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TRUMP, LOS ANGELES E LA STRATEGIA DELLA TENSIONE

Il Presidente Usa invia la Guardia Nazionale a Los Angeles. La mossa punta a militarizzare lo scontro politico con le città e gli Stati a guida democratica. La decisione della Casa Bianca di schierare la Guardia Nazionale, per reprimere proteste perlopiù pacifiche in alcuni distretti dell’area metropolitana di Los Angeles, potrebbe avere conseguenze imprevedibili.

di Alessia De Luca | 10 Giugno 2025
Demonstrators hold flags during a protest against federal immigration sweeps, in downtown Los Angeles, California, U.S., June 8, 2025. REUTERS/David Ryder

La decisione della Casa Bianca di schierare la Guardia Nazionale, per reprimere proteste perlopiù pacifiche in alcuni distretti dell’area metropolitana di Los Angeles, potrebbe avere conseguenze imprevedibili. Per giustificare l’invio delle truppe, Trump e la sua amministrazione hanno descritto le proteste come “un’insurrezione” e sostenuto che Los Angeles era in preda a “un’orda violenta di rivoltosi”. Stephen Miller, il consigliere di Trump sull’immigrazione, ha definito quella contro i migranti una “battaglia per la civiltà”. Per la prima volta da decenni, il presidente ha fatto ricorso all’invio di militari per le strade contro la volontà delle autorità locali: la sindaca di Los Angeles Karen Bass ha accusato il governo federale di aver innescato “un’escalation caotica”, diffondendo paura tra la popolazione e ha promesso che continuerà a stare al fianco di tutti coloro che “chiamano casa la nostra città”. Sui disordini in corso è intervenuto anche il governatore dello Stato della California, Gavin Newsom, dichiarando che l’invio della Guardia Nazionale è “volutamente provocatorio” e invitando i cittadini arrabbiati a esprimersi pacificamente e a non ricorrere alla violenza. “Il governo federale sta prendendo il controllo della Guardia Nazionale della California e schierando 2mila soldati a Los Angeles, non perché ci sia carenza di forze dell’ordine – ha scritto in un post su X – ma perché vogliono uno spettacolo. Non dategliene uno”.

Lotta senza quartiere all’immigrazione?

Quello contro l’immigrazione è uno di cardini dell’agenda di governo trumpiana. Fin dall’inizio del suo secondo mandato, il presidente aveva promesso “la più grande deportazione di immigrati illegali” della storia degli Stati Uniti, e approvato una raffica di restrizioni sugli ingressi nel paese. Gli agenti dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement – l’agenzia federale statunitense per il controllo delle frontiere e dell’immigrazione) hanno iniziato a perquisire case, scuole e a tendere vere e proprie imboscate nelle piazze e nei parcheggi delle città degli Stati meridionali, in cui la forza lavoro irregolare è solita raggrupparsi. Numerosi richiedenti asilo sono stati espulsi sulla base di semplici sospetti, in violazione dell’Habeas Corpus e nonostante sentenze contrarie dei tribunali federali, e deportati in prigioni di paesi condiscendenti come El Salvador. Mentre in tutti gli Stati Uniti i raid anti-immigrati proseguivano, le proteste che avevano caratterizzato il primo mandato di Trump alla Casa Bianca sembravano essersi fiaccate e l’opposizione aveva sollevato solo timide obiezioni a un attacco senza precedenti contro i diritti delle minoranze. Poi è arrivata Los Angeles. Il pugno di ferro dispiegato lo scorso fine settimane contro la metropoli californiana, in cui diverse aree contano oltre l’80% di abitanti ispanici ha ottenuto un effetto boomerang. E nelle ultime ore la contestazione alle politiche trumpiane sull’immigrazione si è estesa anche ad altre città della California come San Francisco dove circa 60 persone sono state fermate in diversi focolai di protesta.

Trump getta benzina sul fuoco?

Ad alimentare le tensioni in California è stata la brutalità con cui gli agenti federali hanno effettuato arresti sabato mattina nel distretto tessile di Los Angeles, un Home Depot nel quartiere di Westlake e un magazzino a South Los Angeles; testimoni affermano che gli agenti dell’Ice hanno arrestato più di 200 persone, attaccando i manifestanti con gas lacrimogeni e granate stordenti e trattenendo famiglie nei sotterranei delle strutture federali per l’immigrazione, separando bambini e genitori. L’approccio muscolare degli agenti avrebbe trasformato una manciata di manifestazioni isolate contro le politiche anti-immigrazione, in uno scontro che ha messo a ferro e fuoco interi quartieri di Los Angeles e convinto centinaia di persone ad unirsi alla protesta. Tra i manifestanti arrestati c’era anche il leader sindacale David Huerta, presidente di uno dei principali sindacati di lavoratori della California. Le immagini dell’uomo di mezza età, strattonato per la camicia a quadri e spinto a terra dalla polizia hanno fatto infuriare milioni di lavoratori in tutti gli Stati Uniti, ha scritto l’editorialista del Los Angeles Times Anita Chabria. Anziché tentare di stemperare le tensioni, dopo aver inviato la Guardia Nazionale, Trump ha dato ordine al segretario alla Difesa, Pete Hegseth, di valutare la possibilità di inviare a Los Angeles i Marines.

Un’emergenza funzionale?

Gli osservatori sono perlopiù concordi nel ritenere che Trump abbia colto al volo l’opportunità presentata dalle proteste in corso: la California è lo stato più ricco del paese, storicamente governato dai Democratici, e il governatore Newsom è un politico carismatico, che in futuro potrebbe diventare un temibile rivale politico a livello nazionale. Inviare la Guardia Nazionale in una delle principali città della California è un modo per far apparire deboli il governatore e il suo partito, accusandoli implicitamente di non essere in grado di proteggere le strade da quella che Trump e i suoi definiscono “l’invasione” dei migranti. Così facendo, il presidente ha inaugurato una nuova fase nello scontro con le cosiddette ‘città santuario’, governate dai Democratici e accusate di bloccare le detenzioni federali. L’invio della Guardia Nazionale a Los Angeles potrebbe normalizzare l’utilizzo delle truppe anche in altri contesti e fornire al presidente uno strumento in più per interferire negli affari degli stati che si oppongono alle sue politiche. E ora c’è chi teme che invochi disordini per dichiarare lo stato di emergenza e schierare le truppe federali. “Se Trump riuscisse a fomentare disordini negli stati democratici prima delle elezioni di medio termine, potrà avvalersi di poteri di emergenza per imporre il controllo federale sul processo di voto”, scrive David Frum su The Atlantic. Oppure potrebbe sospendere il voto fino a quando, a suo avviso, l’ordine non sarà stato ripristinato. In entrambi i casi, osserva, “i seggi degli stati democratici potrebbero rimanere vacanti”.

Il commento

Di Mario Del Pero, ISPI e Sciences Po

“Era una crisi annunciata quella che si è aperta in questi giorni a Los Angeles. Annunciata e in una certa misura cercata da Trump. Il Presidente voleva questo tipo di scontro politico e istituzionale con governi statali e municipali nemici come quelli della California e di Los Angeles. E lo voleva su temi – l’immigrazione non regolare; la sicurezza nelle città – che mobilitano il suo elettorato e preoccupano anche tanti americani magari critici nei confronti di Trump su altri dossier, dal commercio alla sanità. Quel che sta accadendo a Los Angeles offre al Presidente la possibilità d’invocare ulteriori poteri straordinari e, anche, di sfruttare politicamente la retorica sempre efficace della “legge e ordine”, oltre che la popolarità delle istituzioni preposte a garantirli, come le forze di polizia e gli apparati militari. Si crea una situazione fittiziamente emergenziale, si esaspera lo scontro, si dispiega un lessico nativista per descriverlo, e si creano così le condizioni per uno slittamento autoritario ormai nemmeno dissimulato”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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