
La guerra doveva essere prima di tutto una dimostrazione di forza. Trump e Netanyahu l’avevano presentata così: colpire l’Iran, spezzarlo, e umiliarlo, e aprire la strada a un cambio di regime e a un nuovo ordine regionale sotto il dominio di Washington e Tel Aviv.
Ora, se il memorandum sarà davvero firmato, il quadro appare molto diverso. Non c’è la resa iraniana. Non c’è il cambio di regime. Non c’è la vittoria strategica americana. C’è, piuttosto, un accordo fragile che prende atto di un fatto semplice: gli Stati Uniti hanno alzato il livello dello scontro, hanno speso miliardi, hanno messo sotto pressione l’intera area del Golfo, distrutto infrastrutture civili, compreso scuole e ospedali, ucciso migliaia e migliaia di persone, provocato una crisi economica mondiale ma non hanno ottenuto ciò che volevano.
Il nucleare iraniano, cioè il tema usato per giustificare la guerra -nonostante fosse smentito come pericolo imminente dagli stessi servizi segreti americani- , viene rinviato. Ci saranno sessanta giorni di negoziato. Washington non è riuscita a imporre sul campo quello che ora prova a discutere ad un tavolo di trattative.
È il contrario della vittoria. È una ritirata mascherata da diplomazia.
Intanto l’Iran può respirare. I fondi congelati -si parla di 20 miliardi-, verranno almeno in parte sbloccati, le esportazioni petrolifere potranno ripartire, le sanzioni saranno alleggerite e lo stretto di Hormuz verrà riaperto, seppure con forti differenze di interpretazione; Trump parla infatti di transito libero mentre Teheran parla di servizi di sicurezza e navigazione da pagare.
Gli americani che volevano controllare Hormuz e mettervi una base militare a spese delle navi in transito, devono ora discutere con l’Iran le condizioni per attraversarlo.
Siamo di fronte ad una vera umiliazione della Casa Bianca che era partita con il linguaggio dell’impero dichiarando, senza tanti scrupoli, di voler radere al suolo una civiltà millenaria se non si fosse piegata ai suoi diktat. Invece, ora è costretta a un compromesso scritto anche dal nemico.
Trump può continuare a far finta di niente, a gonfiarsi di retorica sempre più ridicola per recitare la parte del vincitore, ma la sostanza è un’altra.
La situazione è resa ancora più instabile da Israele. Netanyahu non vuole riconoscere la pace e continua a colpire in Libano e a mantenere e ampliare l’occupazione di Gaza e delle altre terre invase dall’esercito.
La rabbia di Trump che esplode contro il vecchio amico è la dimostrazione che gli Stati Uniti non controllano nemmeno il proprio alleato principale. Anche questo è declino imperiale.
A Teheran, naturalmente, non c’è stata nessuna svolta democratica. Il regime usa la tregua per rafforzarsi, rimettere un po’ di ossigeno nell’economia, compattare e riorganizzare il potere interno. Il fallimento americano ha offerto ad un regime teocratico e feroce contro i giovani e contro le donne una nuova occasione per presentarsi come potenza assediata e resistente.
La verità che emerge con sempre più chiarezza è che gli Stati Uniti pur restando una grande potenza militare, ma non sono più onnipotenti.
La guerra in Iran conferma questo declino. Il debito pubblico sempre più alto, i vincoli economici, gli alleati meno controllabili e gli avversari sempre più forti e inseriti in autonome reti globali hanno messo definitivamente in crisi l’egemonia americana sul mondo.
Emiliano Brancaccio definisce così la situazione: “Oggi l’America indebitata può spendere per armamenti meno di un decimo rispetto agli enormi investimenti militari che destinava alle campagne medio-orientali nell’epoca d’oro delle grandi invasioni”.
“La ragione -continua l’economista marxista-risiede in un limite già delineato da Niall Ferguson: quando la spesa per interessi sul debito supera la spesa militare, l’espansione imperiale entra in crisi”.
E proprio questa crisi può continuare a produrre mostri e persino esiti catastrofici.
Ovviamente, ancora una volta, l’Europa non è pervenuta con una posizione autonoma, mentre l’Italia conferma il suo ruolo ancillare decidendo di inviare navi a Hormuz in una missione guidata da Francia e Inghilterra.
Se tra sessanta giorni, o anche prima, la tregua dovesse finire e dovesse riprendere la guerra il rischio sarebbe di trovarci pienamente coinvolti.
In questo caso, gli italiani pagherebbero un prezzo davvero troppo alto alle ambizioni della “statista” Meloni.
Saggezza vorrebbe che prima di inviare navi militari per compiacere gli alleati si aspettasse la completa conclusione del conflitto e una pace vera e definita.
Più che a servizio degli USA, il coraggio andrebbe dimostrato nelle azioni politiche e diplomatiche, a cominciare da una dura condanna e dall’isolamento economico di Israele.
Enrico Rossi

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