
Trump ha affrontato la guerra contro l’Iran con la stessa mentalità con cui Putin ha invaso l’Ucraina: la convinzione che bastino superiorità militare, bombardamenti e minacce per piegare rapidamente un Paese e costringerlo alla resa.
È la concezione bellica di due uomini rimasti nel secolo scorso. Due ruderi umani ormai pronti per l’indifferenziata, convinti che la politica internazionale funzioni ancora come ai tempi degli imperi, quando bastava mostrare i cannoni, radere al suolo qualche città e aspettare che il nemico sventolasse bandiera bianca.
Putin pensava di risolvere la guerra in pochi giorni. Trump immaginava di mettere in ginocchio l’Iran con una campagna militare breve, devastante e senza conseguenze durature. Entrambi hanno confuso la potenza di fuoco con la vittoria politica, dimenticando che distruggere infrastrutture, basi militari e depositi non significa necessariamente spezzare la volontà di un Paese.
L’Iran può essere colpito duramente, ma possiede territorio, popolazione, apparati militari distribuiti e una lunga esperienza nella guerra asimmetrica. Non deve sconfiggere frontalmente gli Stati Uniti. Gli basta resistere, disperdere i propri sistemi, utilizzare droni e missili relativamente economici e costringere Washington a consumare armamenti molto più costosi per attaccare e difendersi.
È qui che la propaganda di Trump incontra la realtà. Le guerre non si combattono con le dichiarazioni, con i post o con le promesse di annientamento. Servono missili da crociera, bombe guidate, intercettori, ricambi, personale e una capacità industriale in grado di sostituire ciò che viene utilizzato.
Un missile si lancia in pochi secondi, ma per costruirne uno nuovo possono servire mesi. Ogni attacco contro l’Iran consuma munizioni offensive. Ogni risposta iraniana obbliga gli Stati Uniti a usare altri sistemi per proteggere basi, navi e soldati. Il conto, quindi, viene pagato due volte: per colpire e per difendersi dalle conseguenze del colpo.
Il problema non è che l’America abbia improvvisamente svuotato tutti i propri arsenali. Il problema è che alcune munizioni vengono consumate più rapidamente di quanto possano essere prodotte. Ed è un dettaglio che cambia completamente il significato della guerra. Si può essere la più grande potenza militare del pianeta e scoprire comunque che i magazzini non sono infiniti.
Trump continua a parlare come se l’Iran potesse essere bombardato fino alla resa senza limiti di tempo, di costi e di materiali. Dal Pentagono, però, sono costretti a ricordargli che una guerra lunga non si sostiene con la teatralità presidenziale. Si sostiene con fabbriche, contratti, catene di approvvigionamento e anni di programmazione industriale.
È lo stesso errore di Putin: iniziare una guerra immaginando che sia breve e poi trovarsi prigionieri della propria propaganda. Quando il risultato promesso non arriva, fermarsi significa ammettere il fallimento. Continuare, però, significa consumare uomini, denaro, munizioni e credibilità nel tentativo di dimostrare che la decisione iniziale fosse giusta.
Trump e Putin appartengono alla stessa vecchia scuola del potere muscolare. Credono che la paura possa sostituire la strategia, che la distruzione produca automaticamente obbedienza e che un capo non debba mai mostrare prudenza. Ma la prudenza non è debolezza. È ciò che distingue uno statista da un uomo che gioca alla guerra con la vita degli altri.
L’Iran può subire danni enormi senza accettare le condizioni americane. Può continuare a rispondere, alzare il costo del conflitto e aspettare che siano gli Stati Uniti a chiedersi quanto ancora convenga proseguire. Una guerra di logoramento non viene necessariamente vinta da chi possiede l’arma migliore, ma da chi riesce a sostenere più a lungo il prezzo politico, economico e militare dello scontro.
Trump voleva dimostrare che nessuno può resistere alla potenza americana. Rischia invece di dimostrare che anche l’America ha dei limiti e che nessun arsenale consente di bombardare all’infinito.
Due uomini vecchi, due visioni vecchie e lo stesso errore: credere che il mondo sia rimasto fermo al Novecento. Poi arriva la realtà, apre i magazzini e presenta il conto.
Piero Terracina

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