
Quando la politica interna scricchiola, la tentazione di alzare il tiro sul piano internazionale diventa quasi irresistibile. Donald Trump lo sta dimostrando ancora una volta, con una sequenza di dichiarazioni che oscillano tra minaccia e provocazione, tra annunci muscolari e improvvise frenate. L’ultima boutade – quella di “prendersi Cuba” dopo aver “sistemato” la questione iraniana – si inserisce perfettamente in questa strategia comunicativa. Non è un’uscita isolata, ma l’ennesimo tassello di una linea che punta a spostare l’attenzione dell’opinione pubblica americana dal terreno scivoloso della realtà economica a quello, più controllabile, della politica estera. Perché negli Stati Uniti cresce il malcontento: inflazione, costo della vita, incertezza sui mercati stanno erodendo quel consenso che aveva sostenuto Trump nella fase iniziale del suo secondo mandato.
Il riferimento a Cuba non è casuale. Già nei mesi scorsi il presidente aveva evocato l’ipotesi di un intervento diretto sull’isola, parlando apertamente di una possibile “presa” o “liberazione” di Cuba, in un contesto già segnato da tensioni e da una vera e propria pressione economica e politica su L’Avana. È una linea che richiama un’idea di espansionismo politico che appartiene più al linguaggio della propaganda che a quello della diplomazia. Ma proprio per questo funziona sul piano interno: semplifica, polarizza, crea un nemico e offre una narrazione di forza. Il problema è che, nel frattempo, il mondo reale continua a muoversi in direzione opposta, con alleati sempre più inquieti e un quadro internazionale sempre più instabile.
Lo dimostrano le tensioni crescenti con gli alleati europei. Le minacce di ritirare le truppe americane da Italia e Spagna, accusate di non aver sostenuto l’azione militare nello Stretto di Hormuz, hanno aperto una frattura profonda all’interno della Nato. Non si tratta più di divergenze tattiche, ma di un vero e proprio scontro politico tra Washington e alcune capitali europee. La possibilità di ridurre o spostare la presenza militare americana in Europa, evocata dallo stesso Trump, rappresenta un segnale pesante, che mette in discussione equilibri consolidati da decenni. E anche qui il copione è lo stesso: pressione, minaccia, rilancio. Una strategia che punta a ottenere risultati immediati, ma che rischia di compromettere rapporti di lungo periodo.
Il punto, allora, è comprendere la logica che tiene insieme questi elementi. Cuba, Iran, Nato: dossier diversi, ma un’unica chiave di lettura. Trump sta utilizzando la politica estera come strumento di gestione del consenso interno. Quando i sondaggi si fanno meno favorevoli, quando il malcontento cresce tra gli stessi elettori del movimento Maga, il presidente rilancia sul terreno che gli è più congeniale: quello della forza, della sfida, della contrapposizione. È una strategia che nel breve periodo può funzionare, perché mobilita, polarizza e ricompatta. Ma nel medio periodo espone a rischi evidenti. Perché la realtà economica non si cancella con un annuncio, e gli alleati non si tengono insieme con una minaccia.
Alla fine, la questione è tutta qui: la distanza tra narrazione e realtà. Trump continua a raccontare un’America forte, capace di decidere e di imporsi. Ma i segnali che arrivano dall’interno e dall’esterno raccontano una situazione più fragile, più incerta, più complessa. La tentazione di “prendersi Cuba”, come quella di ridisegnare a colpi di dichiarazioni i rapporti con la Nato, appartiene più al linguaggio della campagna elettorale che a quello del governo. E forse non è un caso. Perché, con le elezioni di midterm all’orizzonte, la politica americana è già entrata in una nuova fase. E quando la campagna elettorale comincia così presto, il rischio è che la realtà venga piegata alla propaganda. Anche a costo di aumentare le tensioni nel mondo.
Cesare Mannucci

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