato da una situazione economica e sociale complessa. Ed è proprio qui che il governo può trovare il suo margine di recupero. Tre fattori in particolare giocano a favore dell’esecutivo: il tempo per assorbire il colpo e riorganizzarsi; uno scenario internazionale che potrebbe evolvere verso una riduzione delle tensioni, dalla guerra in Ucraina alle crisi in Medio Oriente; e la possibilità di intervenire su dossier economici cruciali a partire dal peso del debito pubblico aggravato da misure come il Superbonus 110%. A ciò si aggiunge un elemento politico non secondario: la leadership. Oggi Giorgia Meloni non sembra avere rivali interni in grado di metterne in discussione la centralità, né in Matteo Salvini né in Antonio Tajani. Con l’attuale legge elettorale questa posizione di forza potrebbe tradursi in una concreta possibilità di ottenere un secondo mandato. Paradossalmente la stessa legge elettorale potrebbe favorire anche il Partito Democratico, qualora il centrosinistra riuscisse a presentarsi unito e competitivo. I sondaggi infatti indicano uno scenario di sostanziale equilibrio tra i due schieramenti. Ma è proprio sull’unità che si gioca la partita decisiva. Se Elly Schlein vuole davvero trasformare l’attuale fase in un’opportunità, dovrebbe forse ascoltare le componenti più pragmatiche del partito e puntare su un’intesa strategica almeno sulle regole del gioco, a partire dalla legge elettorale. E soprattutto costruire un programma chiaro, sintetico, credibile: pochi punti qualificanti, anziché un elenco interminabile di promesse destinate a dissolversi nella confusione. In questo quadro non andrebbe sottovalutato il possibile contributo del Partito Socialista Italiano, che negli ultimi tempi mostra segnali di rinnovata vitalità. In una fase di grande incertezza, anche forze minori possono rivelarsi decisive se inserite in un progetto coerente.
La politica dopotutto non è solo questione di aritmetica, ma di visione. E oggi più che le debolezze del governo, sono le ambiguità dell’opposizione a lasciare aperta la partita.
Angelo Santoro

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