
C’è qualcosa di profondamente stonato nel vedere un presidente degli Stati Uniti trattare la Russia non come un avversario strategico, ma quasi come un alleato mal compreso. Per decenni la politica americana è stata costruita su un presupposto quasi banale, che Mosca è il nemico strutturale, quello che usa energia, esercito e propaganda per indebolire gli Stati Uniti e i loro alleati. Eppure con Trump questo copione si è ribaltato, come se all’improvviso il nemico storico fosse diventato un partner con cui flirtare in pubblico.
Non è solo bizzarria del personaggio, è una sequenza di frasi, gesti, scelte e silenzi che, messi in fila, finiscono per allinearsi troppo bene con gli interessi del Cremlino per essere liquidati come colore caratteriale. Trump ha messo in discussione le stesse conclusioni dei suoi servizi di intelligence sugli attacchi informatici russi, ha trattato Putin con una deferenza che non ha mai concesso né agli alleati europei né alle istituzioni del suo Paese, ha rilanciato l’idea di poter chiudere la guerra in Ucraina con un accordo lampo che somiglia molto più ai desideri di Mosca che alle esigenze di Kiev.
Da quando è alla presidenza e ha di fatto interrotto o rallentato in modo drastico le forniture di armi a Kiev, ha costretto l’Europa intera a farsi carico quasi da sola del sostegno militare. Governi già alle prese con inflazione, bilanci pubblici fragili e opinioni pubbliche stanche si ritrovano a tappare il buco lasciato da Washington, mentre il Cremlino osserva compiaciuto un Occidente che si divide proprio sul punto decisivo, cioè quanto a lungo sostenere l’Ucraina.
Quando poi Trump arriva a dire che non difenderebbe i membri della Nato che non spendono abbastanza in difesa, e che a quel punto lascerebbe fare la Russia, non sta solo facendo una sparata per tenere il centro della scena. Sta mandando il messaggio che l’ombrello americano sopra l’Europa, invece di essere una garanzia, può trasformarsi in una leva di pressione, una moneta di scambio a seconda dell’umore del momento. E questa è musica per le orecchie di chi, come Putin, sogna da anni un’Europa divisa e impaurita.
Mentre lui gioca al mediatore geniale che con una telefonata risolve la guerra, la macchina russa della disinformazione lavora per lui. Troll, bot, campagne sporche sui social, narrazioni tossiche che spaccano la società americana, screditano gli avversari interni, indeboliscono la fiducia nelle elezioni, alimentano complotti su vaccini, Europa, Ucraina. Tutto questo dentro un ecosistema in cui le parole di Trump e le linee guida di Mosca finiscono sempre più spesso sulla stessa traiettoria, delegittimare le istituzioni, dipingere i media come nemici interni, trattare l’Europa come un peso, non come un alleato.
Il sospetto di una susseguibilità verso Putin nasce qui, non dall’idea infantile di un contratto firmato in una stanza buia, ma dal fatto che i movimenti politici e comunicativi di Trump producono uno dopo l’altro benefici strategici per la Russia. Ogni volta che attacca la Nato più duramente di quanto faccia con il Cremlino, ogni volta che mette sullo stesso piano aggressore e aggredito, ogni volta che ridicolizza l’idea di aiutare Kiev e contemporaneamente blocca le armi, Putin incassa dividendi.
Sul sottofondo c’è l’Europa, ed è lì che i due, per motivi diversi ma convergenti, sembrano desiderare la stessa cosa, una Unione Europea polverizzata, frammentata, indebolita. Per Putin una Europa divisa è un supermercato geopolitico di occasioni, stati piccoli e litigiosi, facilmente ricattabili su gas, petrolio, export, partiti amici da finanziare, movimenti estremisti da coccolare. Una Unione compatta, con una linea comune su sanzioni e difesa, è un problema. Una Unione spaccata, con governi che si guardano in cagnesco, è un buffet aperto.
Per Trump l’Europa è un concorrente economico e un fastidio politico. L’idea di fondo del suo America first è semplice, niente blocchi, niente fronti comuni, solo rapporti bilaterali in cui Washington può schiacciare ogni Paese uno per uno, alzando e abbassando dazi, minacciando o premiando a piacimento. Un’Europa forte, integrata, con una sua politica industriale e una sua voce autonoma sulla scena globale, è un ostacolo. Un’Europa frantumata in stati impauriti e in eterno affanno è perfetta, non tratta da pari, ma da cliente.
Qui nasce l’asse tossico, neanche tanto segreto, delle convenienze. Putin ha interesse a seminare caos, propaganda e guerra ai confini dell’Europa. Trump ha interesse a delegittimare Nato e Unione Europea, presentare gli alleati come parassiti, spingere gli europei a vedere Washington come un partner capriccioso e inaffidabile. Il risultato finale è lo stesso, un continente meno coeso, meno sicuro, meno capace di incidere.
Questa convergenza non è un dettaglio di stile, è una rottura storica. Nella lunga storia americana i presidenti hanno litigato su tutto, ma mai nessuno aveva messo così platealmente in discussione il pilastro atlantico, arrivando a trattare con maggiore rispetto il leader di una potenza ostile che i partner legati agli Stati Uniti da decenni di trattati, sangue e storia. Che questa anomalia esploda proprio mentre la Russia riporta la guerra di conquista nel cuore dell’Europa non è una coincidenza, è il moltiplicatore di rischio perfetto.
Per gli Stati Uniti significa abituare una parte dell’opinione pubblica all’idea che il vero pericolo non sia chi ti attacca dall’esterno, ma chi ti critica dall’interno. Per l’Europa significa camminare sul filo, con un alleato necessario ma imprevedibile, mentre il Cremlino lavora ogni giorno per sbriciolarne l’unità politica, sociale e informativa. Per l’Ucraina significa vivere appesa all’umore di una politica americana in cui una parte potente del sistema guarda a Putin con un misto di fascinazione e convenienza, e ora anche con il potere concreto di chiudere il rubinetto delle armi.
Alla fine la domanda è semplice e brutale, come si è arrivati al punto in cui un presidente degli Stati Uniti sembra più interessato a demolire l’idea di un Occidente unito che a contenere l’espansione del suo avversario storico. Non servono romanzi complottisti per rispondere, bastano tre ingredienti, ego smisurato, interesse personale e una convergenza di obiettivi con chi sogna un’Europa debole, divisa, ricattabile.
Trump e Putin, per ragioni diverse, tirano nella stessa direzione, un Occidente meno coeso, una Europa meno capace di dire no, un sistema democratico più facile da manipolare. Chiamarlo caso è ingenuo. Chiamarlo strategia congiunta forse è troppo. Ma che entrambi lavorino, consapevolmente o no, verso lo stesso risultato, è ormai difficile negarlo. E in mezzo, come sempre, ci siamo noi.
Piero Terracina

Ho fatto un refuso di date. L’ufficio NATO a Mosca ci fu fino al 2021.
La richiesta russa alla NATO giunge nei primi Anni 2000.
Silvio Berlusconi ad ogni modo fu l’unico politico della Seconda Repubblica a vederci giusto. E così Bettino Craxi (si legga il suo “Parigi Hammamet” edito da Mondadori) ed anche la visione di Gianni De Michelis, il quale invitava a integrare la Russia nel sistema europeo e a dialogare con la Cina.
Quella cultura socialista e degli Anni 80 è scomparsa.
Purtroppo sono pressoché certo che non tornerà mai più. E ho i miei dubbi che qualcuno dalle nostre parti si svegli.
Trump, a differenza di Biden, non ha interessi in Ucraina e sa bene che l’Ucraina non è un Paese NATO e quindi è estraneo agli interessi USA.
Trump dimostra pragmatismo e buonsenso.
Come lo dimostrava Berlusconi.
La Russia peraltro dovrebbe entrare nella NATO (come richiesto da questa nel 2007,a le fu rifiutato). Un ufficio NATO a Mosca, del resto, c’era, prima del 2000 e i rapporti con l’alleanza atlantica sono sempre stati cordiali.
Ancora meglio se nella NATO entrasse anche la Repubblica Popolare Cinese.
Solo una alleanza militare globale potrà garantire stabilità e evitare ulteriori destabilizzazioni di politici irresponsabili.
Solo una alleanza militare globale potrà lottare contro terrorismo (la radicalizzazione islamista è in aumento, aspetto peraltro da sempre combattuti tanto da Russia quanto da Cina, ma molto poco da altri, che spesso hanno favorito tale radicalizzazione in chiave anti russa e anti cinese) e cyber terrorismo.
Le ideologie stanno a zero.
Occorre PRAGMATISMO. Cooperazione, unità fra est e ovest e nord e sud.