
A mio modesto avviso c’è un equivoco che continua a circolare, soprattutto tra molti sostenitori di Israele, ebrei e non e Trump’s supporters. L’idea è che Trump abbia acceso il caos in Iran per difendere e sostenere Israele nella propria lotta per la sopravvivenza. Si tratta, a mio modesto avviso e allo stato dei fatti, di una lettura orba, faidistica e totalmente destituita di fondamento.
Il rapporto tra Stati Uniti e Israele non è in discussione, questo sia chiaro. È strutturale, storico, radicato nei centri decisionali politici ed economici americani. Non dipende da un presidente, non ha bisogno di guerre per essere garantito. Esiste già ed è stabile e forte.
Pensare quindi che l’escalation americana con l’Iran sia stata costruita per sostenere Israele nella sua guerra contro il regime degli ayatollah, che ne vuole la cancellazione, significa partire da un presupposto profondamente sbagliato.
La linea americana sull’Iran è sempre stata la stessa e mai celata: impedire lo sviluppo nucleare e limitarne il peso regionale, togliendogli il controllo della distribuzione petrolifera. Quello che vediamo oggi non è un tentativo di rovesciare il regime degli ayatollah. Non è una guerra che punta all’abbattimento dell’attuale regime. È pressione militare e strategica.
L’obiettivo di Trump, neanche poi tanto occulto, è portare Teheran a un accordo, non a un disarmo totale né alla destituzione del regime. Non distruggere il potere dell’attuale establishment né consegnare la nazione al popolo iraniano finalmente libero di decidere il proprio destino, ma piegarne le strategie verso un atteggiamento di sudditanza nei confronti degli Stati Uniti. L’ Iran attuale è ingestibile. Un Iran sotto controllo, invece, è negoziabile.
Il punto sostanziale per Trump è solo un “good deal”, come lo chiama lui: energia e controllo. Petrolio, rotte, Stretto di Hormuz. La partita è anche economica e strategica. Lo schema è già visto: pressione, isolamento, trattativa. Esattamente come nel caso Venezuela dopo la rimozione forzosa di Maduro.
Chi racconta questa crisi come una guerra “per Israele” semplifica fino a distorcere i reali obiettivi della Casa Bianca. Israele è dentro il quadro, ma non è il motore, mettiamolo in chiaro; anzi, l’intervento americano ha finito per complicare e in parte frustrarne il disegno strategico. Israele combatte l’Iran per una questione di sopravvivenza, non per leva negoziale. La sua logica è preventiva, chirurgica, mirata a neutralizzare minacce concrete. L’ingresso pesante degli Stati Uniti ha spostato il piano su un livello diverso, obbligando Israele a rivedere l’approccio: meno operazioni mirate sostenute dall’intelligence, più rischio di uno scontro frontale, molto più costoso e dai risultati incerti, come è sotto gli occhi di tutti. Un attacco che doveva durare pochi giorni si trascina, sulla falsariga di quanto accaduto in Ucraina, dove la guerra si è trasformata in un conflitto lungo, logorante e senza esiti risolutivi nel breve periodo e con un Putin, allegro compagno di merende trumpiano, sempre più isolato, in difficoltà e una economia nazionale sostanzialmente in ginocchio.
L’intervento pesante di Donald Trump ha in sostanza innescato un’escalation a livello globale che non solo stiamo pagando tutti, ma ha finito per mettere Israele nella condizione di gestire il conflitto con l’Iran in modo condizionato. Meno autonomia strategica, più vincoli legati a equilibri più ampi, più interferenze indirette. Una guerra che per Israele è esistenziale si ritrova così inserita in una dinamica globale che ne limita margini e tempi.
Questo lo ha capito anche Benjamin Netanyahu, che al di là delle dichiarazioni di facciata ha progressivamente raffreddato il rapporto politico, assumendo una postura più prudente e distaccata nei confroti delle escandescenze destabilizzanti di DJT; in maniera sempre più evidente, lo ha capito anche Giorgia Meloni, da sempre estremamente diplomatica verso l’ amministrazione della Casa Bianca, che sfruttando lo scontro frontale di Trump con il Papa ha preso posizione, lasciando intendere chiaramente come il tykoon non possa più essere considerato un interlocutore credibile sul piano internazionale.
Trump non ha interesse a eliminare il regime iraniano. Ha interesse a ottenere un accordo sul nucleare e a ridisegnare gli equilibri energetici a favore degli Stati Uniti, questo fa emergere la dinamica della situazione.
In sostanza se il regime degli ayatollah arriva a un compromesso sui trattati, non significa aver risolto il problema. Significa, al contrario, avergli garantito la sopravvivenza. Restano al potere, mantengono il controllo del paese e continuano a operare nella stessa logica strategica di fondo, continuando ad alimentare una guerra assimetrica affidata ai propri proxy.
Le dinamiche con Israele in sostanza non cambierebbero. Non si cancellano con una firma. Sono radicate da decenni, dal 1979, e fanno parte dell’identità politica di quel regime. Un accordo può rallentare, contenere, rimandare. Non elimina la minaccia.
Quello che stiamo pagando oggi non è il prezzo di una guerra ideologica. È il costo di una trattativa forzata, condotta con strumenti militari.
Passare dai resort di Gaza alla pressione sull’Iran, per un giocatore di Risiko come Trump, resta una partita di equilibrio e interessi pur di tentare di riportare gli Stati Uniti a un peso strategico ed economico che nel tempo si è progressivamente eroso. Ma ridurre tutto a una mossa per sostenere Israele nella sua lotta per la sopravvivenza significa non aver compreso la partita.
Così è, se vi pare.
Piero Terracina

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