
C’è un modo semplice per capire perché Trump è pericoloso per gli equilibri mondiali: non è contro la globalizzazione, è contro la globalizzazione quando non è lui a scrivere le regole. Nella sua testa i processi globali devono esistere solo in modalità servizio clienti USA, attivi quando portano vantaggio immediato, disattivati quando impongono limiti, verifiche, diritto internazionale, alleati da ascoltare, compromessi da firmare.
E dentro questa testa c’è anche un acronimo che parla più di mille discorsi: MAGA. Dietro quel Make America Great Again si intravede, neanche tanto velatamente, una scala di valori mondiali dove l’America sta sopra a tutto, e tutto il resto sta sotto. America first, a qualunque costo, anche quando il costo è irragionevole. Non è solo uno slogan elettorale, è una postura. Ed è una postura che cambia il modo in cui gli Stati Uniti si muovono nel mondo.
Perché il passato, con tutti i suoi limiti e le sue ipocrisie, aveva almeno un’idea di cornice: alleanze come struttura, regole come linguaggio comune, deterrenza come stabilità. Qui invece il messaggio diventa transazionale e brutale: amici se mi servite, rivali se mi fate pagare un prezzo, alleati finché non mi intralciate. È un ribaltamento decisivo, e quando arriva da chi guida la prima potenza militare ed economica del pianeta, il resto del mondo non lo subisce, lo registra. E si adegua.
Questa mentalità non produce solo frasi scomposte. Produce una politica estera che somiglia a un cantiere senza capocantiere: fretta, muscoli, zero sicurezza. E quando muovi i muscoli nel punto più delicato del pianeta non è teatro. È dinamite.
Negli ultimi giorni la cosa si è vista in due fotogrammi ravvicinati, che messi insieme fanno paura proprio perché sono coerenti.
Il primo è il Venezuela. Dopo l’operazione che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, Trump ha parlato come se gli Stati Uniti dovessero gestire il Paese finché non sarà rimesso in carreggiata, con toni da amministratore delegato più che da leader di una democrazia che dice di rispettare sovranità e regole. Il tema non è fare sconti a Maduro, che resta indifendibile. Il tema è il precedente: se passa l’idea che si può entrare, prendere il capo di Stato e dichiararsi “in carica”, il messaggio globale è devastante.
Il secondo è la Groenlandia. Trump è tornato a dire che agli Stati Uniti serve la Groenlandia per la sicurezza, e la Danimarca ha risposto in modo netto. Qui il punto non è discutere l’Artico, le basi, le rotte e i minerali. Il punto è la logica: trattare un territorio di un alleato come un oggetto strategico che “serve” e quindi, in qualche modo, si prende. È la stessa postura del Venezuela, solo con un cappotto più elegante.
Ecco perché il resto del mondo dovrebbe preoccuparsi. Non perché Trump sia un personaggio sopra le righe e basta, ma perché questo approccio rompe il freno di emergenza del sistema internazionale. Se la superpotenza decide che le regole valgono solo a intermittenza, gli altri imparano in fretta. E quando gli altri imparano, non lo fanno per diventare più buoni.
Qui entra la parte più tossica del cambio di postura: la riabilitazione dell’interlocutore “forte” solo perché è forte. In questo schema Putin diventa, agli occhi di Trump, un negoziatore credibile nonostante ciò che rappresenta e ciò che ha fatto. E l’effetto, che sia cercato o semplicemente accettato con cinismo, è sempre lo stesso: un asse di convenienza che finisce per premiare chi lavora per dividere, indebolire, sfilacciare l’Europa. Le motivazioni possono essere diverse. Trump per avere campo libero e alleati più docili, Putin per ridurre la capacità europea di resistere e di contare. Ma quando due interessi diversi spingono nella stessa direzione, il risultato è un’Europa più fragile e un mondo più instabile.
Il rischio vero è il precedente che legittima i peggiori. Ogni azione unilaterale ad alto impatto diventa un manuale d’istruzioni per chi aspettava solo una scusa. Se Washington mostra che la sovranità è negoziabile a colpi di forza e propaganda, chi ha ambizioni espansionistiche si sentirà autorizzato a fare lo stesso, con la stessa retorica: sicurezza, stabilità, interessi vitali, mettere in ordine. Cambiano i nomi, resta la dinamica.
Poi c’è un effetto collaterale che spesso si sottovaluta: gli alleati. L’Occidente non è un esercito telecomandato, è una rete di fiducia. Se quella fiducia si consuma, non serve neanche che gli altri tradiscano: semplicemente smettono di esporsi, smettono di seguirti, iniziano a proteggersi anche da te. La frattura non è spettacolare, è lenta. Ma poi ti accorgi che sul tavolo resti solo con la tua arroganza e con conti più salati.
Ora la domanda vera è: quale via stabile può seguire il resto del mondo, mentre aspettiamo che passi questo flagello?
Non esiste una soluzione magica che sterilizzi tutto. Però esiste una strada realistica per tenere insieme un equilibrio più stabile e duraturo, proprio mentre passa la tempesta: togliere ossigeno all’improvvisazione. Ogni volta che una potenza agisce come se il mondo fosse un suo condominio, gli altri devono rispondere con l’esatto contrario: regole, procedure, alleanze, vincoli scritti. La forza dell’Occidente, quando funziona, non è la sparata del giorno. È la noia istituzionale: trattati, parlamenti, controllo democratico, catene di comando. Si tratta di un vecchio metodo, sì. Ed è proprio per questo che regge.
Serve quindi un doppio movimento.
Da un lato, un’Europa più adulta in senso pratico: difesa più credibile, capacità industriale strategica, energia e materie prime gestite con meno dipendenza, strumenti finanziari che riducano il ricatto del “o così o niente”. Se l’Europa resta un gigante economico con le ginocchia politiche molli, diventa la prima vittima dei colpi di testa altrui.
Dall’altro, un’alleanza occidentale più chiara su un aspetto elementare: la cooperazione è difesa reciproca, non è un lasciapassare per iniziative unilaterali che mettono gli altri davanti al fatto compiuto. La stabilità nasce quando i partner sanno che non verranno trascinati in scelte che non hanno condiviso e che non possono giustificare ai propri cittadini.
Esiste tuttavia un livello globale, più scomodo ma necessario: costruire una cintura di contenimento diplomatica contro il principio per cui chi è forte può cambiare le regole quando gli pare. Non è romanticismo, è sopravvivenza. Questa cintura può includere Paesi imperfetti, ma con un interesse comune: evitare un mondo dove tutto si decide con l’arroganza del più armato. È politica estera vera, fatta di equilibrio, non di chiacchiere minacciose.
Infine serve una cosa che sembra banale e invece è decisiva: chiamare le cose col loro nome. Se un’azione viene percepita come annessione mascherata, sequestro mascherato, imposizione mascherata, la risposta non può essere un comunicato tiepido. La lingua è potere. Le parole sono confini. Quando le parole si annacquano, i confini diventano elastici. E i confini elastici finiscono sempre per spezzarsi dove fa più male.
E sì, anche lui passerà. Trump non è eterno. Nessuno lo è. La storia ha un talento crudele: lascia credere a certi uomini di essere indispensabili, poi li archivia come un documento vecchio. Anche lui è destinato all’indifferenziata, ricordatevelo. Il problema è quello che rischia di buttare per terra prima di finire nel cestino.
Per questo il nodo non è solo resistere a Trump. È proteggere il principio che tiene in piedi un mondo vivibile: le regole valgono anche quando non convengono. Soprattutto quando non convengono. Se il resto del pianeta regge su questa linea, la tempesta passa. Se cede, la tempesta diventa clima.
Piero Terracina

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