
Una dichiarazione di Trump rimette di nuovo in gioco l’accordo con l’Iran. Teheran, per protesta, abbandona il tavolo delle trattative. I giornali scrivono che il negoziato potrà forse riprendere.
Ma anche qui la spiegazione del Trump umorale, imprevedibile, dominato dagli scatti d’ira, non convince fino in fondo.
Intanto la guerra continua. Israele bombarda il Libano, Gaza viene stretta dentro una zona cuscinetto sempre più ampia, il Medio Oriente resta sospeso tra trattativa e catastrofe. Quando il presidente americano minaccia di “cancellare il Paese” se Teheran chiuderà Hormuz, o quando dice che, se l’Iran non si comporterà bene, “si tornerà a sparare e a sganciare bombe”, non sta solo parlando all’Iran. Sta parlando anche ai mercati.
Il prezzo del petrolio torna immediatamente a salire, perché cresce il timore di nuovi blocchi alle forniture e di una nuova spinta inflazionistica.
Le Borse reagiscono alla paura e poi rimbalzano quando Trump lascia intravedere uno spiraglio diplomatico. Ogni parola produce effetti. Ogni minaccia muove denaro. Ogni promessa di pace riaccende gli indici finanziari.
Per i giganti degli armamenti, invece, il discorso è ancora diverso. Per loro la guerra non è una oscillazione temporanea. È un ciclo lungo. L’inizio del conflitto con l’Iran ha fatto registrare balzi immediati dei titoli della difesa, ma il dato più importante è che l’intero comparto è entrato nella fase di crescita più forte degli ultimi decenni.
Medio Oriente, Ucraina, Taiwan: ogni crisi alimenta nuovi bilanci militari, nuove commesse pubbliche, nuovi profitti garantiti.
Anche quando Trump parla di pace, i titoli della difesa non crollano. Gli investitori sanno che, al di là dei singoli colloqui, il mondo occidentale è ormai dentro una campagna di riarmo destinata a durare dieci o vent’anni.
Qui sta il punto. Quando un leader mondiale può far salire o scendere i mercati con un post o una frase alla stampa, crea una volatilità artificiale.
E nella finanza la volatilità è oro. Gli hedge fund e i grandi speculatori comprano nel panico e rivendono nel sollievo. La guerra fa scendere, la tregua fa salire, la minaccia prepara il rimbalzo.
Trump sa benissimo che le sue parole muovono trilioni di dollari. Per lui economia e pressione militare sono due facce della stessa medaglia: la minaccia serve a piegare gli avversari, il successivo rialzo delle Borse serve a blindare il consenso interno.
Trump stesso ha dichiarato: “Ogni volta che parliamo della possibilità di pace, la borsa sale come un razzo. Ogni volta che diciamo qualcosa di negativo, scende violentemente”.
È una strategia ad altissimo rischio. Un errore può scatenare un’altra guerra o allargare il conflitto o provocare anche un crollo finanziario con effetti devastanti sull’economia.
Ma non è solo follia. È l’uso lucido della paura come leva politica e finanziaria.
Questa è la realtà terribile del mondo in cui viviamo: un sistema dominato dalla speculazione, nel quale la guerra permanente non è un incidente, ma l’acceleratore dei profitti.
Intanto migliaia e migliaia di persone muoiono, soffrono la fame e le malattie, e tutto il mondo paga il prezzo dell’arricchimento di pochi.
Enrico Rossi

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