
Il dossier iraniano ha assunto sempre più i contorni di una guerra psicologica. Lo è innanzitutto per Teheran, ma lo è anche per la Casa Bianca chiamata a decidere se e come trasformare la pressione militare in leva negoziale. I consiglieri in divisa del tycoon delineano uno scenario rischioso qualora si puntasse apertamente al rovesciamento del regime: servirebbe un’occupazione terrestre lunga e logorante, oggi difficilmente sostenibile per gli Stati Uniti d’America. L’alternativa è una strategia graduale e coercitiva: una sequenza di raid e dimostrazioni di forza calibrate per aumentare la pressione senza scivolare in una guerra totale, fino a costringere Teheran ad accettare le condizioni americane. Per comprendere l’apparente indecisione occorre però chiarire l’obiettivo reale. L’arresto del programma nucleare rappresenta il rivestimento formale di una finalità più ampia: colpire indirettamente la Cina principale importatore del greggio iraniano. Il filo rosso conduce al precedente del Venezuela: la stessa portaerei Lincoln, oggi nel Golfo Persico, proviene dalla missione al largo di Caracas dove la pressione aeronavale aveva preceduto il tentativo di isolamento di Maduro. Lo schema appare replicabile. Esclusa l’opzione degli “stivali a terra” resterebbe la strategia della decapitazione selettiva ai vertici, finalizzata a estorcere concessioni. Nel caso iraniano la “pistola alla tempia” significherebbe colpi mirati tali da indurre l’establishment a sostituire Khamenei, ad aprire alle compagnie statunitensi e a ridurre gli scambi preferenziali con Pechino. In cambio Washington potrebbe allentare il cappio di un embargo unilaterale che dura da decenni.
Più che una guerra dichiarata, dunque, una trattativa armata: negoziare mostrando la forza con l’arma ben visibile sul tavolo.
Angelo Santoro

Lascia un commento