
Sono tre anni che la guerra in Ucraina consuma uomini, risorse e futuro. In questo tempo la Russia ha mostrato il suo limite strutturale. Le industrie civili sono ferme o riadattate in fretta alla produzione bellica, la tecnologia è arretrata, l’economia è drogata dalla spesa militare mentre quella di tutti i giorni è in ginocchio. Mosca brucia denaro e capitale umano pur di tentare l’annessione di una nazione strategica ma pur sempre cento volte più piccola dell’apparato russo. È il paradosso del “gigante” (con una economia da terzo mondo…) che non riesce a dominare un vicino più piccolo perché gli mancano gli strumenti reali per farlo.
Sul terreno la sproporzione non si traduce in vittoria. La logistica russa è lunga e vulnerabile, dipende da convogli lenti e depositi colpibili. L’Ucraina difende linee corte, integra intelligence e forniture occidentali, assorbe urti e restituisce colpi dove la profondità russa scopre i fianchi. La demografia non aiuta Mosca, che perde quadri esperti e fatica a sostituirli. L’autonomia tecnologica non c’è più, e lo dimostrano le importazioni di componenti critici e sistemi a basso costo dall’estero. Tutto questo consente alla Russia di tentare di prolungare il conflitto, non di trasformarlo in una vittoria.
In questo quadro due figure si muovono come reliquie di un secolo passato. Putin rimane il funzionario cresciuto nell’ombra del KGB che immagina un impero con strumenti da epoca industriale, convinto che la forza bruta possa plasmare un ordine che non risponde più solo alla potenza militare. Trump legge l’arena globale come una passerella di slogan e rapporti di forza immediati, ma con un chiodo fisso che attraversa tutte le sue scelte: l’Europa. Non più alleato da valorizzare, ma concorrente sistemico da ridimensionare. Ai suoi occhi il Vecchio Continente è ormai il vero avversario degli Stati Uniti per peso economico, capacità produttiva e potere d’acquisto. È l’unico blocco politico con una moneta capace di contendere spazi internazionali al dollaro e con mercati regolati che dettano standard globali.
L’Unione Europea, fra esitazioni e scatti in avanti, ha imboccato una strada irreversibile. Il sostegno a Kiev non è più emergenza ma politica strutturale. Finanza pluriennale per tenere in vita lo Stato ucraino, addestramento esteso delle unità, trasferimenti di difesa aerea e munizionamento, piani per scalare la produzione militare dentro i confini europei, ricostruzione programmata anzitempo perché l’economia ucraina non crolli. In parallelo l’energia ha cambiato verso: la leva del gas russo si è accorciata, sono cresciuti rinnovo, interconnessioni e approvvigionamenti alternativi.
La cornice politica completa il disegno. Kiev non è più trattata come cuscinetto geografico ma come futuro membro a pieno titolo dello spazio europeo. Il processo di adesione all’Unione è avviato, lo screening corre, i capitoli si aprono con l’idea dichiarata di ancorare l’Ucraina al mercato unico e allo Stato di diritto. Sul versante della sicurezza, il legame con la NATO si fa più profondo passo dopo passo. Nessuno fissa date perentorie, ma la direzione è chiara. Di fatto si sta costruendo una trama di interoperabilità, procedure e standard che rendono l’ingresso politico solo la tappa finale di un processo già in marcia.
Ed è qui che si coglie il vero nodo geopolitico: l’integrazione dell’Ucraina nell’orbita euro-atlantica rappresenterebbe uno smacco epocale sia per la Russia che per gli Stati Uniti. Per Mosca significherebbe la fine definitiva di ogni pretesa imperiale. Per Washington significherebbe trovarsi davanti a un’Europa più coesa, autonoma militarmente, con una moneta sempre più competitiva e capace di attrarre persino la Russia post-Putin.
Questo spiega il paradossale avvicinamento di due figure apparentemente opposte come Putin e Trump. Uniti non dall’amicizia ma dalla comune paura che l’Europa diventi troppo forte. L’uno cerca di spezzarla militarmente, l’altro di indebolirla politicamente ed economicamente. Ma è un asse fragile, quasi ridicolo, perché fondato su premesse sbagliate e su strumenti inadeguati.
Questa analisi mostra perché la retorica, ancora diffusa, che immagina Stati Uniti e Russia capaci di spartirsi il mondo come in una partita a Risiko è ormai una visione anacronistica. In realtà sia Putin che Trump, per ragioni diverse, finiranno per schiantarsi contro dinamiche geopolitiche che non controllano e che sono molto più complesse di quanto riescano a immaginare. Il mondo si muove altrove, e soprattutto l’Europa non è più lo spettatore passivo che entrambi speravano.
Piero Terracina

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