
Donald Trump è arrivato al punto di allentare le sanzioni contro la Russia pur di tentare di abbassare il prezzo del gasolio negli Stati Uniti. Il 18 settembre firmava una legge per colpire le entrate energetiche di Mosca e rendere economicamente più difficile la guerra contro l’Ucraina. Il 9 ottobre, appena ventuno giorni dopo, annunciava trionfalmente un accordo con Vladimir Putin per riportare milioni di tonnellate di gasolio russo sui mercati internazionali. Tutto questo a meno di un mese dalle elezioni di Midterm del 3 novembre, con i carburanti alle stelle e un’amministrazione alle prese con le conseguenze delle proprie scelte internazionali. La pressione economica che avrebbe dovuto costringere Putin a negoziare viene improvvisamente alleggerita per affrontare un’emergenza interna americana. Una retromarcia clamorosa che rivela quanto la strategia della Casa Bianca possa diventare negoziabile quando si avvicinano le urne.
Il gasolio americano ha raggiunto prezzi vicini ai massimi storici, anche per le conseguenze della guerra contro l’Iran e delle tensioni nello Stretto di Hormuz. Una crisi che colpisce agricoltura, trasporti, industria e consumatori, alimentando quell’inflazione che Trump aveva promesso di combattere. E quale soluzione propone il presidente americano? Rivolgersi a Putin, consentendogli di commercializzare combustibile mentre continua a bombardare l’Ucraina. Il Cremlino, già alle prese con una guerra economicamente logorante e con le proprie raffinerie ripetutamente colpite dagli attacchi ucraini, ottiene un’apertura commerciale senza aver concesso nulla di concreto sulla cessazione delle ostilità. Trump annuncia forniture per milioni di tonnellate come se avesse concluso un affare straordinario, ma gli analisti energetici dubitano che quei quantitativi possano incidere significativamente sui prezzi. Una parte potrebbe semplicemente essere sottratta ad altri mercati, senza aumentare realmente l’offerta mondiale. Washington rischia così di indebolire la pressione economica su Mosca per un beneficio interno modesto e temporaneo.
Il risvolto geopolitico è ancora più grave. Da oltre quattro anni l’Europa sostiene costi economici e politici considerevoli per ridurre la dipendenza energetica dalla Russia, mantenere le sanzioni e sostenere la resistenza ucraina. Trump, invece, decide unilateralmente di riaprire un canale commerciale con il Paese che l’Occidente cerca di isolare. Zelensky denuncia una scelta che rischia di favorire il finanziamento della guerra, mentre gli alleati europei si ritrovano davanti all’ennesima contraddizione americana. Putin non ha dovuto ritirarsi dai territori occupati, accettare una tregua verificabile o rinunciare ai bombardamenti. Ha semplicemente trovato un presidente americano in difficoltà sul fronte energetico. Il risultato è un precedente pericoloso: le sanzioni, anziché rappresentare uno strumento di pressione costante, diventano concessioni utilizzabili secondo le necessità politiche del momento. E Putin, che ha tutto l’interesse a guadagnare tempo e dividere l’Occidente, non potrebbe chiedere di meglio.
Questa vicenda fotografa anche il crescente isolamento geopolitico degli Stati Uniti. Trump continua a comportarsi come se la superiorità economica e militare americana gli consentisse di imporre qualsiasi decisione, ignorando che la forza di Washington, dalla Seconda guerra mondiale, si fonda soprattutto su una rete di alleanze e interessi condivisi. Dazi, pressioni commerciali, continui contrasti con gli europei e accordi improvvisati con potenze antagoniste stanno consumando quel patrimonio diplomatico. Non è nemmeno il tradizionale isolazionismo americano, ma una politica che pretende di intervenire ovunque senza assumersi fino in fondo gli obblighi della leadership. Washington vuole contenere la Cina, contrastare l’Iran, sostenere l’Ucraina e contemporaneamente trattare con Putin quando il prezzo del gasolio diventa politicamente scomodo. Peccato che la geopolitica non funzioni come una compravendita immobiliare. Ogni concessione produce conseguenze, modifica gli equilibri e condiziona le scelte degli altri protagonisti. La Cina osserva un Occidente sempre meno compatto, l’Europa è costretta a interrogarsi sull’affidabilità americana e Mosca scopre che persino le sanzioni possono essere ammorbidite quando Washington ha bisogno di risultati immediati.
A rendere ancora più discutibile questa operazione è il calendario elettorale. Il costo dell’energia pesa direttamente sul consenso e Trump conosce perfettamente la sensibilità degli americani al prezzo dei carburanti. Ma gran parte delle forniture russe è prevista dopo le elezioni del 3 novembre e nessuno può garantire una riduzione duratura dei prezzi. Il rischio è quindi quello di sacrificare un obiettivo strategico internazionale per ottenere un risultato economico incerto. Nel frattempo Putin continua la guerra, l’Europa continua a sostenere Kiev e gli Stati Uniti concedono nuove opportunità commerciali proprio a chi avrebbero dovuto mettere economicamente sotto pressione.
L’America First, proclamata come il ritorno della grandezza americana, si sta trasformando in una politica estera nella quale gli interessi immediati prevalgono sulla continuità degli impegni. Trump pretende di guidare l’Occidente mentre ne compromette la coesione, rivendica la propria capacità negoziale mentre concede vantaggi senza ottenere contropartite verificabili e promette stabilità economica mentre cerca rimedi d’emergenza alle conseguenze delle crisi internazionali. È difficile immaginare una contraddizione più evidente per un presidente che aveva promesso di imporre la pace attraverso la forza.
Il 18 settembre Trump firma le sanzioni contro Putin. Il 9 ottobre le allenta per comprare il suo gasolio. Nel mezzo, ventuno giorni e nessuna concessione russa sulla guerra. Il Cremlino incassa un’apertura economica, l’Ucraina continua a essere bombardata e gli alleati europei assistono all’ennesima inversione di rotta americana. Se questa è la strategia per restituire grandezza agli Stati Uniti, il problema non è soltanto il prezzo del carburante. È il prezzo geopolitico che Washington rischia di pagare per aver trasformato la propria credibilità internazionale in una variabile della campagna elettorale.
Piero Terracina

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