
Un terremoto diplomatico scuote l’asse tra Washington e il Vecchio Continente. Donald Trump torna a mettere in discussione i pilastri della presenza militare statunitense in Europa, puntando il mirino direttamente sull’Italia. Secondo fonti vicine alla Casa Bianca, il Presidente starebbe valutando seriamente il ritiro parziale o totale delle truppe stanziate nelle basi della Penisola. La motivazione addotta è tranciante: l’Italia “non ha aiutato a sufficienza”, con un riferimento neppure troppo velato alle spese per la difesa che non hanno ancora raggiunto la soglia del 2% del PIL richiesta dalla NATO.
Per decenni, l’Italia è stata il “pontile” strategico degli Stati Uniti nel Mediterraneo. Da Aviano a Sigonella, passando per Vicenza e Napoli, la presenza americana conta oltre 12.000 effettivi. Tuttavia, la nuova dottrina Trump non ammette deroghe: il sostegno militare deve essere reciproco e, soprattutto, remunerativo in termini di impegno finanziario. “Non possiamo proteggere chi non vuole proteggere se stesso”, avrebbero riferito i consiglieri per la sicurezza nazionale, sottolineando come Roma sia considerata troppo timida nel supporto logistico e finanziario alle recenti operazioni internazionali.
Se il fronte italiano è teso, quello tedesco è incandescente. Trump ha rivolto parole durissime a Friedrich Merz, leader della CDU e figura centrale nel panorama politico di Berlino. Merz aveva recentemente sollecitato un maggior coordinamento transatlantico per sostenere Kiev contro l’aggressione russa, ma la replica di Trump è stata un gelido invito a occuparsi delle “macerie domestiche”.
“Merz pensi a Kiev se vuole, ma farebbe meglio a guardare ai guai di Berlino”, ha dichiarato Trump, riferendosi alla crisi economica che attanaglia la Germania e alla fragilità della coalizione di governo tedesca. Per il tycoon, la Germania non ha più l’autorità morale per dettare l’agenda della politica estera europea, specialmente dopo anni di dipendenza energetica dalla Russia e investimenti militari giudicati “ridicoli” da Mar-a-Lago.
Le dichiarazioni di Trump segnano un cambio di passo netto rispetto alla precedente amministrazione. Il messaggio è chiaro: l’ombrello nucleare e militare americano non è più scontato. L’Europa, stretta tra la minaccia russa a est e il disimpegno americano a ovest, si trova di fronte a un bivio storico. Mentre l’Italia cerca di mediare per evitare uno svuotamento delle basi che avrebbe ripercussioni economiche e di sicurezza enormi, la Germania di Merz deve fare i conti con una realtà in cui Washington non è più il partner accondiscente di un tempo.
Il rischio è che il “non ha aiutato” riferito all’Italia diventi il pretesto per una ristrutturazione globale della presenza USA, lasciando l’Europa a gestire da sola le crisi ai propri confini.
Siamo di fronte a un’era di “diplomazia del conflitto”, dove il dialogo è sostituito da attacchi diretti e personali tra leader (come nel caso Trump-Merz). Trump utilizza il ritiro delle truppe come leva finanziaria, segnando la fine della protezione USA “gratuita” per l’Europa.
L’Europa, e in particolare la Germania, è vista come vulnerabile a causa dei propri dissesti economici e politici interni, che le tolgono forza negoziale. Non esiste più un “fronte occidentale” unito; gli interessi nazionali (America First) prevalgono ormai definitivamente sulle vecchie alleanze ideologiche.
Giuseppe Basilico

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