
Russian President Vladimir Putin and Turkish President Recep Tayyip Erdogan in Germany. 19 January 2020
(fonte http://kremlin.ru/events/president/news/62611)
Il 2023 è l’anno in cui la Repubblica turca celebra il proprio centenario. Per un’astuzia delle cose, questo è anche un anno elettorale. Il prossimo 14 maggio, infatti, il Paese eleggerà un nuovo Parlamento e un nuovo Presidente. Da un ventennio la Turchia è governata da Recep Tayyp Erdogan e dal suo partito, l’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo, di ispirazione islamica moderata). Le prossime elezioni potrebbero, stando ai sondaggi, portare a un mutamento di quadro politico. La scena elettorale è dominata da più temi: in primo luogo l’economia; ma anche l’assetto istituzionale e le relazioni internazionali.
Crisi economica. Dal 2018 la Turchia vive una crisi economica caratterizzata da un tasso di inflazione molto elevato (fonti non ufficiali stimano che si collochi oltre il 100%) e da una forte svalutazione monetaria. Conseguenze: costo della vita elevatissimo, importazioni più care, peggioramento della bilancia commerciale, anche in ragione del costo dell’energia, che incide molto sul bilancio nazionale (quasi tutto il gas e il petrolio consumati sono di importazione); erosione delle riserve di valuta estera (alle quali Erdogan ha fatto ricorso per tenere sotto controllo gli effetti della crisi economica) e corrispondente necessità di ottenere finanziamenti dall’estero per sostenere il valore della moneta turca.
Autoritarismo politico. Altra fonte di malcontento è il profilo spiccatamente autoritario assunto dalla politica turca in particolare dopo il fallito golpe del 2016. E’ stato epurato il personale di molte istituzioni e forze politiche; l’Esercito e la magistratura (tradizionali garanti della Repubblica laica Kemalista) sono stati “addomesticati”; è infine stata approvata, nel 2017, una riforma iper-presidenziale dell’assetto di governo che ha attribuito al Presidente un potere di decretazione molto ampio, che ha di fatto compresso le funzioni parlamentari e neutralizzato il principio della divisione dei poteri. Non solo. In questi anni Erdogan ha potuto disporre del compiacente operato dei Tribunali per limitare l’agibilità politica dei partiti di opposizione, in primo luogo del partito filo curdo HDP, secondo maggior partito di opposizione nel Paese che riscuote, in genere, dal 10 al 14% dei voti.
Altri temi politicamente sensibili sono l’accoglienza di molti rifugiati siriani e di altre parti dell’Asia (fonte di conflitti distributivi generati dal declino economico) e la gestione delle conseguenze del terremoto del 6 febbraio scorso, che ha causato 50mila vittime e generato interminabili polemiche per i ritardi nei soccorsi, per il mancato rispetto delle regole sulle costruzioni nelle zone sismiche e per la probabile incidenza sulle conseguenze del sisma di un condono varato dal governo nel 2018, per regolarizzare violazioni delle leggi edilizie occorse in circa sei milioni di edifici.
Nel 2019 un primo campanello d’allarme è suonato per l’establishment turco, quando l’opposizione (guidata dal CHP, Partito Popolare Repubblicano, col sostegno dell’HDP – Partito Democratico Popolare – e del partito nazionalista turco IYIP – Buon Partito) ha prevalso in numerose elezioni municipali, conquistando anche Ankara e Istanbul.
Alle elezioni del 14 maggio si presenteranno due coalizioni: da una parte, la coalizione filogovernativa – detta Alleanza della Nazione – incardinata sull’AKP e sostenuta da altre forze politiche che vanno dai nazionalisti, alla sinistra democratica e dal centrodestra ai radicali islamici; dall’altra, l’Alleanza del Lavoro e della Libertà, o “Tavolo dei sei” (in realtà allargato a sette), nato dalla convergenza delle opposizioni. La guida il CHP di Kemal Kilicdaroglu, scelto come leader ed è sostenuta da altri cinque partiti di vario orientamento (dalla destra al centrosinistra) ai quali si è aggiunto il partito filo curdo HDP, che ha deciso di non presentare un proprio candidato, nel timore di essere messo nel frattempo fuori legge. Esso appoggerà Kiliçdaroglu dall’esterno e sostiene a gran voce la necessità di affrontare e risolvere la questione curda. Ma raggiungere una intesa su questo punto con le altre forze politiche non sarà semplice, se si considera che nel “Tavolo dei Sei” sono presenti forze come l’IYIP (il Buon Partito), di ispirazione nazionalista, ostile ad ogni concessione all’HDP. L’IYIP accusa l’HDP di essere legato al PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), considerato organizzazione terroristica. Si spiega pertanto come, malgrado sia stato raggiunto un temporaneo compromesso, la campagna presidenziale di Kiliçdaroglu fatichi a farsi strada nel milieu nazionalistico turco, che potrebbe fargli mancare dei voti. Trovare un equilibrio fra i due opposti nazionalismi, turco e curdo, è necessario ma arduo.
Kiliçdaroglu guida il CHP dal 2010 e lo ha trasformato da partito nazionalista e laico in una organizzazione più inclusiva e liberale, con importanti aperture anche verso l’elettorato islamico, in una prospettiva definita da alcuni post-kemalista.
Le elezioni presidenziali vedranno in corsa 4 candidati: Recep Taypp Erdogan (AKP), Kemal Kilicdaroglu (CHP), Muharrem Hince (MP, Partito della Patria) e Sinan Ogan (ATA, Alleanza ancestrale o Partito del Movimento nazionalista, di estrema destra). Hince ed Ogan sono espressione di forze non rappresentate in Parlamento ma hanno entrambi ottenuto le 100mila firme necessarie per candidarsi. Se nessun candidato ottenesse la maggioranza assoluta, avrà luogo un secondo turno elettorale il 28 maggio.
Entrambe le alleanze politiche hanno un tratto comune: sono alleanze eterogenee, formate per prevalere in una competizione presidenziale dalla dinamica sostanzialmente binaria (Erdogan vs Kiliçdaroglu) e in elezioni parlamentari regolate da una legge proporzionale corretta da una soglia di sbarramento (7%: era del 10% fino al ‘22) che scoraggia la dispersione di voti.
La campagna elettorale di Erdogan fa leva principalmente sulla promessa di costruire 650mila nuove case nelle zone terremotate e di tagliare le bollette del gas per famiglie e imprese, anche grazie alle possibili forniture di gas naturale garantite da una riserva scoperta nel Mar Nero. Le promesse dell’opposizione si concentrano invece sulla lotta all’inflazione, sull’abbandono del presidenzialismo in favore di un parlamentarismo razionalizzato; su un maggior rispetto dei diritti umani. Comune ad entrambi gli schieramenti è l’intenzione di favorire il rimpatrio dei rifugiati siriani. Su entrambe le elezioni – parlamentari e presidenziali – peserà il voto di quasi sette milioni di nuovi elettori, espressione di una generazione che conosce meno il primo decennio di Erdogan, foriero di crescita, e più il secondo, caratterizzato da crisi economica ed autoritarismo.
La novità che vari sondaggi registrano in questa fase è che le prossime elezioni potrebbero, come nel 2019, favorire una vittoria dell’opposizione. La più recente rilevazione darebbe i due schieramenti in competizione appaiati al 45% circa dei voti (Turkey’s election in dead heat, Erdogan and Kilicdaroglu tied at 45%, in https://www.al-monitor.com, April 26, 2023).
Politica estera. L’influenza geopolitica della Turchia è molto ampia: si estende al Caucaso e all’Asia centrale ed anche all’Africa, ai Balcani e al Medio Oriente. Per la Nato la Turchia è importante come “antemurale” alla Russia e per la sicurezza del Mar Nero. Per la Ue costituisce una difesa contro l’estremismo islamico e l’immigrazione clandestina, oltre che un Paese in grado di trasportare risorse energetiche grazie alla rete di oleodotti che l’attraversa.
La politica estera turca degli ultimi anni ha teso a sganciarsi dai riferimenti occidentali. Il negoziato per l’adesione all’Unione europea, avviato nel 2005, langue; con la NATO si sono registrate frizioni, sia per le difficoltà frapposte da Erdogan all’allargamento verso la Finlandia e la Svezia (superate verso la Finlandia, previa promessa finlandese di non dare accoglienza ai profughi curdi e non ancora verso la Svezia), sia per la conflittualità più volte manifestata verso la Grecia, anch’essa Paese Nato (per contenziosi sui diritti marittimi), sia per i rapporti intrattenuti con la Russia, dalla quale la Turchia ha accettato, nel luglio 2019, la consegna di missili S-400, permettendo così a Putin di ottenere un vantaggio strategico importante, giacché ne è seguita la rimozione dei missili Patriot o Eurosam e degli aerei F-35 dal confine meridionale russo con la NATO.
A causa della difficile situazione economica interna, Erdogan è in cerca di prestiti e di finanziamenti anzitutto dai Paesi del Golfo, per evitare una crisi della bilancia dei pagamenti o ulteriori svalutazioni monetarie. In questa ottica ha ripreso i rapporti con gli Emirati Arabi e tenta di normalizzare le relazioni con Siria, Egitto e Arabia Saudita.
Con il conflitto russo – ucraino, la Turchia ha saputo ritagliarsi un ruolo (fin qui non risolutivo) di mediazione. Ha condannato la Russia, anche all’Onu, per aver violato la sovranità di Kiev. Non ha riconosciuto l’annessione della Crimea ma non ha aderito alle sanzioni occidentali inflitte alla Russia ed anzi ha rafforzato le sue relazioni commerciali con Mosca. Nello stesso tempo, anche al fine di contenere l’influenza russa nella regione del mar Nero, si è avvicinata all’Ucraina e ne ha sostenuto lo sforzo bellico con la fornitura di droni e di altri mezzi militari. Ha impedito alle navi militari russe l’ingresso nel Mar Nero, di cui controlla gli stretti che lo legano al Mediterraneo, ma accoglie i rifugiati e gli oligarchi russi e ha aiutato a stabilire accordi come il corridoio del grano con le Nazioni Unite. La politica estera turca, dunque, sembra sempre più indipendente.
Conclusioni. Le opposizioni hanno qualche chance di successo, ma sconfiggere Erdogan non sarà facile. Egli ha vinto varie elezioni parlamentari e locali e due presidenziali. Ha fatto fronte con successo a proteste di massa, scandali e persino a un tentativo di golpe. Per le sue campagne elettorali può avvalersi di risorse pubbliche e della quasi generalità dei mezzi di comunicazione (cfr. www.washingtoninstitute.org, Turkey’s Pivotal 2023 Elections Issues, Potential Outcomes, and What Comes After, April 2023). Una sua nuova vittoria confermerebbe il suo progetto di trasformazione in senso autoritario e religioso del Paese (in questi anni Erdogan ha già messo la sordina a taluni valori fondanti del Kemalismo: repubblicanesimo, illuminismo e secolarismo su tutti) e, probabilmente, di progressiva de-occidentalizzazione della sua politica estera. Una eventuale intensificazione delle relazioni commerciali e finanziarie con i Paesi del Golfo e con la Russia allontanerebbe, alla lunga, i fornitori occidentali di capitale e di tecnologie, facendo perdere alla Turchia almeno una parte del suo ancoraggio europeo e una fonte importante di progresso tecnologico. Per questo Erdogan gode dell’appoggio di Putin, che ne supporta la campagna elettorale sia finanziariamente, sia con forniture e transito di gas, sia diffondendo fakes news favorevoli al Presidente sui social turchi.
Proprio per questo, una vittoria delle opposizioni potrebbe avere conseguenze significative soprattutto sul versante delle relazioni internazionali, su almeno due versanti:
1) ripresa dei negoziati per l’adesione con la Ue;
2) normalizzazione dei rapporti con la Nato, con la ripresa degli impegni sugli F-35 e del coordinamento delle politiche militari ed il conseguente allontanamento dal suolo turco delle batterie di missili russi S-400; con la fine dell’ostruzionismo all’ingresso della Svezia nell’Alleanza atlantica; con il possibile coinvolgimento militare nelle operazioni sul fianco orientale dell’alleanza, dall’Estonia alla Romania; con ripetuti tentativi di impedire alla Russia di eludere le sanzioni occidentali in una serie di settori (cfr.: M. Pierini e F. Siccardi,The Strategic Consequences of a Kılıçdaroğlu Victory Over Erdoğan, Carnegie Endowment April, 13, 2023). Difficilmente verranno però meno alcune divergenze come quelle su Cipro e la Siria.
Ciò avrebbe un impatto concreto sulla sicurezza della Ue. Altre possibili conseguenze si avrebbero sul piano interno, in direzione di un graduale ritorno a un sistema parlamentare, al rilascio di molti prigionieri politici e all’avvio di riforme concernenti media e magistratura.
Va detto, però, che se anche vincesse, il cartello delle opposizioni non avrebbe vita facile. Esso sarebbe quotidianamente sfidato dal deep State (burocrazia, Esercito, Magistratura, sistema delle imprese) che all’ombra di Erdogan si è radicato in questi anni nel Paese e che sarebbe determinato a far fallire il nuovo Presidente. Apportare cambiamenti importanti nelle istituzioni e nelle politiche pubbliche turche non sarà dunque facile e per questo motivo si può persino ritenere che Kiliçdaroglu possa mantenere per sé quegli speciali poteri del Presidente che oggi contesta. La natura del cartello elettorale che si oppone ad Erdogan non autorizza inoltre grandi ottimismi sulle sue capacità di governo, trattandosi, come si è visto, di uno schieramento disomogeneo, innervato da contraddizioni programmatiche e da rivalità personali, tenuto insieme dall’esigenza tattica di battere Erdogan, più che da comuni visioni politiche o da un comune e solido tessuto ideologico. Infine, l’estrema frammentazione che si preannuncia nel Parlamento turco, renderà difficile al nuovo Presidente, chiunque sia, disporre di una solida maggioranza e potrebbe, anzi, tendere verso forme di “governo diviso” ben conosciute negli Stati Uniti. L’impressione conclusiva è che stia dunque aprendosi per la Turchia una difficile fase di transizione, durante la quale il vecchio assetto tarderà a scomparire ed uno nuovo a nascere.
Giancarlo Lupi

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