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Turandot incompiuta, ma potentissima: a Lucca una lettura intensa e attualissima dell’ultimo Puccini

Al Teatro del Giglio una Turandot lontana dagli sfarzi tradizionali celebra il centenario dell’opera incompiuta di Giacomo Puccini con una regia radicale e suggestiva firmata da Nadir dal Grande. Una lettura profonda, drammatica e contemporanea, capace di trasformare il capolavoro pucciniano in una riflessione sull’identità, sulla violenza e sul destino.

di Stefano Mecenate | 19 Maggio 2026

Assistere ad una generale è un po’ come guardare dal buco della chiave: ciò che vedi è qualcosa in più di quello che vedranno, il giorno successivo, gli spettatori presenti alla prima.

C’è un’ansia di cercare la perfezione, di affinare ogni dettaglio provato mille volte in prova e restituirlo nel modo più eloquente e significativo. C’è il gusto sottile e un po’ civettuolo di far sentire quanto la voce sappia rispondere ai desiderata del direttore d’orchestra e più ancora a se stessi. C’è, giù nel “golfo mistico”, l’ottimizzazione dei suoni che devono restituire, oltre lo spirito della partitura, l’animo del direttore così come ha sentito quelle note, sempre le stesse e ogni volta diverse.

Se poi, questa generale è quella della Turandot del centenario e il teatro è quello del Giglio – Giacomo Pucicni di Lucca, allora l’emozione è massima e nessuno la nasconde.

È sempre un piacere seguire la generale: si vive con gli artisti e gli orchestrali la sensazione dell’attesa, si condivide con coloro che hanno contribuito all’allestimento, dal direttore d’orchestra al regista, dallo scenografo al costumista, al light design, fino al direttore artistico quella voglia di far conoscere finalmente ciò che hanno realizzato. Un omaggio al compositore e al contempo una sfida verso se stessi.

Questa Turandot ha davvero fatto la differenza rispetto alle migliaia che si sono alternate dal quel fatidico 25 aprile del 1926 a La Scala: niente ori, niente sfarzi, niente enfatizzazioni: per Nadir dal Grande “Turandot è l’opera che ci consente di immergerci nell’angolo più buio del nostro essere e ci mostra le estreme conseguenze a cui porta l’odio, la vendetta e la morte. Ci rivela in maniera assolutamente attuale come la crudeltà non si arresti nemmeno di fronte alla purezza e all’innocenza. In questa regia non siamo testimoni di una trasformazione nel personaggio della principessa, che resta invece irrecuperabile nel suo baratro della sofferenza, poiché troppo incarnata nel ruolo che indossa, che ha scelto e che al contempo le è stato cucito addosso. Turandot, il vero enigma che nessuno ha mai risolto, è colei che da sola è riuscita a vincolare il mondo intero al suo volere…”

Per questo, così come nella prima scaligera, per Nadir l’opera finisce con la morte di Liù: “Mettere in scena Turandot nella sua forma incompiuta mi è sembrata sin da subito una grande opportunità drammaturgica per imprimere all’intera opera un taglio registico radicale, raccogliendo a piene mani la sospensione vertiginosa in cui si arresta il lavoro del maestro. Tutto ciò che doveva risolversi non si risolve, resta aperto, si interrompe, e proprio da questa interruzione si struttura tutta la drammaturgia di questo progetto. […] La morte di Liù porta tutta l’opera a un punto di collasso emotivo ed etico. In quel momento fatale, tutto viene squassato da una verità cruda e inaccettabile che nessun epilogo può sanare: la violenza ha avuto la meglio sulla compassione, e l’alba arriva con l’ultima lunga nota di Puccini, un’alba che è attesa dal Popolo di Pechino come un’apocalisse. È la fine del mondo. L’ultima cosa che vedranno i loro occhi. Una luce purificatrice che tuttavia non salva, ma acceca e cancella tutto”.

Una lettura profonda e significativa che abbiamo fortemente apprezzato: in fondo questa “favola” si presta a mille possibili letture e questa, in qualche modo inedita è fortemente suggestiva specie in questi giorni in cui il mondo vive costantemente i drammi e inquietudini.

A dirigere una matura Orchestra della Toscana, la bacchetta esperta e appassionata del M° Alessandro D’Agostini, allievo di Pietro Bellugi e di Massimo de Bernart dai quali ha preso l’accuratezza e la sensibilità.

Anche le parole del Maestro D’Agostini con le quali illustra la sua visione dell’opera ci colpiscono: “Turandot è il racconto simbolico dello smarrimento dell’io e della ricerca del nome. Tutti i personaggi emergono da una notte indistinta e dalla folla, acquistando un’identità solamente nel momento in cui viene definito il loro ruolo o pronunciato il loro nome. Al loro primo incontro, tutti i personaggi di quest’opera si ritrovano smarriti: in un certo senso, non è il solo Timur a vivere la condizione di cecità. Essi, pertanto, hanno bisogno di ri-conoscersi: Liù cerca Timur tra la folla, il Principe “senza nome” chiama suo padre, Liù riconosce “il suo Signore”, Timur suo figlio e dona un’identità alla fanciulla che lo guida (“Era Liù!”). Al suo apparire in scena, Turandot ha addirittura bisogno di raccontare la storia della sua ava per identificare se stessa. Più avanti nell’opera, il terzo e ultimo enigma, la cui soluzione rende davvero vulnerabile la Principessa di gelo, sarà rappresentato dal suo stesso nome: Turandot. Il Principe ignoto la sfiderà a sua volta a conoscere la sua identità, attraverso la ricerca del suo nome. E il sacrificio di Liù permetterà a Calaf di custodire il suo segreto e di vincere così il cuore di Turandot. La scoperta del nome come momento di contatto con la propria identità e, allo stesso tempo, come disvelamento di un segreto che può portare alla soluzione di un conflitto o viceversa alla morte e alla perdita, è un tema di lunga data, in ambito letterario e musicale: quando Edipo scopre chi è veramente, si acceca e, solo così, perdendo la vista fisica, “vede” il suo destino; quando Lohengrin rivela ad Elsa il proprio nome, e con esso la propria identità, dovrà ineluttabilmente perderla”

Ed ancora: “Le fiabe di questo tipo hanno sempre un sapore iniziatico, perché raccontano quel processo di conoscenza necessario per comprendere chi siamo e qual è la nostra funzione nel mondo. E l’amore è il fuoco propulsivo, il motore che muove i personaggi nel loro percorso di autoconsapevolezza. Questa dimensione esistenziale fu probabilmente il fattore che più affascinò Puccini, tanto da spingerlo a scegliere questo soggetto per la sua ultima opera. «Io ritengo che Turandot sia il pezzo di teatro più normale e umano di tutte le altre produzioni del Gozzi», scrive a Simoni il 18 marzo del 1920”.

Ed ecco quindi che a Lucca assistiamo ad un’altra Turandot rispetto a quelle cui eravamo abituati: una favola “triste” senza lieto fine, ma estremamente attuale e densa di significati, dove ogni personaggio racconta e si racconta in un riflesso di specchi che mostra al pubblico l’oggettività del dramma e la soggettività con il quale viene vissuto.

Ad aiutare in questo viaggio nell’abisso dei sentimenti, le scene e costumi scelti da Nadir dal Grande per raccontare meglio la “sua” storia, e le luci egregiamente curate da Jenny Cappelloni.

Nel cast, emerge nettamente la soprano Maria Novella Malfatti, una Liù ineccepibile che conquista il cuore del pubblico con la sua voce e la sua interpretazione. Interessante la lettura scenica e vocale che Roberto Aronica ha dato del Principe ignoto, Calaf.

Niente smancerie, niente esibizionismi: essenziale, efficace, profonda. Quanto serve a questo personaggio che si trova, per caso, al centro di un dramma individuale e collettivo e ne diventa parte, senza forse rendersi conto del perché.

Qualche riserva, ma non posso che riferirmi alla generale, sulla vocalità di Oksana Dyka, Turandot, che pur rispondendo all’immagine che il regista a voluto per lei, ci è sembrata non totalmente padrona del ruolo.

Positiva e convincente la prova di Paolo Ingrasciotta, Giacomo Leone e Alfonso Zambuto, rispettivamente Ping, Pang Pong che bene rendono il loro ruolo che, come dice Alessandro d’Agostini: “… nella loro qualità di ministri di stato, sono combattuti tra il dovere di obbedienza a Turandot e la consapevolezza di una Legge superiore agli uomini, tra la forza dei desideri umani e la loro vanità, tra l’apparenza del mondo sensibile e il nulla nostalgici, crepuscolari, quando vagheggiano di tornare a un passato lontano, a un luogo natio ormai irraggiungibile, a una felicità vissuta per un attimo e già trascorsa (quanto Puccini c’è in loro!)”.

Complessivamente buona quella di George Andguladze, Timur, soddisfacente quella di Gianluca Moro, Altoum, e di Omar Cepparolli, un Mandarino.

Bravi sia il coro Arché Turandot 100 diretto da Marco Bargagna che quello delle Voci Bianche del Teatro del Giglio Giacomo Puccini diretto da Marco Ramacciotti e Serena Salotti.

Come nota finale, non posso che apprezzare le recensioni che hanno fatto seguito alla prima dell’opera, complessivamente tutte positive, che hanno confermato quelle sensazioni rubate a poche ore dal debutto e in un contesto nel quale ancora si cercava la perfezione.

Stefano Mecenate

Pubblicato in : Cultura ed eventi

Info Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra.
Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l’organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

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